Note e Versi Meridiani

 

Ballata Triste

già A cansun d'u Balilla

ovvero cosa avviene quando si incontrano due grandi: Vito E. Petrucci (Petryççi) e Fabrizio De André

a cura di Salvatore Bafurno

Genova, 1484

 

“A cansun d’u Balilla” è una poesia appassionata di Vito Elio Petrucci diventata canzone, dal titolo “Ballata triste”, in cui la musica di Fabrizio De Andrè ne ha accentuato la passionalità, espressa bene dall’interpretazione di Piero Parodi. Questo lavoro riguarda il testo poetico, che riporto con una traduzione non proprio letterale. Le strofe sono terzine di doppi settenari, con la ripetizione del 3° verso, il ritornello è un distico di endecasillabi e si ripete ogni tre terzine. La rima è baciata, il ritmo metrico è tipico del peana di Tirteo, il poeta che incitava gli spartani alla lotta nel VII secolo a.C.

Ballata Triste

 

Ballata triste, ballata amagunaa

pe'na çitæ ch'a cianze, sfurtynaa.

 

Sun ciy de 180 e fabbriche seræ

e ciminêe azmorte, i rastelli sprangæ

perché a speculasiun a l'ha senpre raxun

 

U portu u l'é 'n malûa ma Rumma a làscia andâ

e u privòu u nu l'investe, u vœ sûlu guägnâ

e 'n cianŷa u va à spende quellu che à Zêna rende.

 

Pôi mústran che i tunêi créscian de lungu à rybbi

ma u l'é sûlu petrolliu ch'u passa drentu ai tybbi

e u va distante in tæra lasciàndune 'na gnæra

 

Ballata triste, ... sfurtynaa.

Ballata triste, ballata accorata,

per una città che piange, sfortunata.

 

Son più di 180 le fabbriche chiuse

Le ciminiere spente, i cancelli sprangati

perché la speculazione ha sempre ragione

 

Il porto va in malora e Roma se ne frega

Il privato non investe, vuol solo guadagnare

ed in pianura spende quello Genova gli rende.

 

Poi mostrano che le tonnellate aumentano continuamente a rubbi (misura di ca 8 Kg)

ma è solo petrolio quello che passa nei tubi,

e va lontano in terra, lasciandocene una pernacchia (un trullo)

Ballata triste ... sfortunata.

E câze de ciymentu amygiæ cumme fen

inscii prufî ridenti e [...] d'i cen

che e culinn-e se scròllan ma che i ommi nu mòllan

 

E cartêe sparîe, i téscili seræ

u mecannicu in tæra i cantieri gratæ

San Zorzu e Fossati ormâi "Bengôdi" d'âtri

 

Cuscí a "pedemuntann-a" cuê cyrve mastrysæ

e a Genova-Savunn-a in strazettu da bæ

l'Ourellia 'na bíscia che 'n pô d'ægua a scunpíscia.

 

Ballata triste ... sfurtynaa.

Colate di cemento ammucchiate come fieno

sui declivi ridenti e sui più belli piani,

Le colline si scrollano, ma gli uomini non smettono (di costruire)

 

Le cartiere sparite, i tessili chiusi,

il meccanico a terra, i cantieri portati via,

San Giorgio e Fossati, son “Bengodi” d’altri

 

Così la Pedemontana con le curve “mastruzzate” (avviluppate) e la Genova - Savona un sentiero per agnelli, l’Aurelia è una biscia che un po’ d’acqua la scompiglia

 

Ballata triste ... sfortunata.

Né possu dî "Che l'inse?", saiæ sûlu, duman,

à tiâ sta prîa ruvente ch'a me brŷxa int'e man,

à denunsiâ i trycchi de tanti nœvi ‘crycchi’

Non posso gridar “Che comincio?”, sarei solo, domani a tirar questa pietra rovente che mi brucia nelle mani, a denunciare i trucchi di questi nuovi ‘Crucchi’

Se à tîu, Zêna, ti vêgni, ti te sulêvi ancun,

cummi-ai tenpi d'i D'Ôia pe u tœ santu patrun,

‘Pe San Zorzu, pe Zêna!’ u sentiêmu zbragiâ!

Se vieni a tiro, Genova, ti rialzi ancora, come ai tempi dei Doria per il tuo santo Patrono, “Per S. Giorgio e Genova” sentiremo urlare!

Pe questu ancun mi cantu, pe questu arèstu chí

à dumandâ, mo-u sentu, vegnian senpre da ti.

Aspêtu sœnne l'ûa e guâi pei-âtri alûa!


Ballata triste ... sfurtynaa.

Per questo ancora io canto, per questo io resto qui a domandare, me lo sento, verranno sempre da te. Aspetto suonar l’ora e saranno guai per tutti gli altri, allora!

Ballata triste ... sfortunata.

La Ballata, nata dall’incontro di due grandi, Vito Elio Petrucci e Fabrizio De André, un vero poeta ed un vero trovatore, entrambi "Zeneize Riso Raero" e cultori della "genovesità", è un urlo di sdegno e di protesta per la situazione di crisi in cui versa Genova, la "patria", che parte dal profondo dell’anima accorata del Petrucci, ed anche di Fabrizio De Andrè (il Faber). La ballata parla della fine dell’industrializzazione “politica”, iniziata negli anni ’30/’40, proseguita negli anni del dopoguerra fino al 1960 e finita nel modo peggiore. Il fenomeno ha interessato molte altre città d’Italia, dove i governi post-unitari, di ogni fede e regime, hanno creato le “miniere di denaro” per i “servi del Regime”, alcuni di fuori regione, con lo scopo dichiarato di sviluppare l’area interessata, ma senza tener conto della vocazione del territorio e del popolo che vi risiede. Questi “Padroni delle Ferriere” hanno operato speculando sugli incentivi del governo centrale, per poi migrare altrove ad aprire altre industrie con nuovi incentivi. Oggi li troviamo in Romania, India e ... dovunque si possa produrre sottocosto, con tanto profitto individuale e basta! In particolare la ballata si riferisce alla crisi “procurata ad arte” alla fine degli anni ‘80, che ha distrutto il tessuto industriale dell’area genovese, procurando un triplice danno: economico: lo Stato ha pagato gli imprenditori sia per aprire che per chiudere l’attività; ecologico: prima la distruzione dell’ambiente e della fiorente economia orticola delle valli, poi i ruderi e le aree di degrado, conseguenza della chiusura delle fabbriche; umano: il tessuto umano è stato sconvolto con lo spostamento degli orticoltori ed artigiani locali e favorendo l’afflusso di manodopera da altre regioni. Nelle altre “aree industriali”, come nell’interland di Napoli, si è verificata la stessa cosa, ma senza un "Tirteo" che alzasse il grido di protesta, salvo qualche cantastorie “anonimo”. Passiamo al commento di questi versi belli e robusti, fatti di parole essenziali.

