Sud Illustre


 

Beato Benedetto Giuliani d’Evoli

di Mariano Pastore

Mapa39Copyright © 2012

 

Quel che narro di questo glorioso Ebolitano Benedetto Giuliani, Beato e Servo del Signore l’ho letto dalle “HISTORIE SAGRE DEGLI HVOMINI ILLVSTRI PER SANTITA’ DELLA CONGREGATIONE DE CELESTINI dell’Ordine di S. Benedetto, RACCOLTE, E DESCRITTE DA D. CELESTINO TELERA DA MANFREDONIA, Già Abbate Diffinitore, e poi Abbate Generale della Congregazione. In Bologna, per Giacomo Monti. 1648 et in NAPOLI, con additione, per Geronimo Fasulo. 1689. Con licenza de’ Superiori. [1]

Vita del

Beato Benedetto Giuliani d’evoli

Monaco Celestino

A. La Nascita la famiglia del Beato Benedetto Giuliani

Quanto si narra del glorioso Beato Servo del Signore nella storia della Congregazione Celestina, il Talera afferma che l’informazioni le ha avute leggendo scritture antiche, da notizie dei Padri Celestini e dai suoi compatrioti. benché altri, è fama che ne registrassero la vita anche più diffusa della seguente, ma per essersi smarrita, non può aversi cognizione nemmeno dell’Autore.

Benedetto Giuliani nacque ad Eboli, in quel tempo detta Terra d’Evoli, in provincia di Basilicata del Regno di Napoli nell’anno 1441 sotto il Papato di Eugenio IV. Notizia ricavata da una scritta su pietra nel 1570 a fianco della sua sepoltura, in cui attestava che morì nel 1511.

Il padre Filippo Giuliani ebbe dalla moglie sei figli e non ostacolò la decisione di Benedetto di entrare nella famiglia dei Celestini. Mapa39 (…) Onde venuto in età di poter discernere il bene dal male, e lo stato più sicuro per la salute dell’anima sua, fece istanza ai suoi parenti, di voler entrare, per servire al Signore nella Celestina Religione. (…) [2]

La casata Giuliani di Eboli discendeva dalla famiglia Julia fondata da Ascanio figlio di Enea.

Benedetto indossò la veste Celestiniana nell’anno 1457, era Abate Generale della Congregazione il P. D. Teofilo da Bergamo, per le sue brillanti doti spirituali e per l’adoperarsi verso incarichi gravosi di responsabilità, i suoi superiori gli affidarono di occuparsi con il titolo di Priore il governo del Monastero di S. Pietro d’Evoli posto nella piazza principale della nostra Città.

Alcuni manoscritti antichi del suo ordine esaltano il Beato Benedetto riportando come donava con grande generosità l’impegno di evangelizzatore:

() ardeva di tanta carità verso il prossimo e i suoi compatrioti, che in tutte le discordie tra costoro nate soleva interporsi con gran prudenza a beneficio commune e ne riportava sempre il guadagno della pace e concordia; per la qual causa fu da tutto quel popolo come Padre universale sommamente amato e riverito. A’ poveri e bisognosi non seppe negar cosa veruna, e di più hebbe in costume di prender informatione di quelle famiglie, che maggiormente penuriavano, alle quali con le sostanze del Monastero sovveniva. Dell’osservanza monastica in tempo de’ suoi governi fu zelantissimo custode, perché di notte e giorno operò che si salmeggiasse in Chiesa con molto decoro; e mantenne la ritiratezza dal secolo. Della sua dottrina non habbiamo altro testimonio; ma sì bene potremo darci a credere, che havesse quella sufficienza e letteratura, che gli era necessaria al buon governo. [3]

