La politica dei
cannoli
di Francesco Merlo
(1)
Berlusconi e il suo scudiero Micciché
hanno ammazzato "cummari Turidda". E non è la Cavalleria rusticana. In
nome della solita politica sicialiana dei cannoli il cavaliere
Berlsuconi, sorretto alla staffa da Miciché, ha infatti fatto
fuori Stefania Prestigiacomo, la bella Turidda malandrina di Forza
Italia. Al suo posto, come avevamo amaramente e facilmente previsto, il
candidato del centrodestra al governo della Sicilia è Raffaele Lombardo.
Mummia replicante di Totò Cuffaro
che, dato per spacciato per motivi giudiziari, fu proditoriamente
insolentito dalle furbizie dei suoi ex amici Micciché e Dell'Utri alla
ricerca truffaldina di un'immagine antimafia, di una faccia pulita, di
un progetto rigeneratore con cui catturare la buonafede degli allocchi,
dei siciliani presunti allocchi.
Senza alcuna ironia, Micciché aveva
chiamato la morte apparente di Cuffaro "rivoluzione siciliana", ma era
solo l'accanimento della iena sul cadavere dell'amico. Perché una cosa
deve essere chiara: umanamente Cuffaro vale molto più del suo
interessato denigratore che ha sempre e solo lucrato. Prima, sulla
fortuna elettorale di Cuffaro e, dopo, sulla sua sfortuna giudiziaria.
Il bottino della transazione fintamente anticuffariana è la promessa che
ieri gli ha fatto Berlusconi di una poltrona ministeriale. Già
sprofondato nel suo feuteuil, ieri il pugnace Micciché ha detto:
"Una volta al governo, difenderò la Sicilia e sarò il garante del
rinnovamento".
Una comica siciliana così prevedibile
e banale non avrebbe meritato alcuna considerazione se non ci fosse
stata di mezzo l'idea della doppia candidatura pulitamente femminile a
sinistra come a destra, Finocchiaro-Prestigiacomo, due donne come
risorsa di semplice genialità: antimafia e antiretorica, antivischiosità
e antivittimismo, anticlientele e antipolitichese, anticannoli e anti
vasa-vasa. E ancora: contro l'onnipotenza impunita della burocrazia
regionale, contro i nani e contro i padrini...
La bellezza antimafia era una bella
invenzione che circolava in Sicilia da un po' di tempo e che tutte le
persone per bene, di destra e di sinistra, corrette e scorrette
politicamente, si erano augurate che si avverasse: sui giornali
regionali, nei convegni universitari, nei salotti, nei club, nella
Sicindustria, nei sindacati... Ebbene, il furbo Micciché ha capito che
la trovata poteva tornargli utile e, nel giorno della famosa condanna
festeggiata a cannoli, l'ha subito usata contro Cuffaro.
Finché ieri, ottenuta come ricompensa
la promessa del ministero, Micciché si è rassegnato a fare a meno della
Prestigiacomo, si è rialleato con Cuffaro e ha benedetto Lombardo, pur
lamentando con i cronisti la pressione "esercitata sul povero Berlusconi"
da parte della "solita Sicilia pirandelliana" che, per la verità, non
esiste se non come alibi del malaffare e come trastullo dei letterati
impotenti. Dunque ieri Micciché citava e ricitava Pirandello. Ma sentite
come ha spiegato il paradosso del partito di Casini-Cuffaro, l'Udc, che
a Roma è contro Berlusconi ma in Sicilia è il suo alleato più prezioso.
Gli ha chiesto il cronista dell'Ansa: "Nessun imbarazzo a livello
nazionale?". Risposta di Micciché: "Evidentemente c'è un motivo per cui
Kafka è nato a Vienna e Pirandello è nato in Sicilia". A questo punto il
cronista dell'Ansa si è voltato verso un collega e gli ha domandato: "Ma
Kafka non nacque a Praga?".