Commento

La Ballata svolge in tre parti, ciascuna composta di tre strofe chiuse dal ritornello. Ogni parte ha un tema a sé, la prima constata il degrado in cui versa la città, la seconda parla dell’ambiente disastrato per la politica dei “nœvi Krucchi”, la terza è la rivolta di un cittadino cosciente del disastro in cui versa la sua Patria. Il ritornello esprime i sentimenti del Poeta che constata, impotente, i danni subiti dalla sua Città per la politica del governo centrale: Ballata triste, ballata amagunaa pe'na çitæ ch'a cianze, sfurtynaa. Ballata triste, ballata accorata, per una città che piange, sfortunata.

La prima parte constata la crisi che coinvolge la città Sun ciy de 180 e fabbriche seræ e ciminêe azmorte, i rastelli sprangæ Son più di 180 le fabbriche chiuse, le ciminiere spente ed i cancelli sprangati, e tutto questo perché vince sempre la speculazione perché a speculasiun a l'ha senpre raxun. Il motivo della crisi è sintetizzato in questo verso! U portu u l'é 'n malûa ma Rumma a làscia andâ Il porto va in malora ma Roma se ne frega, ossia il Governo centrale non interviene, lascia tutto all’iniziativa del privato, anzi lo sovvenziona. Ma il privato non investe, vuol solo guadagnare e u privòu u nu l'investe, u vœ sûlu guägnâ, e 'n cianŷa u va à spende quellu che à Zêna rende e va a spendere in pianura quello che guadagna a Genova. Prende i soldi a Genova e li va ad investire nella Pianura, il luogo di provenienza, col placet del governo centrale. Questa situazione è tipica di uno Stato Unitario Centralista, in uno Stato Federale difficilmente essa può avvenire. Pôi mústran che i tunêi créscian de lungu à rybbi Poi dicono che crescono le tonnellate, continuamente a rybbi (misura di 8 o 47 Kg circa), ma nei tubi passa solo il petrolio, va a terra, lontano, in Padania, a noi resta solo la beffa, una pernacchia ma u l'é sûlu petrolliu ch'u passa drentu ai tybbi e u va distante in tæra lasciàndune 'na gnæra. In effetti gli imprenditori possono falsare i dati “reali” di bilancio quando dimostrano che il traffico aumenta e nel Porto si scarica solo petrolio che va via negli oleodotti. Infatti, per l’economia del Porto, il petrolio dà una minima parte di lavoro alla gente del Porto, quelle tonnellate sono rybbi, solo lavoro “statistico”, quindi una miseria, a Genova resta una beffa, il Petrucci lo definisce una pernacchia, termine appropriato ed incisivo.

La seconda parte constata il disastro ambientale, lasciato dall’industrializzazione fallita, e la viabilità inefficiente, finanziata con l’ottica di ignorare il trasporto per Ferrovia. E câze de ciymentu amygiæ cumme fen inscii prufî ridenti e [..] d'i cen Mestolate di cemento ammucchiate come fieno su i (gonfi) declivi ridenti e nelle piane, lo scempio è ben visibile ancora oggi, ma le colline franano (si scrollano il peso dal groppone) e culinn-e se scròllan ma che i ommi nu mòllan ma non si smette di costruire e danneggiare l’ambiente. Poi la desolazione delle fabbriche chiuse E cartêe sparîe, i téscili seræ, u mecannicu in tæra, i cantieri gratæ, San Zorzu e Fossati ormâi "Bengôdi" d'âtri Le cartiere sparite, i tessili chiusi, il comparto meccanico a terra, i cantieri grattati (rubati), San Giorgio e Fossati sono divenuti la “Bengodi” dei “Foresti”, restano spazi vuoti e ruderi che “fà angôscia”…. Ecco il sistema viario Cuscí a "pedemuntann-a" cuê cyrve mastrysæ, e a Genova -Savunn-a in strazettu da bæ, l'Ourellia 'na bíscia che 'n pô d'ægua a scunpíscia. La Pedemontana è tutta curve a gomito (avviluppate) la Genova-Savona è solo un sentiero per agnelli, un tratturo molto stretto e l’Aurelia, la gloriosa Via Julia Augusta, è una biscia, basta un po’ d’acqua per sconvolgerla con allagamenti ed anche smottamenti.

