Un secolo di lotte per la pace e la libertà nel Mediterraneo: scontri armati e trattati di cooperazione tra l'Antico Regno ed i Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente dal 1738 al 1836 Il 23 marzo 1833 fu sottoscritto un accordo di reciproca assistenza contro la pirateria con il Regno di Sardegna: fu decisa un'azione navale congiunta contro il bey di Tunisi. L'iniziativa si concluse positivamente il 10 maggio, mentre il 17 novembre veniva sottoscritto a Tunisi un trattato di pace e di amicizia fra il bey ed il Regno delle Due Sicilie. Con quell'accordo si confermava una precedente convenzione, sottoscritta il 17 aprile 1816, in base alla quale la bandiera delle Due Sicilie era considerata come quella della "nazione più favorita". Il trattato di TangeriL'epoca della pirateria impersonata nei barbareschi del Nord Africa era, ormai, al tramonto. Tuttavia, si ebbe ancora un colpo di coda. Nel 1834, infatti, sorsero nuovi "dissensi" con il Marocco. Materia del contendere: il rispetto della libertà di navigazione nelle acque mediterranee ed atlantiche di quel paese. Si sapeva che il sultano Mulay Abdel Rahman stava armando navi da guerra. Fu deciso pertanto che un raggruppamento navale delle Due Sicilie effettuasse una "dimostrazione" davanti alle coste marocchine. La divisione composta da una fregata, da una corvetta e da una goletta partì da Napoli il 13 maggio. Il retro ammiraglio Giavan Battista Staiti, giunto a Gibilterra, prese contatto con Mulay Abdel Rahman attraverso il console delle Due Sicilie per sapere se il sultano accettava le proposte del governo di Napoli per il rinnovo del trattato di amicizia. La fregata "Regina Isabella" uscì in Atlantico e costeggiò, verso sud, i litorali marocchine fino a Salè, effettuandovi delle manovre. Poi si ricongiunse con le altre unità della divisione a Cadice. Il 23 giugno il trattato era sottoscritto dagli emissari del Sultano e dai rappresentanti di Ferdinando II: le basi erano le stesse di un precedente trattato del 1782. Un consolato delle Due Sicilie era aperto a Tangeri, alle navi "dalla Real bandiera napolitana coverte" si riconosceva piena libertà di navigazione ed al Sultano si accordava un donativo di 16.000 colonnati "una tantum". Lotta contro lo schiavismo Da quel momento non si hanno più notizie di aggressioni da parte di pirati barbareschi contro navi, paesi e beni delle Due Sicilie. Un'epoca si chiude, mentre si profilano i presupposti per la nascita di un'epoca nuova. I prigionieri musulmani catturati durante le incursioni erano stati utilizzati per la costruzione della Reggia di Caserta, così come i militari e civili delle Due Sicilie catturati dai barbareschi erano stati venduti come schiavi a Tripoli, a Tunisi o ad Algeri. Da parte del Regno delle Due Sicilie, però, non c'erano mai stati tentativi di prevaricazione nei confronti dei popoli del Nord Africa: le radici del colonialismo si sarebbero manifestate soltanto all'indomani del 1860 e sarebbero nate in altri contesti, a partire dalle velleità imperialistiche dell'ex garibaldino Francesco Crispi, sensibile esecutore degli interessi della nascente economia industriale "padana": il governo borbonico, per un secolo, si era limitato ad esercitare esclusivamente il proprio diritto alla legittima difesa. Il suo obiettivo era sempre stato quello di salvaguardare i propri interessi nazionali e commerciali. Strumento privilegiato per il conseguimento di questi scopi era sempre stato quello di stabilire accordi diplomatici con tutti i governi disseminati sulle sponde orientali e meridionali del Mediterraneo: dalla Sublime Porta di Costantinopoli fino al Sultano del Marocco. Suo interesse strategico era sempre stato quello di stabilire con tutti gli stati rivieraschi accordi di amicizia e di collaborazione. Risolti gli spinosi problemi posti dalla pirateria che dominava i mari circostanti il Regno, le Due Sicilie - superata qualsiasi forma di rancore per le negative esperienze del passato - si stavano avviando su una strada del tutto nuova: quella del dialogo, della tolleranza, del rispetto per i diritti umani e dei diritti dei popoli. Non ci sono trattati a dimostrarlo, ma qualcosa di molto più importante, eloquente e convincente. Alcuni fatti, per la verità, poco noti, che riguardano la vita di Ferdinando II. Ce ne parla Michele Topa, giornalista e biografo degli ultimi Borboni di Napoli. Uno degli impegni che caratterizzò la vita del penultimo Sovrano delle Due Sicilie fu la lotta contro la tratta degli schiavi. Nessun libro di storia lo dice, ma egli, sin da quando cinse la corona, si occupò di quel problema che lo angosciava ed il 14 febbraio 1838, in una convenzione stipulata con l'Inghilterra e la Francia, assunse con piacere l'impegno ci cooperare, tanto con rilevanti somme di denaro quanto con la forza delle armi, alla lotta per l'abolizione di quel nefando, odioso commercio. Nel Reame introdusse pene severissime contro coloro che avessero esercitato quel turpe mercato. "I nostri figli neri" Un'altra testimonianza che mette in evidenza lo spirito con cui i Borbone si erano posti nei confronti delle popolazioni di colore è costituita dall'accoglimento, nell'ambito della famiglia reale, di due moretti schiavi, donati a Ferdinando II dal generale Paolo Avitabile. Costui, nativo di Agerola, dopo essere stato ufficiale nell'esercito borbonico era emigrato nel Medio Oriente, dove era divenuto vice re del Peshawar, molto agevolando il commercio con il Regno delle Due Sicilie. Ritornato in patria, offrì al Re i due piccoli mori, che si chiamavano Marghian e Badhig. Ferdinando fece immediatamente liberi i due fanciulli, li tenne al fonte battesimale e fu anche loro padrino di cresima. Al più grandicello, Marghian, diede il proprio nome. All'altro, quello del principe ereditario Francesco. Li fece istruire nel collegio dei Gesuiti e successivamente in quello dei Barnabiti. Prima di morire, nel 1859, accordò loro una pensione dalle sue sostanze private. Sia lui che la Regina Maria Teresa, parlando dei due moretti, dicevano "i nostri figli neri". Finiti gli studi, Ferdinando Marghian ebbe un impiego nella biblioteca privata del Sovrano. L'altro, cagionevole di salute, fu affidato al guardarobiere del Re, Gaetano Galizia. Entrambi, diventati adulti, restarono fedeli alla famiglia reale anche nella sventura. Seguirono Francesco II a Capua ed a Gaeta e, dopo la resa della fortezza, nel 1861, a Roma. I fatti, è noto, parlano più di tante parole. Ed a questi fatti si affida la conclusione di una storia che era iniziata con il racconto del tentativo dei pirati algerini di catturare, nelle acque del golfo di Napoli, Carlo di Borbone, il restauratore dell'autonomia del Regno delle Due Sicilie, mentre ritornava a casa dopo una battuta di caccia al fagiano nell'isola di Procida. Fatti inoppugnabili che delineano un inizio ed una fine, attraverso cui si chiude un cerchio. Fatti che ci parlano di quello che avrebbe potuto essere il futuro. Anzi, a ben riflettere, di quello che potrebbe ancora essere il futuro.
Fonti e Bibliografia articoli del compianto FRANCO NOCELLA, già Presidente della Feder-Mediterraneo Lamberto Radogna, “Storia della Marina Militare delle Due Sicilie”, Mursia, 1982 Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Del Grifo, 2004
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