Per la verità Micciché, professore
immaginario che nel suo sito si spacciò per docente "nel Dottorato di
ricerca in Trasporti", era stato già animatore di altri dibattiti
culturali e meriterebbe, solo per questo, un ministero in "Male figure e
strafalcioni". Fu per esempio coprotagonista di un duetto con il regista
Luca Ronconi, al quale ingiunse di eliminare dalla messinscena
siracusana delle Rane di Aristofane le caricature di Berlusconi,
Bossi e Fini. "Ma questo chi è?" chiedeva Ronconi. "E' Micciché" gli
rispondevano. E Ronconi: "Micci-chi?".
Al di là degli infortuni culturali
del suo staffiere siciliano (ne lasciamo l'elenco completo ai
cabarettisti), ieri Silvio Berlusconi ha definitivamente consegnato la
candidatura di governatore della Sicilia a Raffaele Lombardo, il più
spregiudicato, il più potente ma anche il più banale dei politici della
Trinacria ("trinacriuti"), l'uomo che ha scoperto il leghismo siciliano
dopo le mirabolanti stupidate di Bossi e dopo l'indecorosa sepoltura dei
sicilianismi d'antan di vacua presunzione, dai Vespri siciliani a Tasca
Bordonaro a Canepa e, scadendo via via nel ridicolo, da chi voleva la
Sicilia annessa agli Stati Uniti a chi la voleva (s)connessa alla Libia.
Sino appunto agli attuali mostri dello Mpa (Movimento per l'autonomia)
che coniugano il papismo borbonico con il vittimismo antieuropeista, la
voracità dell'euro-accattonaggio con il ricatto ministeriale. E dunque:
voli gratis per i siciliani, benzina a metà prezzo, "quote" siciliane
ovunque si possa "bagnare il becco": in siciliano "bagnarisi 'u pizzu".
Insomma Lombardo piazza un proprio uomo ubiquitariamente, purché
ci sia lucro: dalle politiche agricole a quelle dei trasporti, dalla
sanità all'istruzione, Lombardo gestisce una caccia al tesoro delle
finanze derivate che mai nessun altro notabile meridionale aveva mappato
con altrettanta, meticolosa, puntuale accuratezza "geocratica". Ecco:
Lombardo ha elevato all'ennesima potenza il leghismo del mendicante.
Da un punto di vista elettorale,
Lombardo ha perfezionato il modello ruspante del suo profeta Cuffaro e
oggi controlla il territorio proprio come i barboni presidiano gli
ingressi delle chiese, le stazioni della metropolitana e le entrate dei
supermercati. E sono entrambi medici, Lombardo e Cuffaro, come vuole il
nuovo potere politico nel Meridione. Signori delle corsie, i medici al
Sud sono spesso i nuovi ricattatori della salute - "o il voto o la vita"
- , e gli ospedali sono le scuole di fedeltà, i luoghi dove si coltiva
il consenso: hanno preso il posto delle sezioni di partito. Ebbene, in
questa nuova politica del territorio, Lombardo sta a Cuffaro come Marx
stava a Saint-Simon: il lombardismo è il cuffarismo scientifico.
E infatti esteticamente la differenza
è riassumibile nei baci che Lombardo non dà e nei baffi che Cuffaro non
ha.
Baci, baffi e cannoli: non dico che
la Sicilia deve a Berlusconi tutto il corredo iconografico
dell'antropologia del suo potere più sguaiato. Ma certamente Berlusconi
ha perduto anche questa occasione storica: liberare la Sicilia dai baffi
mongoli di Lombardo, dai baci levantini di Cuffaro, dai cannoli mafiosi,
dai Kafka viennesi di Micciché e forse, finalmente, anche dall'abuso di
Pirandello...: il prossimo che lo cita lo mandiamo all'ergastolo - 141
bis - e buttiamo la chiave a Praga. Tanto, loro la cercheranno a Vienna.
(1) La Repubblica, 25 febbraio 2008

http://wolontari.ilcannocchiale.it/