La terza parte è il vero peana del Tirteo Genovese, il Petrucci. Invita alla riscossa, emula il Balilla, che nel 1746 iniziò la rivolta contro gli Austro-Piemontesi, “I Crucchi”. Entra nel personaggio, ma non può lanciare la pietra e gridare “Che comincio?” Né possu dî "Che l'inse?", saiæ sûlu, duman, à tiâ sta prîa ruvente ch'a me brŷxa int'e man perché potrebbe essere solo all’indomani (timore fondato!) e la pietra si arroventa nella mano stretta fin quasi a bruciare, per la passione e l’ira per non poterla lanciare. La pietra sarà lanciata metaforicamente, serve à denunsiâ i trycchi de tanti nœvi ‘crycchi’ a bloccare i trucchi (le compravendite in blocco e le magagne) dei nuovi "Crucchi", gli odierni "austro-piemontesi", pronti a continuare l’opera narrata nelle due parti precedenti della ballata. Comprende che non può denunciare “i trucchi” all’apparato statale che li autorizza. Allora invita la città a reagire, a risollevarsi con le sue forze, Se à tîu, Zêna, ti vêgni, ti te sulêvi ancun, cummi-ai tenpi d'i D'Ôia pe u tœ santu patrun, Se vieni a tiro, Genova, ti rialzi ancora, come ai tempi dei Doria, per il tuo santo Patrono, un richiamo al culmine della potenza della Superba, iniziato nel 1528 quando Andrea Doria si alleò all’Imperatore Carlo V e Genova divenne il forziere dell’Impero. ‘Pe San Zorzu, pe Zêna!’ u sentiêmu zbragiâ! “Per S.Giorgio e per Genova” sentiremo ancora gridare con entusiasmo, in terra e sulle navi sotto la bandiera di San Giorgio! Il Poeta è presente e vigile, Pe questu ancun mi cantu, pe questu arèstu chí à dumandâ, mo-u sentu, vegnian senpre da ti, per questo ancora “canta” ed è restato a Genova, a vigilare perché, se lo sente, ne verranno ancora altri. Resta ad aspettare che vengano gli altri "Crucchi" a spolpare la patria, Aspêtu sœnne l'ûa e guâi pei-âtri alûa! aspetta l’ora della riscossa, il grido “Che l’inse?” come nel il 5 Dicembre 1746 a Portoria, ed allora saranno guai per gli altri, per i nuovi Crucchi!

Considerazioni

Questa ballata, nata in un momento di crisi nella millenaria storia della Liguria, è sempre attuale nei periodi di incertezza, anche per le altre realtà “etniche” della penisola Italia. Ma solo tra i Liguri, gente tenace che parla poco e reagisce bene, è nato il Poeta che chiama alla riscossa ed incita a reagire. La ballata deve essere interpretata, la traduzione letterale non esprime bene l’arguzia e la sagacia dell’autore. Vediamo i versi salienti cercando di dare il significato voluto dal Petrucci. Il ritornello è quasi un titolo: Ballata triste, accorata per una città che piange, sfortunata Esprime tutta la Ballata, la tristezza per la crisi in atto, il dolore per la Patria che piange, ricordando gli ultimi due secoli della sua storia, con la perdita dell’indipendenza e dell’antica grandezza, malgrado l’ingegno e la tenacia del suo popolo sempre risorto dopo i disastri. Vi è l’elenco dei danni subiti dall’industrializzazione “italiana” e l’amara riflessione perché a speculasiun a l'ha senpre raxun perché vince sempre la speculazione, cioè il malaffare e l’ingordigia del potere, lontano fisicamente e moralmente dalla Città. Per la speculazione il Porto ha un vistoso calo del traffico, e quindi di lavoro dei Camalli e C., ma al governo di Roma, la capitale fagocitaria di uno Stato Unitario, nato male e cresciuto peggio, non interessa intervenire in merito, nel disfattismo più totale. Quindi la piaga dei rendiconti falsi, Pôi mústran... l'é sûlu petrolliu… ch'u va distante in tæra lasciàndune 'na gnæra dimostrano un traffico in continua crescita, ma è solo petrolio, che dalla nave passa nell’oleodotto e va lontano, lasciando alla città il danno e la beffa o “pernacchia”. Al Porto, alla Città, quel traffico porta danno ambientale e nessun reddito perché non ha bisogno di gruisti, camalli, ferrovieri, autotrasportatori e dell’indotto. Porta un grande reddito solo ai Petrolieri, che si atteggiano anche a “Salvatore del Porto”.

Incisiva è la strofa sul disastro ambientale E câze de ciymentu amygiæ cumme fen Case, o mestolate di cemento, ammucchiate come fieno sulle colline e nei piani, danneggiano il paesaggio e l’ambiente, ma le colline franano, quasi cercando di scrollarsi il peso dal groppone, ma gli uomini non la smettono di costruire e danneggiare l’ambiente. E poi il sistema stradale: la Pedemontana è tutte curve strette ed ingarbugliate, la Genova – Savona è un sentiero per agnelli, in strazettu da bæ, l’immagine rende bene com’è stata realizzata, e poi la gloriosa Via Julia Augusta, l’Aurelia, somiglia ad una biscia ed anche una piccola pioggia la allaga e può danneggiarla con smottamenti ed affini. La terza parte è la più bella, è il canto della riscossa che invita i Genovesi a reagire, come avvenne nel 1746, quando gli Austro-Piemontesi, “I Crucchi”, invaserò la città vessando la popolazione ed “il Balilla” diede inizio alla rivolta vittoriosa del 5 dicembre.

Vito Elio Petrucci è un grande cultore della storia patria e questa Ballata lo dimostra bene. Parlando del Petrucci uso il presente perché egli vive ancora grazie alla sua opera letteraria, che è un monumento, come dice Orazio, più duraturo del bronzo. In questa Ballata, dal titolo originario “A Cansun d’u Balilla”, rievoca, fino ad immedesimarsi, questa figura simbolo per la città di Genova e la sua Repubblica. Ricordiamo cosa rappresenta “il Balilla”, sia per ricordarlo alle nuove generazioni, non sempre erudite di storia patria, quella “vera”, sia per una chiave di lettura utile a capire alla terza parte della ballata. Forse non sapremo mai chi era “fisicamente” il Balilla (il nome è apparso nel 1845), sappiamo, invece, che rappresenta il carattere fiero ed indomito della gente ligure. La tradizione parla di un ragazzo di Portoria di cui si perdono le tracce, dopo l’episodio, negli atti ufficiali e nelle cronache. L’unico accenno si trova in un dispaccio del veneziano Cavalli al suo Governo, in cui riporta un manifesto del «nuovo governo» contenente la frase: «la prima mano onde il grande incendio si accese, fu quella di un picciol ragazzo, quel dié di piglio ad un sasso e lanciollo contro un ufficiale tedesco».