B. Costumi e apostolato e morte del Beato Benedetto

Padre Benedetto morì nel suo monastero ad Eboli in piazza Porta Dogana posto tra il palazzo della famiglia De Cristofaro e la torre del castello Normanno-svevo, nell’anno 1511 aveva 70 anni, la sua morte causò dolore e smarrimento nella popolazione, tanto era amato che i fratelli Celestini collocarono la salma in un posto dove il popolo potesse meglio rendergli onore, tutto questo durò fino al 1570 quando Pio V. con una Bolla (…) comandò che tutti i cadaveri di qualunque persona, ch’erano sopra terra sepelliti, si ponessero nelle profonde sepolture. Il che fu immediatamente da que’ Padri adempito; poiché essendo quella sola cassa nella Chiesa contro la dispositione della Bolla, la fecero smurare per trasferirla nella comune sepoltura. All’ora, cioè mentre si percosse il muro per estrarne il sagro corpo, si sentì nella Chiesa un odore più che naturale, qual poi si diffuse per tutta la Terra; onde stupiti e ammirati, discorrevano gli huomini da ogni lato, per poter conoscere l’origine di tal novità; si accrebbe la maraviglia, perché in quel punto istesso videro conturbata l’aria, e tosto caddero in terra horrende piogge di grandini, e fulmini in molta quantità, ma senza portar oltraggio a cosa veruna. Si ché, invitati gli habitatori da quel soavissimo odore, e spaventati dalla tempesta, rimasero tutti confusi, e disordinati. Ma tirati finalmente da quella fragranza, verso la Chiesa di San Pietro, in cui sentirono odore molto più soave, entrarono e furono spettatori dell’inventione del sagro deposito, che fu l’origine del tutto.

Era il corpo vestito con la cocolla di panno nero fino: sotto di cui si vide la tonica bianca di panno, detto ferandina: quali in tutto lo scritto spatio di 59 anni eransi miracolosamente conservate intatte e sane. Fu fatta parimente diligenza per osservare il resto del corpo, e si ritrovò tutta la carne immacolata, bianca, e molle, senza che nel volto o in altre parti, benché più esposte alla corruttione, si discernesse difetto alcuno.

Al che si aggiunse la molta fragranza che da quelle carni meravigliosamente spirava, e era sì stravagante e insolita, che giammai può paragonarsi ad altro odore di questa vita. Né solamente in quel luogo si conservò l’odore del corpo e dei suoi panni, ma anche, strappate e tagliate alcune piccole parti delle vesti, per conservarle nei Reliquiari, mantennero l’ istessa prerogativa. Si ché, da tutte queste gratie, con le quali Iddio segnalò il Beato Padre, si potrà con infallibile argomento dedurre, che la vita di lui fosse stata santa, e grata a Sua D. M. e che di più in tutto il corso di sua età havesse conservata intatta la pregiata virtù della verginità, significata dall’incorruttione della carne, e dall’odore, che da quella ne veniva. Occorse tutto ciò nel 1570. …[4] Mapa39

La congregazione dei Celestini per tenerne in vita la memoria e l’esempio della sua santa condotta, gli diedero una degna sepoltura in una medesima cassa ed eressero questo epitaffio scritto sul marmo:

Hic requiescit corpvs Venerabilis Patris Fratris Benedicti de Jvliani de Ebulo

Ordinis Coelestinorvm, hvivs Ecclesiae Prioris, qvi obijt anno Domini 1511.

Indictione cvivs anima divina clementia reqviescat in coelestibvs aedibvs.

Qvo tempore Pivs V Pontifex Maximvs omnes defvnctorvm tvmvlos, qvi

svper pavimento, in Ecclesijs extrvebantvr, svb terra locandos esse

mandavit: ipsvm Reverendi Patris Prioris corpvs agile, vestimenta, tabvlae

etiam qvibvs tvmvlvs compactvs fvit, ita incorrvpta, ac sincera omnia,

cvnctis qui concvrrerant admirantibvs, reperta svnt, ac si recens esset

mortvvs et sepvltvs. Odor mvltvs, cvm tvmvlvs aperiebatvr, svaniter

emanabat Nonnvlli aegra corporis valetvdine, varijsque febribvs effecti, qvi e

vestimentis eivs aliqvid excipiebant, se sanatos fvisse praedicarvnt. Haec ad

fvtvram rei memoriam, tanta vt viri sanctitas pateat vniversis. [5]

 

Qui riposa il corpo del venerabile frate Benedetto Giuliani da Eboli,

dell’ordine dei Celestini, priore di questa chiesa, morto nell’anno del

signore 1511. La sua anima per divina clemenza riposi in cielo. In quel

tempo il Sommo Pontefice Pio V ordinò di porre sotto terra tutti i sepolcri

dei defunti che venivano collocati sui pavimenti nelle chiese: a tutti coloro

che erano accorsi in quel luogo pieni di ammirazione il corpo in buono

stato del reverendo padre priore, gli abiti e anche le tavole su cui il

sepolcro era stato appoggiato apparvero integri e intatti, come se fosse

morto e fosse stato seppellito da poco. Un intenso e dolce profumo si

diffondeva con l’apertura della tomba. Alcuni, affetti da grave malattia

fisica o da febbri di vario tipo, dopo aver preso qualcosa dai suoi abiti,

affermarono a gran voce di essere guariti. Ciò a futura memoria dell’evento,

a testimonianza per tutti della santità così grande di quest’uomo. [6]

