Letture e monografie del periodo borbonico 1734 -1861

 

 

 

 

 

 

 

 

I pirati barbareschi

(prima parte)

Un secolo di lotte per la pace e la libertà nel Mediterraneo: scontri armati e trattati di cooperazione tra l'Antico Regno ed i Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente dal 1738 al 1836

Era il 21 aprile 1738 quando una squadriglia di sciabecchi algerini, guidata da un rinnegato cristiano che si faceva chiamare Haji Mussa, era entrata persino nel golfo di Napoli, con un progetto a dir poco ardito, che, tuttavia da l'idea di quale fosse lo strapotere che i pirati barbareschi avevano raggiunto in quel periodo nel Mediterraneo: erano intenzionati a catturare ed a portare come ostaggio al Bey turco di Algeri niente di meno che Carlo di Borbone, l'allora giovanissimo Sovrano, da pochi anni assiso sul trono di Napoli e su quello di Sicilia, di cui aveva ricostituito l'indipendenza.

Il Re si era recato nella sua tenuta di Procida per una battuta di caccia al fagiano e stava per far rientro a Napoli. L’audace piano non andò a segno, ma l'episodio servì a convincere il Sovrano dell'assoluta necessità di proteggere le popolazioni costiere ed i traffici mercantili del Regno contro una minaccia che si era fatta gravissima.

Rapidamente si passò dalle parole ai fatti. Il 25 febbraio 1739 fu stabilito di armare sette navi (quattro galeotte e tre grandi feluche) che si trovavano in allestimento. Dopo appena un mese, entrarono in azione ed aggiunte alla flotta. Furono formate tre squadre.

La prima ebbe il compito di sorvegliare le coste del Tirreno dallo Stretto di Messina fino alle Bocche di Capri, la seconda lo Jonio e la terza la Sicilia con gli arcipelaghi del suo sistema insulare. Il 23 giugno 1738, il primo scontro: al largo di Capo Palinuro. La squadra del Tirreno affrontò due navi corsare (una galeotta ed uno scappavia) provenienti da Tripoli. Furono catturate e condotte nel porto di Napoli.

Le trattative diplomatiche con la Sublime Porta

Mentre aveva rinforzato le difese ed inferto i primi colpi, Carlo di Borbone cercava saggiamente di percorrere anche un'altra via: quella diplomatica. Un trattato con l'Impero Ottomano, da cui dipendevano le reggenze di Tripoli, Tunisi ed Algeri, nei cui porti venivano equipaggiate ed armate le navi impiegate nelle incursioni dei pirati barbareschi.

Il 5 novembre di quello stesso anno 1738, quindi, fu sottoscritto un protocollo segreto che prevedeva l’instaurazione - in un lasso di tempo abbastanza rapido – di rapporti diplomatici stabili tra il Regno e la Sublime Porta di Costantinopoli.

Un delegato del Re partì per la capitale turca con la nave inglese "Gertrude" ed il 7 aprile 1740, nella sua qualità di plenipotenziario di Re Carlo di Borbone, sottoscrisse il "trattato di pace, navigazione e commercio". Per parte ottomana il documento fu firmato dal Gran Vizir El Haji Mohamed. Negli archivi napoletani l'accordo sarebbe stato così rubricato: "Prammatica Foedus Regium et Othomanum, XCVIII, 1740".

Le operazioni in mare intanto continuavano mentre si trattavano i dettagli dell'accordo con l’Impero Ottomano, tanto che il 13 agosto 1740, due galeotte napoletane sorpresero presso Capo Sottile due navi tripoline che preparavano un'incursione. Le assalirono e le affondarono: 78 uomini della ciurma furono portati prigionieri a Napoli.

In esecuzione del trattato, fu inviato a Costantinopoli un incaricato d'affari del Regno. Nel giugno 1741, due navi napoletane, che avevano portato nella capitale turca doni del Re per il Sultano, accompagnarono a Napoli El Haji Hussein, in qualità di ambasciatore straordinario della Sublime Porta presso la corte di Carlo di Borbone.