Nel 1845 circa, il Mameli, scrivendo la storia in linea con l’idea risorgimentale, riprende l’episodio e, ricordandolo solo come antiaustriaco, lo identifica come Giovan Battista Perasso di Montoggio. Sappiamo che esiste un omonimo contemporaneo, nato a Portoria. Chiunque fosse il Balilla, sparito nella rivolta di Portoria, perché nessuno lo ha mai cercato? Se fosse stato un ragazzo che viveva per strada, i suoi amici avrebbero avuto tutto l’interesse a far sapere che l’eroe era uno di loro, perbacco! Se era realmente il Perasso, sia quello di Montoggio che l’altro di Portoria, perché la famiglia non si è presentata sia per ricevere un merito, sia per cercarne il corpo? Secondo me, è più verosimile l’ipotesi di un ragazzo del contado, venuto in città e morto nel parapiglia scatenato dalla rivolta. In tal caso, i suoi resti riposano nell’ossario dell’Ospedale di Pammatone. Resta comunque il mistero dell’identità fornita dal Mameli dopo un secolo.

Comunque sia, il Balilla è di sicuro un simbolo di Genova e dei Genovesi. Vi dico il perché. Il Balilla vive nel Sestiere di Portoria, il più genovese dei sestieri, nell’anno 1746, il più triste nella millenaria storia della Superba, per l’invasione degli Austro-Piemontesi. L’episodio del lancio della pietra, gridando "Che l'inse?", fu l’inizio della reazione di un popolo inerme che scacciò l’esercito dei “Crucchi” armato di cannoni, causandone, poi, la sconfitta definitiva. Tutto questo è “Il Balilla”! Non è affatto il Balilla del Mameli, insegnato dalla storia dell’Italia postunitaria, l’eroe della lotta contro gli Austriaci per un’Italia unita dai Savoia. Né tantomeno è quello del Fascismo, che ha stravolto la figura di un ribelle trasformandola in un esempio da seguire per ragazzi irregimentati e “coraggiosi”. Il colmo dell’ironia è che il Perasso di Portoria era soprannominato “mangiamerda”, termine che in lingua genovese significa “asociale, canaglia”.

La storia appresa a scuola è un falso ed il Fascismo ha defraudato Genova del suo mito! A sostegno di questa tesi, ricordo che i soldati Piemontesi, sempre eroi contro il popolino inerme, nel sedare la rivolta di Genova del 1849, gridavano: “Addosso ai Balilla!”. Evidentemente ricordavano bene la sconfitta del 1746, soprattutto Chi era l’autore, così si vendicarono dei “Balilla” (i Genovesi) con un sacco spietato e la “pulizia etnica” che ne seguì. In seguito, per “modernizzare la città” hanno devastato il Sestiere di Portoria, fino a cancellarne l’aspetto e l’identità! Il Poeta, entrato nel personaggio del Balilla, non può gridare “Che, comincio?” Né possu dî "Che l'inse?", saiæ sûlu, duman, sa bene che sarebbe essere un gesto isolato, senza un seguito. Il popolo è assuefatto alla routine quotidiana, non segue chi reagisce, gli manca la cultura storica, a Zeneisege. Del resto, oggi la città di Genova non è abitata solo da Zeneixi, ma anche da gente venuta da fuori Regione, lavoratori privati o pubblici inviati dal Governo centrale (Agenti di polizia, di finanza, militari, impiegati vari) che, quasi sempre, restano legati al luogo di origine, fregandosene dei problemi della città e della sua cultura. I soldi presi a Genova li spendono nei luoghi di provenienza, di cui conservano lingua, tradizioni, ed altro! La pietra nella mano chiusa si arroventa e brucia à tiâ sta prîa ruvente ch'a me brŷxa int'e man per la rabbia nata dall’impossibilità di intervenire contro il Destino, “la storia”. Scagliare la pietra vuol dire à denunsiâ i trycchi de tanti nœvi ‘crycchi’ far conoscere i maneggi dei "Nuovi Crucchi", gli odierni Austro-Piemontesi, che non sono solo imprenditori, venuti per sovvenzioni e guadagni, ma anche i lavoratori dipendenti del paragrafo precedente. Avendo capito che è inutile “denunciare i trucchi” allo stesso apparato statale che li “autorizza”, invita la Città a reagire, ricordandole la sua gloriosa storia e la capacità di ripresa dei Liguri, Se à tîu, Zêna, ti vêgni, ti te sulêvi ancun , cummi-ai tenpi d'i D'Ôia pe u tœ santu patrun, Se ti porti a tiro, ti rialzerai ancora, come ai tempi dei Doria, per il tuo santo Patrono. Un riferimento storico preciso all’inizio del periodo aureo della Repubblica.

Il periodo aureo di Genova iniziò nel 1528 per merito di Andrea Doria che determinò la vittoria dell’Imperatore Carlo V su Francesco I di Francia, lasciando l’assedio di Napoli e l’alleanza con la Francia. La conseguente disfatta del Generale Lautrec e la morte sua e del Marchese di Saluzzo, a Napoli nel 1528, permisero la vittoria degli Imperiali a Pavia contro Francesco I. Per l’alleanza con l’imperatore, Genova divenne il forziere dell’Impero e la grandezza della Superba giunse al culmine nel 1600, chiamato “El Siglo de los Genoveses”. "Pe San Zorzu, pe Zêna!’ u sentiêmu zbragiâ! “Per S.Giorgio e per Genova” E’ il grido di battaglia delle truppe della Repubblica di Genova. Lo sentiremo ancora gridare come allora, nelle battaglie terrestri e navali, con entusiasmo, agitando le braccia con le armi in pugno! La speranza ha trattenuto il Poeta, lo ha convinto a restare Pe questu ancun mi cantu, pe questu arèstu chí à dumandâ, mo-u sentu, vegnian senpre da ti ed è il motivo per cui ha scritto “A canzun d’u Balilla”. Resta per vigilare perché verranno ancora altri Krucchi, se lo sente, a spolpare la Patria. Aspetta che suoni l’ora della riscossa, come il 5 dicembre 1746, e allora saranno guai per tutti gli altri, per quelli che sono nemici della "Genovesità"!