C. Fu di nuovo aperta la sepoltura del B. Padre e avvennero molti miracoli.

Nel 1603 dopo trentacinque anni che Benedetto Giuliani dormiva il sonno dei Beati nella sua Chiesa di S. Pietro sotto il marmo con su scolpito il suo Epitaffio, i frati nel seppellire uno dei confratelli rimasti della sua generazione nel rompere il pavimento adiacente al suo sepolcro causarono inconsapevolmente il ritrovamento della cassa dove riposava il Beato Benedetto, causando di nuovo l’espandersi per la chiesa il soave odore sentito trentatre anni prima. Incuriositi sia i frati che il popolo decisero di aprire la cassa per osservare gli abiti e le carni che si presentarono ai loro occhi fresche, con i capelli in testa e con le parti del ventre e del petto completamente sane, come per appunto si erano presentate al tempo della Bolla papale di Pio V. Nella cittadinanza e nei paesi limitrofi si risvegliò tanta devozione che tanti malati chiesero l’intercessione del Beato per riaver la salute perduta.

Girolamo Corcione, parente di esso Beato per parte di donna, havendo nella sua mano sinistra una postema (ascesso) sì maligna e pericolosa, che dopo haver adoprati tutti que’ medicamenti, che gli furono ordinati da Medici, divenne di color nero, e fu stimata incurabile: sperò nell’intercessione del suo Benedetto, e con viva fede vi applicò una particella del suo habito, e senz’altra cura in pochi giorni hebbe la gratia della salute, senza che rimanesse ne meno vestigio del male. Della qual gratia, ad effetto d’ inserirla in Processo, fu richiesto il Corcione da un nostro Padre, che quivi l’anno seguente venne, e fu registrata con altri miracoli; i quali con tutta l’informatione, che se ne prese a fine di mandarla in Roma, per la poca cura non più si leggono.

Agostino Basile fu per molto tempo maleficiato, e per tal cagione quasi sempre nel parlare gli si annodava la lingua, in modo che non poteva proferire. E di più gli uscì nella mano sinistra un tumore, dentro di cui sentiva una molestia, e dolore sì grande, come se dentro vi fossero state tante formiche, né da tale infermità giamai si liberò. Hebbe ricorso al Beato Padre, e s’insinuò tanto, che gli riuscì di rubbare un dito della mano (poiché in que’ primi giorni, che si aperse la cassa, non fu fatta la debita custodia in guardare quel santo corpo) applicò la Reliquia sopra la mano inferma, e incontanente sentì un freddo terribile, qual poi passato, rimase dal dolore, e dall’enfiatura libero. E ponendo il dito del Beato dentro una borsetta se l’appese al collo, con ferma speranza, che per intercessione di lui havrebbe ricevuta l’altra gratia del maleficio: e così appunto il benignissimo Beato gli corrispose, poiché tra poco tempo si conobbe sciolto di lingua, e totalmente libero, del che ne rese le dovute gratie al Signore e al suo Servo.

Si pubblicò per tutti que’ paesi la fama di questi miracoli, da’ quali accesi e stimolati gl’infermi, contendevano per poter havere qualche parte, benché minima, delle vesti di lui: e si narra, che moltissimi febbricitanti al tocco di quelle, furono sani.

Giulia di Clario d’Evoli, moglie di Ferrante del Bruno, per residuo d’una lunga e mortale infermità, restò nel volto enfiata, e con dolori acerbissimi nelle braccia, da’ quali non sapevano i medici liberarla. Andò con gli altri per adorare il corpo del Beato: e nel pregarlo con gran spirito e fede di volerle restituire la salute, baciò il santo habito di lui, senz’altra dimora si conobbe sgravata, con molta sua meraviglia, e allegrezza, da tutti que’ mali.

