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I danni italiani dei Savoia
Son
tornati a batter cassa gli eredi di una monarchia, che ha attinto risorse e
ricchezze dagli ex stati preunitari dopo il 1860, con le recenti
dichiarazioni del rampollo Emanuele F. di Savoia circa il presunto
risarcimento di 260 milioni di euro chiesto allo stato italiano per i danni
subiti con l’esilio e la confisca post-bellica. Ma perché gli eredi dei
Savoia hanno dovuto abiurare pubblicamente le sole leggi razziali o dare una
semplice ed inattendibile “parola di Re” circa la rinuncia ai beni familiari
(lettera portata a conoscenza del Parlamento dal governo Berlusconi) passati
poi alla repubblica italiana, quale garanzia al loro rientro sul suolo
italico (tralasciando i molti tragici danni prodotti da tale dinastia con il
regno d’Italia, ancora oggi impressi nella memoria offesa di migliaia di
cittadini)? Il loro giusto rientro dall’esilio doveva essere accompagnato da
una lunga nota di scuse e di perdono per i nefandi errori commessi da Casa
Savoia a danno della nazione italiana. In merito, alcuni spunti di
riflessione per il contestato decreto legislativo del 2002 di abrogazione
della “norma transitoria Costituente”, circa il veto di entrata in Italia
per i Savoia, si possono, ancora oggi, estrapolare dalle pagine del “Saggio
sulla Quistione Napoletana, considerata dalla stampa rivoluzionaria”,
edito nel 1862 da autore anonimo per motivi precauzionali, a causa della
mancata libertà di stampa vigente nel nascente regno d’Italia. Le annessioni
dei vari regni italici, esistenti prima del 1860, furono per lo stato di
Sardegna e per la sua regnanza fonti sicure di approvvigionamento per
rimpinguare le indebitate casse piemontesi con confisca dei beni dei
rispettivi legittimi sovrani, nonché con inasprimento del regime fiscale. La
gestione “spendacciona” dei Sabaudi, nonostante le ricchezze inglobate di
tali regnanze spodestate e la liquidità apportata dalle nuove popolazioni
suddite, venne confrontata con quella del decaduto regno delle Due Sicilie:
Il
nuovo regno d’Italia, che presentò a Torino (13/4/1861)un suo primo bilancio
statale riferito al 1860, chiuse contabilmente quell’anno con un deficit
pari a 400 milioni di lire, causa “l’enorme disavanzo de’ precedenti anni”.
Si trattò, quindi, di un disavanzo prodotto dal forte indebitamento del
Piemonte, documentato dall’ingente inasprimento del sistema tributario degli
anni addietro all’Unità. L’ammontare delle imposte del regno di Sardegna
crebbe a tal punto da raddoppiare in soli dodici anni (1848: 80 milioni
annui d’imposte; 1858: 137 mil.; 1859: 143 mil.; 1860: 159 mil.). Per tale
crisi fiscale il Cavour osservò che “continuando di questo passo il Piemonte
sarebbe andato di filato al fallimento fra pochissimi anni”. L’indebitamento
piemontese fu, così, “spalmato” sull’annesso regno delle Due Sicilie a tal
punto da farne accrescere le passività statali (sotto i Borbone, passivo
pari a 43 mil.; sotto il Savoia, passivo 49 mil. Al 1861). Vi fu, così, un
innalzamento delle voci di spesa nel modo seguente:
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Spese/lire |
regnanza
Borbone |
regnanza Savoia |
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Luogotenenza/Rappresent. |
76.500 |
165.750 |
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Remuner.consiglieri/luogot. |
51.000 |
162.052 |
|
Remuner.impieg./dicas.luog. |
222.513 |
635.375 |
|
Spese variab.luogotenenza |
75.565 |
153.000 |
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Intendenze provinciali
|
258.825 |
467.976 |
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Totale |
684.403 |
1.584.147 (+900 mil.) |
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Inoltre, |
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Spese per esercito/marina |
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lista civile/rappr.estero |
16.202,625 |
24.540,183 |
Senza
dilungarsi, poi, sugli immobili e beni personali sottratti alla famiglia
Borbone, mai restituiti, alla ricchezza aurea del banco delle Due Sicilie
sparita negli anni post-risorgimentali, alle pressanti imposizioni
introdotte dal regio Fisco, questi ed altri danni economici porteranno
indelebili e devastanti conseguenze allo sviluppo del sistema-paese.
Necessiterebbe, poi, ricordare il pesante sacrificio di capitale umano
italico, generato dal nascente regno d’Italia e sua dinastia. Tra i tanti
massacri di civili nelle terre meridionali per le repressioni eseguite dai
soldati sabaudi di S.M., ormai è storia ben nota e ampiamente diffusa nella
rassegna sul fenomeno del “brigantaggio”, non c’è regione che non ricorda le
sue vittime e martiri. Ma il “tiepido fumante bagno di sangue” di italiani,
come titolò lo scrittore Rocco De Zerbi in un saggio giustificativo
dell’eccidio di Dogali nel 1887, è proseguito nel corso dei moti sociali di
fine ottocento e in tutte le imprese belliche successive. Del resto la
propaganda risorgimentale, prima, e quella del Regno, poi, ebbe sempre modo
di legittimare le ecatombe di uomini caduti per un onorabile causa: l’Italia
unita, Patria indipendente. La tradizionale festa nazionale, dedicata
all’ideale patriottico, tralascia però di ricordare i tanti ed importanti
episodi sanguinosi che caratterizzarono quell’epoca, i suoi governi e la
regnanza piemontese.