Considerazioni finali

Oggi la situazione non è molto differente da quella descritta dal grande Vito Elio Petrucci, la città di Genova ha reagito ed ha ripreso il cammino riconvertendo l’industria e riqualificando le aree abbandonate, ma il cammino è ancora lungo, occorre tempo per la totale ripresa. Genova ha ascoltato il suo Tirteo, è andata a tiro e si sta risollevando, ma occorre vigilare che non arrivano più “nuovi Crucchi”, e intraprendere iniziative per il riconoscimento dell’identità della Liguria e di Genova. Non resta solo unire le forze, occorre che la gente riprenda la coscienza della propria identità, a Genova come in altre parti d’Italia. A mio modesto parere, potremmo farcela se l’Europa diventa un vero Stato Federale, l’Europa dei Popoli, l’dea che l’ha fatta nascere. Si risorgerà di sicuro perché le leggi e le pastoie burocratiche, create da tutti i regimi unitari che hanno governato l’Italia, cadranno di conseguenza e si potrà ristabilire l’organizzazione della Repubblica di Genova, molto avanzata anche nel sociale. Questa Ballata fa parte da a cumeddia myxicâle "T'hæ prezente u carusezzu?". Qualcuno potrebbe riproporla. Intanto, vi consiglio di la Ballata nell’interpretazione di Pierino Parodi, vi assicuro che è veramente “sublime” ed in sintonia con la poetica di Petrucci e De Andrè. Chi vuol sentire la Ballata originale cantata da Pierin Parodi, e gustarla interamente nella sua bellezza, può visitare il sito www.geocities.com/ ziardua/zeneize.html contenente altre chicche da non perdere. Aperta la pagina, cliccare su "Fabrissiu De Andrè" poi scorrere l'elenco dei testi ed in fondo cliccare su "Ballata triste" e poi mi ringrazierete della sorpresa!

Ballata Arraggiata

Il tema della Ballata è un grido di sdegno e di protesta per le vicende dell’industrializzazione di Genova nel periodo dal 1930 al 1980, molto simile, per il tipo e per l’arco temporale, all’industrializzazione dell’Area Napoletana. Per questo motivo l’ho tradotta, spero con pochi errori, in lingua Osco-Napoletana, ma anche perché nel repertorio della canzone Napoletana mancano, per quanto sappia, simili composizioni, le canzoni di protesta e di sdegno “scritte” dal popolo. La stessa “Carmagnola” è derivata dal repertorio francese. Eppure Napoli ha vissuto le stesse vicende di Genova, dal risorgimento in poi, la perdita  violenta dell’identità politica, i soprusi dei “Piemontesi”, il cosiddetto “Risanamento” ed infine l’industrializzazione non consona al territorio, iniziata e conclusa per motivi solo politici. Il commento riguarda il testo poetico, con traduzione in Osco non “proprio” letterale.

Ballata Arraggiata

Ballata Arrabbiata

Ballata triste, ballata arraggiata

pe'na cità ca chiagne, sfurtunata.

 

Sun chiù de 180 e fraveche ‘nserrate

i cancielli ‘nchiusi, ‘e cimmenêre stutate,

pecché a speculazione ave senpe raggione

 

O puorto và 'n malora ma Roma làsse stâ

o privatò nun investe, vvò sûle vuäragnâ

se porta 'a casa chelle che a Napule piglia.

 

Diceno che o petrolio è cresciuto ‘o cubbo

ma é sola acqua sporca ca passa rint’e tubbi

e va luntane nterra lasciànne ‘na pernacchia

Ballata triste, ... sfortunata.

 

Cucchiarate e cemente cumme mete ‘e fiene

d’e Camalduli a Pusilleco a cullina è chiena,

e culline cròllano ma l’uommene nun mòllan

 

E cartiere sparîte, e Cotoniere ‘nserrate,

a mecànnica ‘nterra, e cantieri arrubbati

Cirio e Alimentari oramâi ssò jute  fore

 

A statale pè Caserta tutta curve struppiate

a Napule-Salierno nu tratturo arrepezzato,

A Custiera è 'na bíscia, nu poche r'agua ‘a scunpíscia.

Ballata triste, ... sfortunata.

 

Nun pozze dî "Scetateve”, sarìa sûlu rimane,

à tirâ sta preta che m’abbrucia int'e mane

à denunziâ e trucchi ‘e tanti nuovi ‘Krucchi’

 

Se viene a tiro, Napule, tu t’aizarraie ancora,

l’ebbrega ‘e Ferdinando turnarrà , allora!

“Sona a Carmagnola” a sentarriamo cantà!

 

Pè cheste ancora canto, e me ferme accà

à aspettâ, m’o ssento, veneno ancor’a fregà

Aspêtto ca sona l'ora e po’ sò guâi, allora!

Ballata triste, ... sfortunata.

Ballata triste, ballata arrabbiata,

per una città che piange, sfortunata.

 

Son più di 180 le fabbriche chiuse

le ciminiere spente, i cancelli sprangati

perché la speculazione ha sempre ragione

 

Il porto va in malora e Roma se ne frega

Il privato non investe, vuol solo guadagnare

Si porta a casa quello che a Napoli prende.

 

Dicono che il petrolio è aumentato al cubo

ma è solo acqua sporca che passa nei tubi,

se va in terre lontane e ce lascia una beffa

Ballata triste, ... sfortunata.

 

Colate di cemento ammucchiate come fieno

Dal Camaldoli a Posillipo la collina è piena,

Le colline franano e gli uomini non smettono

 Le cartiere sparite, le Cotoniere chiuse,

i meccanici a terra, i cantieri grattati,

la Cirio e Alimentari, son “Bengodi” altrui

 

La statale di Caserta con curve mastruzzate

la Napoli-Salerno un trabudello d’agnello

la strada costiera è una biscia, un poco  d’acqua e si sconvolge

Ballata triste, ... sfortunata.