Portia Abbati della medesima Terra d’Evoli, che per molto tempo fu ammaliata, e dal demonio offesa, essendo a preghiere de’ suoi parenti esorcizata da uno dei nostri Padri avanti la tomba del Servo di Dio, con poco contrasto nell’invocatione del Beato divenne libera.

Era parimenti da maligni spiriti infestato Pietro del Sacco, ma non fu conosciuto per tale, perché sebbene tremasse in tutto il corpo, e pativa alcuni altri insoliti moti, si ascrivevevano però questi effetti ad infermità naturale. Condotto poscia al sacro corpo, e odorato ch’ebbe le vesti di quello, subito gli venne il demonio alla lingua, e cominciò a parlare, e strepitare per far violenza di partirsi; fu alla fine esorcizzato, e liberato. [7]

Per tantissimi giorni il corpo del Beato Benedetto rimase in Chiesa alla vista del popolo che accorse a venerarlo per i miracoli fatti, poi per decisione del superiore del convento, venne posto in un’altra cassa e portato in Sagrestia dove le sue spoglie si mantennero intatte senza deteriorarsi per tantissimi anni.

Di Benedetto Giuliani il padre Marini della stessa congregazione che visitò il monastero di Eboli così si esprime: il padre fra Benedetto morto più di cento anni fa il cui corpo si conserva ancora intero nel suo sepolcro ad Eboli, dove è ancora venerato per santità e per le molte grazie che il popolo riceve grazie alla sua intercessione. I suoi confratelli hanno preso una grave e giusta decisione di non mostrarlo più al popolo perché si sono accorti che gli è stato tagliato e portato via gran parte dell’ abito talare.

Anni dopo le sue spoglie vennero trasportate dal monastero di Eboli a quello di San Pietro a Maiella di Napoli perché luogo più sicuro. Si apprende da una lettera di don Giuseppe Pisciotta di Eboli canonico della Collegiata di Santa Maria della Pietà che chiedeva a Gherardo degli Angeli paolotto a Santa Maria della Stella di Napoli se voleva scrivere degli elogi ad alcuni uomini illustri ebolitani il Poeta così rispose per quanto riguardava l’elogio a fra Benedetto:

(…) Le notizie del B. BENEDETTO GIULIANO da EBOLI, della Congregazione Celestina, le cui sacre ossa dall’antichissimo suo Monistero della Città medesima, in Napoli trasportate, restarono arse, e distrutte nell’accidentale incendio della Sacristia di S. Pietro a Majella, mi pajono scarse, e non bastevoli a formare un’ elogio di un tanto uomo, proccurate adunque con maggiore studio di investigarne altre memorie, e non so, se abbiate letto che la sua stirpe era d’antica nobiltà Romana; e durando in Eboli per più secoli, colle principali nobilissime famiglie CLARIO, CRISTOFARO, CAMPAGNA, NOVELLA, CORCIONE, e MARTUCCI s’imparentò; la quale oggi D. Diana Madre di D. Gianbatista Cristofaro sol rappresenta. [8]

Mariano Pastore

mapa39Copyright ©2006Storia&Arte


Note

[1] Frontespizio

[2] Historie… pag. 358 da rigo 5 a rigo 9

[3] Historie… da pag. 359 rigo 29 a pag. 360 rigo15.

[4] Historie… da pag. 361 rigo 5 a pag. 362 rigo13.

[5] Historie… pag. 362 da rigo 18 a rigo 33.

[6] La traduzione dell’Epitaffio e di Carlo Manzione.

[7] Historie… da pag. 363 rigo 28 a pag. 365 rigo 27.

[8] Orazioni di Gherardo degli Angioli Ebolitano Dell’ordine dei Minimi PARTE III Ultimamente più dall’Autore accresciuta, e migliorata. In Napoli 1763 Nella Stamperia Simoniana. Con licenza de’ Superiori pag. 99 da rigo 5 a rigo 21.


© Riproduzione riservata mapa39 Storia&Arte Ebolus dulce solum, 2006. Pubblicazione Internet a cura de Il Portale del Sud ®, maggio 2012 © riproduzione totale o parziale vietata.

Centro Culturale e di Studi Storici "Brigantino - il Portale del Sud" - Napoli e Palermo ilportaledelsud@fastwebnet.it ®copyright 2012: tutti i diritti riservati. Webmaster: Brigantino.

Sito derattizzato e debossizzato