Il Sultano turco Mahmud Han mantenne la parola e diramò subito l'ordine ai Bey del Nord Africa di rispettare il trattato stipulato con i Regni di Napoli e Sicilia: i suoi vassalli di Tripoli, Tunisi ed Algeri, però, si guardarono bene dall’adeguarvisi. Le incursioni dei barbareschi contro le popolazioni costiere ed i convogli mercantili del Regno Borbonico, pertanto, continuarono.

Il leggendario "Capitan Peppe"

La flotta organizzata dal Re Carlo faceva buona guardia e riusciva ad avere la meglio sui pirati barbareschi. Il 22 settembre 1743 una squadra di due galeotte borboniche ritornava a Napoli con un nave pirata, partita da Tripoli, catturata con tutto l'equipaggio. Nella lotta contro la minaccia dei corsari, ben presto, si mise in luce un ufficiale borbonico, che assunse la dimensione di un eroe quasi leggendario: Giuseppe Martinez, alfiere di galera, comandante della "Sant'Antonio".

Nato a Cartagena nel 1702, giunto a Napoli nel 1732, quattro anni dopo era entrato nell'Armata di mare. Nel luglio 1747 fu destinato alla sorveglianza del litorale dei Presidi e tornò alla base un mese più tardi dopo aver catturato una galeotta tunisina con 36 uomini di equipaggio. L'anno successivo, promosso capitano, posto al comando di uno sciabecco da poco entrato in armamento, ripetette l'impresa nello Jonio, catturando uno sciabecco tunisino ed i 54 barbareschi che vi erano imbarcati. Nell'aprile 1752 le unità navali poste al comando del Martinez - che a Napoli era popolarmente acclamato come "Capitan Peppe" - furono impegnate, nei pressi dell'isola greca di Zacinto, in uno scontro con il "Gran Leone", un rubusto bastimento corsaro sul quale sventolava il vessillo del Bey d'Algeri.

La vittoria fu dei borbonici: lo sciabecco algerino fu affondato, 109 barbareschi rimasero uccisi e gli altri furono fatti prigionieri. Il "rais" fu portato in catene a Napoli, dove il comandante della squadra navale vittoriosa, ferito in battaglia, fu promosso e decorato dal Re.

Ma per "Capitan Peppe" non era ancora finita. Giuseppe Martinez, che aveva ottenuto il comando dello sciabecco "San Luigi", nell'aprile 1753, al largo di Capo Rizzuto catturò un pinco con le insegne del Bey di Tripoli e 90 uomini di equipaggio. Il "rais" Mohamed Ingnet fu fatto prgioniero assieme a 58 uomini della ciurma corsara, mentre gli altri perirono in combattimento. Qualche tempo più tardi, una nuova vittoria. Una squadra napoletana, nell'aprile 1757, intercettò lungo le coste della Calabria uno sciabecco algerino ed lo catturò.

Nel maggio successivo il Martinez riuscì ancora ad avere la meglio: un grosso pinco di Tripoli fu catturato nelle acque della Sicilia, dopo un vivace combattimento. A novembre, ancora un altro legno dei barbareschi cadde nella rete dell'ormai leggendario Comandante dell'Armata di mare delle Due Sicilie.

La bandiera con i gigli d'oro dei Borbone cominciava a incutere paura nei corsari del Nord Africa e ne riscuoteva il rispetto: le incursioni si ridussero fin quasi a scomparire. Quando però, nel 1759, il Re dovette partire per Madrid per cincere la corona spagnola con il nome di Carlo III, la situazione cambiò.

Alla morte del fratello Ferdinando VI, avvenuta il 10 agosto 1759, Carlo fu proclamato infatti re di Spagna. Il 6 ottobre abdicò in favore del figlio Ferdinando. Il 7 ottobre lasciò Napoli con la scorta del Comandante Martinez.

2ª parte


Fonti e Bibliografia

  • articoli del compianto FRANCO NOCELLA, già Presidente della Feder-Mediterraneo

  • Lamberto Radogna, “Storia della Marina Militare delle Due Sicilie”, Mursia, 1982

  • Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Del Grifo, 2004

 

Centro Culturale e di Studi Storici "Brigantino- il Portale del Sud" - Napoli e Palermo ilportaledelsud@fastwebnet.it ®copyright 2004: tutti i diritti riservati. Webmaster: Brigantino.

Sito derattizzato e debossizzato