 

Non posso dir “Allarmi!”, sarei solo domani, a tirar questa pietra che mi brucia la mano, a denunciare i trucchi di questi nuovi ‘Crucchi’

 

Se vieni a tiro, Napoli, tu ti alzerai ancora, l’Epoca di Ferdinando II° tornerà, allora!“Suona la Carmagnola”  sentiremo cantare!

 

Per questo ancora io canto e finisco adesso aspetto, me lo sento, vengono ancora  qua.

Aspetto che suoni l’ora, saranno guai, allora!  Ballata triste, ... sfortunata.

Commento

La Ballata è divisa in tre parti composte da tre terzine ed il ritornello. Ogni parte ha un tema a sé stante, il primo constata il degrado in cui versa la città, la seconda parla dell’ambiente disastrato, la terza è la rivolta del cittadino cosciente del disastro e teme che si possa ripetere con la calata di “nuovi crucchi”. Il ritornello esprime i sentimenti del Poeta che constata, impotente, i danni subiti dalla sua Città per la politica del Governo centrale: Ballata triste, ballata arraggiata pe'na cità ch'a chiagne, sfurtunata. Ballata triste, ballata accorata, per una città che piange, sfortunata.

La prima parte constata la crisi che coinvolge la città Sò cchiù ‘e 180 e fraveche ‘nserrate, cancielli nchiusi, e cimmenêre stutate, Son più di 180 le fabbriche chiuse, cancelli chiusi, ciminiere spente, tutto questo perché vince sempre la speculazione pecché a speculazione ave senpe ragione. Il motivo della crisi è sintetizzato in questo verso! O puorto và 'n malora ma Roma làssa stâ Il porto va in malora ma Roma se ne frega cioè il Governo centrale non interviene, lascia tutto all’iniziativa del privato, anzi lo sovvenziona. Ma il privato non investe, vuol solo guadagnare o privatò nun investe, vvò sûle vuäragnâ se porta 'a casa chelle ch’a Napule piglia, prende i soldi a Napoli e li va ad sbafarseli nella sua terra, col placet del governo centrale. E’ una situazione tipica di uno Stato Unitario Centralista, in uno Stato Federale difficilmente può accadere. Riceno che o petrolio è cresciuto ‘o cubbo, ma é sola acqua sporca ca passa rint’e tubbi e va luntane nterra lasciànne ‘na pernacchia Poi dicono che il traffico del Porto è aumentato, ma per Napoli è solo acqua sporca, non petrolio, quello che passa nei tubi, perché se ne va via, lontano e ci lascia una pernacchia, cioè il danno e la beffa. In effetti gli imprenditori possono falsare i dati “reali” di bilancio dimostrando un aumento di  traffico che, in realtà, non porta sviluppo, come ad esempio il petrolio che porta poco lavoro alla gente del Porto, quelle tonnellate sono solo lavoro “statistico”, per la città è una beffa, il Petrucci usa la parola gnaera cioè pernacchia.

La seconda parte constata il disastro ambientale, lasciato dall’industrializzazione fallita, e la viabilità inefficiente, finanziata con l’ottica di ignorare il trasporto per Ferrovia. Cucchiarate ‘e cemente cumme mete ‘e fiene, d’e Camalduli a Pusilleco a cullina ne è chiene Mestolate di cemento ammucchiate come cumuli di fieno, su i declivi ridenti dai Camaldoli (Vomero alto) a Posillipo, lo scempio è ben visibile, basta guardarsi intorno, ma le colline cercano di scrollarsi quel peso dal groppone e culline se scròllano ma l’omme nun mòllan ma gli uomini non smettono di costruire e danneggiare l’ambiente. Poi la desolazione delle fabbriche chiuse E cartiere sparîte, e Cotoniere ‘nserrate, o mecannico ‘nterra, ‘e cantieri arrubbati, Cirio e Alimentari ormâi "Bengôdi" ‘e fore Le cartiere sparite, le Cotoniere Meridionali chiuse, il comparto meccanico distrutto, a terra, i cantieri fregati, Cirio e le altre fabbriche Conserviere sono state trasferite lontano, sono  in mano ai “Forestieri”. Restano solo gli spazi vuoti ed i ruderi che “fanno veramente pena…!” Quindi il sistema viario A statale pè Caserta tutta curve mastruzzate, a Napule-Salierno nu tratturo arrepezzato, A Costiera è 'na bíscia, nu poche d'agua ‘a scunpíscia. La statale (per Caserta) è tutta curve a gomito (avviluppate), la Napoli-Salerno è solo un tratturo per capre, la strada della costiera Sorrentina- Amalfitana somiglia ad una biscia che nuota, basta un po’ d’acqua e si sconvolge, per smottamenti ed allagamenti.