Non è
sufficiente uno scritto, un libro per ricordare le gravi responsabilità dei
Savoia nella sanguinosa formazione dello stato italiano. Stragi, ecatombe di
civili, massacri di militari, penso che ogni odierna famiglia ha una triste
storia ed un debito di sangue da ricordare a questi eredi sabaudi. Le sole
scuse per le“leggi razziali” accolte ed avallate dal re in Italia negli anni
del regime, costituiscono minima contropartita ai milioni di caduti nei
conflitti risorgimentali e bellici. Il sentito militarismo di Casa Savoia,
esplicato sin dagli anni delle guerre d’Indipendenza, portò sotto le armi
già nel 1861 circa 285 mila uomini per le “mire” espansionistiche unitarie
dell’ex Regno di Sardegna. Nel 1866, per “liberare” il Veneto, furono
mobilitati 550 mila soldati con un costo di guerra pari a 800 milioni di
lire di allora, mentre per la sola presa di Roma nel 1870 si utilizzarono
ben 350 mila uomini. Nella guerra coloniale contro la Turchia per la
conquista della Libia del 1911, postuma all’impresa di Etiopia (1887-96) con
i suoi 8 milioni di soldati caduti ed un costo bellico di 500 milioni di
lire nonché successiva a quella d’Eritrea (1894-96) con ulteriori perdite
umane, si inviarono nel continente africano altri 500 mila soldati. Tale
volontà bellica si manifestò, inoltre, all’indomani dei due conflitti
mondiali nel corso del ‘900. Dai milioni di cittadini italiani chiamati alle
armi, sottraendoli alle loro occupazioni e famiglie, nella prima guerra
mondiale, ai sei milioni di arruolati della seconda guerra mondiale
(1940-45), che fece seguito alla conquista dell’Abissinia (1936) e
all’intervento in Spagna (1936-38), si è così manifestata la smoderata sete
di espansione(quindi ricchezza personale) e potere della regnanza
piemontese. Fu utilizzata una propaganda patriottica, che appellandosi ai
gloriosi princìpi di Unità ed Indivisibilità risultò pur sempre sostenuta o
accettata da governi di destra o sinistra e servì a giustificare una
politica guerrafondaia e di conquista territoriale da parte di un Regno e
suoi sovrani. Ma quale fu il prezzo pagato dal popolo italiano?
La
“passeggiata militare”, slogan sventolato dall’on. Salandra (scelto
direttamente dal re Vittorio Emanuele III) e gruppo interventista
all’indomani dell’entrata in guerra del Regno d’Italia contro gli
austro-tedeschi, si trasformò in una logorante e sanguinosa guerra di
posizione, condotta con un esercito mal organizzato ed armato, nonostante
l’ingente costo bellico ammontante a 148 miliardi di lire. L’arretratezza
bellica del Regio Esercito doveva essere ben nota ai Savoia sin dai tempi
della Triplice Alleanza, allorquando Vittorio Emanuele II dichiarò che “il
peggior soldato del Tredicesimo Ussari si presenta meglio del miglior
soldato italiano”. Gli incrementi della spesa militare (per più fucili,
artiglieria leggera e pesante, corazzate), la coscrizione obbligatoria
nonché la riorganizzazione dell’esercito (analogamente a quella del 1870
operata dal gen. Ricotti) non garantirono, comunque, una facile e veloce
vittoria. La colpa delle frequenti sconfitte, durante la guerra, ricadde
spesso sulla resa delle truppe. Difatti, come era già accaduto per le
precedenti perdite subite in Etiopia (Dogali, Amba Alagi, Adua), quando re
Umberto I richiamò l’ex garibaldino imperialista Crispi (allora capo del
governo), costui per giustificarsi circa gli insuccessi militari incolpò
generali e soldati di scarso spirito combattivo, altrettanto avvenne per la
disastrosa capitolazione di Caporetto attribuendone la responsabilità ai
combattenti, sia dal re come dal gen. Cadorna. Soltanto ricorrendo
all’inasprimento delle leggi militari ed alle fucilazioni sommarie di
militari “disertori” o agitatori (come in passato avvenne per le bande dei
briganti post-unitarie o per la popolazione inerme contestatrice per il
precario stato di salute sul finire del XIX secolo), con false promesse di
elargizione di terreni (reminescenza della politica garibaldina) e l’appello
al sacrificio eroico per la Patria, si riuscì a fermare il nemico,
scongiurando la disfatta sulla linea dell’Isonzo e del Piave. La dissanguata
“mattanza” di quei soldati italiani (tra cui una consistente percentuale di
meridionali) per resistere allo straniero, evento ancora oggi testimoniato
dal sacrario in “RediPuglia” o dai tanti monumenti ai caduti della prima
guerra mondiale, sparsi ovunque, come dalle migliaia di mutilati del
dopoguerra o dalle tante vedove ed orfani rimasti senza padre, rappresenta
uno dei numerosi momenti storici, caramente costati ai sudditi italiani per
il Regno Sabaudo. Furono tragici e dolorosi sacrifici per una novella
giovane patria, tra l’altro, già sorta nel lontano 1861 con il voto
addirittura di soli 239 mila cittadini su 418 mila aventi diritto per censo
(pari a 1,9% della popolazione dell’epoca) allorché si mantenne fino al 1913
una legge elettorale, limitata a soli 8 milioni di votanti (di sesso
maschile e di età minima trenta anni, con obblighi militari assolti).
Tutti
questi danni economico-patrimoniali, le perdite umane, la mancata tranquilla
giovinezza di varie generazioni, conseguenti ad una gestione del regno ed
alla sua dinastia, non hanno mai trovato il giusto risarcimento, neanche con
le recenti leggi repubblicane che però hanno l’obbligo morale di mantenerne
viva la memoria.
Ettore d’Alessandro di Pescolanciano
Per altri raffronti
tra Il regno borbonico e quello sardo, consultare
l'apposita pagina del sito |