Genova abdica Porti, il trionfo del Sud di Giorgio Carozzi Allegramente proiettata a infrangere i confini della realtà e impegnatissima a battere ogni record di masochismo, la Genova dei porti e dello shipping consegna definitivamente le chiavi del potere nelle mani del Centro e soprattutto del Sud Italia. Scelta ben poco rassicurante, se solo si pensa che le sfide per la sopravvivenza e lo sviluppo si giocano da qualche tempo ben oltre la Lanterna. L'estate che incalza offre un'immagine impietosa. Genova abdica in tutti i settori un tempo strategici: dalle crociere ai collegamenti aerei, dal governo delle flotte alla leadership sui porti. Il giro di valzer si è aperto a Roma, dove Confitarma ha incoronato per la prima volta un napoletano alla presidenza degli armatori italiani. È vero, la scelta finale di Nicola Coccia (braccio destro del potentissimo Gianluigi Aponte, stravincitore della gara per il Multipurpose poi convinto dall'Authority di Novi a rinunciare) è frutto di un compromesso che scongiura il terremoto interno alla confederazione. È vero anche che accettando l’elezione di Coccia, la componente genovese ottiene in cambio deleghe e uno spazio di rappresentatività. Ma in ogni caso sarà Napoli a guidare l'organizzazione imprenditoriale e a negoziare con istituzioni, governo e Unione europea. Scontatissimo finale di partita. Napoli, Sorrento e Torre del Greco hanno gettato sul tavolo lo strapotere delle loro flotte sui mercati, gli investimenti, le innovazioni, il numero massiccio dei lavoratori occupati. Genova? Da anni è (quasi) ferma al palo. Può competere solo con Pier Luigi Foschi, leader di una flotta passeggeri comunque controllata dagli americani. Può resistere schierando Stefano Messina, Novella, il savonese Orsero e pochi altri. Battaglia non di principio ma di sostanza, quella combattuta negli ultimi mesi all'interno di Confitarma. I vincitori, tanto per fare un esempio, metteranno il naso nella privatizzazione di Tirrenia e contratteranno i finanziamenti per le autostrade del mare. Ma in ogni caso, quella degli armatori è una vicenda privata. Ben più dirompenti sono le ricadute negative, dal punto di vista economico e sociale, della resa della Genova dei porti. Veder chiaro in questa nebbia è operazione disperata, perché va compiuta dentro la palude dove stanno marcendo politiche e valori. È una poltiglia livellata dal cinismo e dal vuoto di ideali. Assoporti. L'associazione cui fanno capo tutte le Autorità Portuali italiane è guidata da un uomo del Sud, Tommaso Affinita, presidente a Bari. Ma non è questo il punto. Il fatto più grave è che Genova è completamente assente dalla stanza dei bottoni in cui si decidono strategie, ripartizione delle risorse e attribuzione delle competenze dallo stesso giorno in cui Giovanni Novi ha assunto la presidenza di Palazzo San Giorgio. Un anno e quattro mesi senza una briciola di potere reale, senza uno straccio di vice presidenza (concessa perfino ai porti di serie B), senza un rappresentante in grado di confrontarsi con governo e ministri. Civitavecchia e Napoli. Facile capire perché, in rapida successione e con inaudita aggressività commerciale, Civitavecchia e Napoli abbiano fatto il vuoto. Il primo porto è guidato da Gianni Moscherini, vicino al centrodestra, ex seminarista con forti agganci in Vaticano, ex sindacalista socialista della Filt Cgil (un giorno i portuali di Batini lo rincorsero infuriati sui moli per picchiarlo...). Su Civitavecchia Moscherini ha saputo convogliare centinaia di milioni di euro di finanziamenti, ha letteralmente rivoluzionato il porto, ha creato valore aggiunto, ha umiliato Venezia battendo ogni record in fatto di crociere. In verità, è stato il "napoletano" Francesco Nerli a inventare la ricetta magica, poi copiata da Moscherini per convincere i colossi delle vacanze sul mare a dirottare navi e business su Civitavecchia. È una formula banale, semplice, che in un anno e quattro mesi Genova non è riuscita ad offrire non alle navi di Costa che scalano oggi Savona (600 mila passeggeri...) ma almeno alle navi di Costa che verranno. Un terminal gestito direttamente dagli armatori, che in cambio ovviamente investono. Sotto la Lanterna è una bestemmia. E poi, vuoi mica paragonare un Ponte Parodi disegnato e gestito da Tursi piuttosto che un Ponte Parodi in mano a chi porta i crocieristi come Foschi... Viene rabbia ad osservare con un minimo di disincanto l'azione di Francesco Nerli a Napoli (non a Rotterdam). Con l'astuzia del politico navigato (è stato senatore per il defunto Pds), Nerli e il suo fedele segretario generale, Pietro Capogreco, hanno trasformato in salotto buono le più sgangherate banchine d'Italia. Crociere, Stazione Marittima rivisitata nel segno della funzionalità, waterfront ridipinto senza chiasso e polemiche, barriere cancellate, terminal container consegnato ad Aponte, Cosulich e ai cinesi. Che ricambiano investendo cento milioni di euro. Adesso Nerli gira l'Italia spiegando il "modello Napoli". E lo shipping si alza in piedi. Adesso Napoli è capofila di un progetto europeo per lo sviluppo delle autostrade del mare, unica proposta italiana concordata con il ministero dei Trasporti e inviata a Bruxelles. Adesso Nerli e Capogreco lanciano da Capodichino addirittura il volo diretto bisettimanale per New York. Ma vuoi mettere il collegamento dal "Cristoforo Colombo" per Tirana (Albania).
Giorgio Carozzi, il Secolo XIX, luglio 2005 |