La terza parte è il canto della riscossa. Nell’originale il Petrucci invita i Genovesi a reagire, come nel 1746 quando gli Austro-Piemontesi, “I Crucchi”, invaserò la città vessando la popolazione ed “il Balilla” diede inizio alla rivolta del 5 dicembre 1746. Pensa perfino di poter emulare il Balilla. Non a caso il titolo originario della Ballata è “A Cansun d’u Balilla”, figura simbolo per la città e la Repubblica di Genova.  Nella storia di Napoli non esiste il Balilla che lancia la pietra e grida "Vuè, accummence?" anche se nelle “Quattro Giornate di Napoli” ragazzi napoletani ’e scugnizze  hanno avuto una parte importante nella rivolta contro i “I Crucchi” del 1943 (forse anche nel 1860?). Nessuno è diventato il Simbolo del popolo che insorge, anzi, il governo provvisorio e le prime giunte del dopoguerra hanno li hanno fatti dimenticare. Per tradurre “Che l’inse?” ho dovuto usare un generico “Scetateve!”, del tutto improprio, in luogo di un generico “Allarmi!”. Non si può gridare "Scetateve", sarebbe un gesto isolato, senza un seguito. Il popolo è assuefatto alla storia, non reagisce, sembra mancargli la cultura storica, 'a Napulitanità. Sarrìa sûle, dimane, à tirâ sta preta rovente che m’abbrucia int'e mane, potrei essere solo all’indomani (timore fondato!), la pietra si arroventa nella mano stretta fin quasi a bruciare, per la passione e l’ira per non poterla lanciare. La pietra è metaforica, vuol dire denunziâ e trucchi ‘e tanti nuovi ‘Krucchi’ bloccare i trucchi (le compravendite in blocco e le magagne) dei nuovi ‘Crucchi’, gli odierni Piemontesi, pronti a continuare nell’opera narrata nelle due parti precedenti della ballata. Ma comprende che non si può denunciare “i trucchi” allo stesso apparato statale che li autorizza. Lo Stato italiano sembra ancora fermo al 1861, ignora Napoli ed il suo popolo e favorisce la classe media che ha permesso la venuta dei “Crucchi” dal 1860 a tutt’oggi. Sembra che nulla sia cambiato dall’arrivo di Garibaldi ad oggi. Allora si invita la città a reagire, a risollevarsi solo con le sue forze, Se viene a tiro, Napule, tu t’aizarraie ancora, l’ebrega ‘e Ferdinando turnarrà , allora!  Se vai a tiro, Napoli, ti rialzi ancora una volta, come ai tempi di Ferdinando 2° e Carlo 3°, i tempi di floridezza del Regno di Napoli, che sono nel DNA della città. La storia è stata distorta dalla storiografia ufficiale, ancora gradita a chi vive a Napoli ma non ne ha di quel DNA, come, purtroppo in maggior parte, chi ha governato la Napoli postunitaria. “Sona a Carmagnola” a sentarìamo cantâ! sentiremo ancora cantare con entusiasmo la Carmagnola, col triccaballacche e lo scetavaiasse, agitando le braccia, in coro!

Ed ecco la strategia, aspettare al varco che la situazione cambi, per questo è nata la ballata Pè cheste ancora canto, e me ferme e stong’à aspettâ, mi fermo col canto e resto  vigile perché, me lo sento, verranno ancora a Napoli per fregarci. Si resta ad aspettare che arrivino altri Crucchi a spolpare la Patria, Aspêtt’a sunà l'ora e ssò guâi pè tutti, allora!  Aspetto che suoni l’ora della riscossa, come nel 1799, nel 1861 e nel 1943, ed allora saranno guai per tutti, per tutti i nuovi Crucchi!

Considerazioni

La ballata originale genovese, nata in un momento di crisi nella millenaria storia di molte città italiane, in particolare Genova e Napoli, è sempre attuale nei periodi d’incertezza, come oggi. Io l’ho tradotta cercando di mantenere intatto lo spirito del Poeta che chiama alla riscossa i Liguri, gente tenace che parla poco e reagisce bene, perché i napoletani, in fondo, non sono poi tanto diversi. Non sono come li presenta la “Icona ufficiale” tanto cara ai libri di storia, ai giornali e, soprattutto, alla TV di Stato e Mediaset. Quando occorre, sanno reagire. Certo la Storia ha sempre deluso e, quindi, ha smorzato la speranza, che spinge a reagire! La ballata deve essere interpretata, la traduzione letterale non esprime bene l’arguzia e la sagacia dell’autore. Vediamo i versi salienti cercando di dare il significato voluto dal Petrucci.

Per la speculazione tutta l’Area Napoletana ha subito un vistoso calo di lavoro, ma al governo di Roma, la capitale fagocitaria di uno Stato Unitario, nato male e cresciuto peggio, non interessa intervenire in merito, nel disfattismo più totale. Quindi la piaga dei rendiconti falsi, dimostrando un traffico in continua crescita, senza specificarne la natura, porta un grande reddito solo agli Armatori e Spedizionieri, che si atteggiano anche a “Salvatore del Porto”.  Il petrolio nel Porto è metaforico, per petrolio, che dalla nave passa nell’oleodotto e va lontano, non ha bisogno di gruisti, portuali, ferrovieri, autotrasportatori e dell’indotto, si intende i posti di lavoro che si perdono ed alla Città resta il danno ambientale e la beffa di sentir dire che tutto avviene per il suo bene. Il disastro ambientale Cucchiare ‘e cemento … strade e case,mestolate di cemento ammucchiate come fieno sulle coline ed in pianura, sulla collina dai Guantai dei Camaldoli fino a Posillipo, a Fuorigrotta e dintorni, nella Zona Nord, la più danneggiata, e lo scempio dei comuni dell’Hinterland, poi vengono le frane, i disastri per le voragini sulle vecchie cave di tufo interrate (i monti).  Questo vuol dire le colline franano, cercando di scrollarsi il peso dal groppone ma l’uommene nun mòllano ma gli uomini non smettono di costruire disastrando l’ambiente. E poi il sistema stradale: le statali che si irradiano da Napoli sono tenute male, con curve pericolose, la Napoli – Salerno è un tratturo per capre, da com’è stata la realizzata, e poi la via di costiera per Sorrento ed Amalfi somiglia ad una biscia ed anche una piccola pioggia la allaga e può danneggiarla con smottamenti ed affini, alla faccia del bel panorama.

La terza parte, come già detto nell’originale la più bella, è il canto della riscossa che invita i cittadini a reagire. Il Petrucci ricorda il 1746 quando gli Austriaci e Piemontesi, “I Crucchi” alleati, occuparono Genova, vessando la popolazione, ed “il Balilla” diede inizio alla rivolta del 5 dicembre 1746, che portò alla sconfitta definitiva degli invasori. Non a caso il titolo originario della Ballata è “A Cansun d’u Balilla”, un simbolo per Genova e la sua Repubblica. 

Napoli, purtroppo, non ha il suo Balilla. Non lo è Masaniello anche perché, dopo la rivolta, ha vissuto abbastanza per distruggere il suo mito, la leggenda. Né lo sono i Repubblicani o i Sanfedisti del 1799, perché di loro manca il gesto e lo slogan per farne un’icona, un mito.  Nelle Quattro Giornate di Napoli dell’ottobre 1943, invece, abbiamo avuto almeno 4 “scugnizzi” che hanno avuto la stessa sorte del Balilla, senza diventare un simbolo. Sono, infatti, spariti dalla memoria della città, malgrado le medaglie d’oro loro concesse, uno a caso, Gennaro Capuozzo. L’unico suo ricordo è il nome di un vicolo, stretto ma, un tempo, dignitoso, tra Via San Paolo e Vico Anime del Purgatorio ad Arco, nella parte del Quartiere San Lorenzo compresa tra Via dei Tribunali e Strada dell’Anticaglia, tratto Via Pisanelli - Largo Regina Coeli. Ci sono stato quattordici anni fa, era in stato d’abbandono, in una squallida solitudine che lascia un vuoto nell’anima di chi ha conosce l’anima del Quartiere. Non voglio affatto essere il Mameli di Napoli, ricordando i nomi dei suoi Balilla, amo solo la verità storica ed odio chi la falsa, specie se per servilismo. Non conosciamo il “Che l’inse?” o il gesto del Capuozzo e compagni, per cui traduco letteralmente ed adatto le parole del Petrucci alla realtà Napoletana, o Campana. Si entra nel personaggio del Balilla ma non si può gridare “Che, comincio?”, si rischia di  restare solo. Timore fondato, la città di Napoli, stanca dei soprusi della storia, diffida di qualsiasi Tirteo napoletano che invoglia a risorgere e riscattarsi. Napoli, inoltre, non è abitata solo da Napoletani, ma anche da gente mandata dal Governo centrale, come militari, finanzieri, impiegati ecc. che vivono a Napoli, ma “non vivono” Napoli, non ne vivono i problemi e rimangono con la cultura dei luoghi di provenienza. La pietra resta nella mano, diventa rovente per l’ira e per l’impotenza di combattere il corso della storia, il Destino.  Scagliare quella pietra vuol dire mettere in luce i maneggi di questi “Nuovi Crucchi’, gli odierni Piemontesi, che non sono solo gli imprenditori, venuti per sovvenzioni e guadagni, ma anche chi, politici e altri, si candida “per salvare Napoli”. Quanti ne sono venuti nei secoli “a salvare Napoli”! Ricordo Angioini, Aragonesi, Spagnoli e Piemontesi, hanno mandato il loro Garibaldi ed hanno solo salvato i loro interessi.

Ora vengono politici e personaggi TV del Centro-Nord, aspirano a diventare “Sindaco di Napoli” o più in alto, disquisiscono sulle problematiche perché hanno visitato Soccavo o Scampia, con la guida di politici locali “odierni Liborio Romano”, ma mai hanno visto  i vicoli del Pendino o di San Lorenzo (mi fermo con l’elenco) e l’umanità dignitosa e laboriosa che tira avanti senza chiedere nulla, tanti Tatonno ‘e Quagliarella. Ormai è di moda presentarsi ad ogni elezione, si vedono personaggi dal nome altisonante, “napoletane” nate a Roma, conduttori TV ed arricchiti famosi, diventati all’occorrenza”, per definirsi “uno di voi”, “cantante napoletano” aiutati da musici indigeni privi d’amor patrio. Quindi, avendo capito che è del tutto inutile “denunciare i trucchi” allo stesso apparato statale che li “autorizza”, si invita la Città a reagire, ricordandole la sua gloriosa storia e la capacità di sopravvivere ai rovesci periodici che la storia ci ha riservato. Se ti porti a tiro, ti rialzerai ancora, come ai tempi di Carlo III o di Ferdinando II, un riferimento ad un periodo storico ben preciso della millenaria storia del Regno di Napoli. Quel periodo aureo di Napoli, nel secolo diciottesimo e metà del diciannovesimo, per merito dei Borboni. Occorre ben ricordarlo alle future generazioni, non certo conoscitrici della storia patria, avendo in mente la storia insegnata a scuole ed ancora su giornali e TV nazionali.

Considerazioni finali

Oggi la situazione non è molto differente da quella descritta nella Ballata, il cammino è ancora lungo, occorre tempo per la totale ripresa. Ma i Napoletani devono farcela da soli, devono smettere di litigare tra loro per l’appartenenza ai “partiti nazionali”, come i capponi di Renzo nei Promessi Sposi. Non devono aspettare l’arrivo di un nuovo “Salvapatria”. Occorre vigilare perché non arrivino “nuovi Crucchi”. Sono anche venuti profeti con idee federaliste o liberali, purtroppo hanno beffato chi aveva creduto ed aveva sperato.

Occorre favorire le iniziative che coltivano l’identità etnico-politica delle Regioni continentali del millenario Regno di Napoli. Non basta unire le forze, la gente deve riprendere la coscienza della propria identità e battersi per restituire a Napoli, ed all’ex Regno, la gestione del proprio destino, senza badare alle ideologie, politiche o religiose. In altre parti d’Italia, con analoghe problematiche, ci sono dei fermenti analoghi. Come ho già detto, a mio modesto parere, la cosa è fattibile se l’U.E. diventa l’Europa dei Popoli, un vero Stato  Federale, attuando l’dea che l’ha fatta nascere. Si potrà superare il “Plebiscito” (o le decisioni del Congresso di Vienna, nel caso di Genova) e recuperare il territorio del Regno di Napoli, dal Tronto allo Stretto, se le popolazioni saranno d'accordo. Si risorgerà di sicuro perché cadranno le leggi e le pastoie burocratiche, create dai regimi unitari d’Italia, e si ristabilirà l’organizzazione dei Borboni, molto avanzata anche nel Sociale.

Salvatore Bafurno


Il testo di Salvatore Bafurno è stato ricevuto nel mese di gennaio 2008. Le opinioni ivi espresse sono dell'autore e non coinvolgono "Brigantino - il Portale del Sud", che le ospita pur non condividendo le considerazioni "politiche".

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