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Natale, in principio era: ama il prossimo tuo come te stesso
Lettera ai credenti e non credenti
e - per conoscenza - alle autorità civili e morali
L’avvento del cristianesimo cambiò il concetto di “colpa”. Prima del
cristianesimo la “legge” vietava la rivolta e la ribellione dei poveri
contro i potenti o il potere costituito. Che grazie a questo “tabù”
difendeva al meglio i propri interessi inconfessabili. Per la prima volta
nella storia dell’uomo “Dio” veniva reclamato e posto dalla parte dei
poveri, dalla parte degli oppressi. Per la prima volta i “colpevoli” erano i
“ricchi”, coloro che sfruttavano il prossimo; coloro che “facevano ad altri
ciò che non volevano fosse fatto a se stessi”.
Il
cristianesimo, cioè, predicò il concetto di giustizia, della realizzazione
di un mondo in cui l’uomo fosse fratello all’uomo. Non a caso il
cristianesimo, che rovesciava il concetto di “colpa”, fu al suo esordio
odiato e avversato dalle classi dominanti dell’epoca: dagli stessi Farisei
notabili del Sinedrio che avendo in invidia il Cristo, prima lo consegnarono
a Pilato con l’accusa di ribellione contro l’ordine precostituito, e poi,
durante il “privilegio pasquale”, incitarono la folla per la sua
crocifissione (Mc. 15, 8-14); e dai Romani con la persecuzione
cristiana.
“Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te
stesso”, fu e rimane un concetto “rivoluzionario” perché ha in sé la forza
di abolire ogni forma di ingiustizia.
Ma
il cristianesimo, nato come religione dei poveri, che “puniva” gli
oppressori, con
l’incoronazione
di Carlo Magno divenne religione di Stato. E i papi diventarono i
dispensatori di regni e di corone.
Il Natale dell’800
– otto secoli dopo Cristo – il papa Leone III incorona Carlo Magno e
ponendogli sul capo la corona pronuncia queste parole: “A Carlo, piissimo,
augusto, incoronato da Dio, vita e vittoria”. Con questa incoronazione si
passò dall’Impero Romano d’Occidente al SACRO ROMANO IMPERO. Il “Dio”
dei poveri fu accaparrato e messo dalla parte dei potenti. Benedetti e
incoronati i tanti “augusti” e giù giù fino alle potenze dell’era moderna e
post-cristiana il potere spirituale si è garantito il cosiddetto beneficio o
“potere temporale”. Così il cristianesimo è giunto fino a noi rovesciato
radicalmente del suo concetto primitivo: la colpa non è più dei “ricchi” ma
dei poveri: perché il concetto “non rubare” non significa più non rubare e
non sfruttare il povero e il prossimo, ma significa non rubare al “ricco”
che ti deruba e ti sfrutta; il perdono significa il perdono al “ricco” che
ti toglie la dignità; il non ribellarti al prossimo significa non ribellarti
contro chi ti sfrutta.
Dobbiamo aspettare altri duemila anni
per ottenere giustizia? O possiamo dirci giunti al fatidico “momento etico”,
cioè giunti alla “presa di coscienza” per riappropriarci del concetto
primitivo del cristianesimo e considerare la possibilità di mettere in atto
l’inevitabile azione storica di sottrarci già oggi dal bisogno? Come è
possibile non riconoscere, “non prendere coscienza” che viviamo
ancora in pieno conflitto sociale: dove pochi stanno sempre meglio e tanti
stanno sempre peggio? Come è possibile non “prendere coscienza” che lo stato
di necessità a cui siamo condannati non c’è stato prescritto dalla natura ma
dai nostri potentati che noi stessi eleggiamo?
La
situazione economica non è buona. L’inevitabile processo di concentrazione
industriale, energetico e finanziario in atto, dimostra sempre più che il
sistema politico-economico ha sempre più bisogno di comprimere la qualità
della vita delle persone e di ridurre i diritti sociali di cittadinanza.
L’inasprimento delle condizioni sociali ed economiche dei lavoratori e delle
famiglie è iscritto nelle ferree leggi economiche della natura del sistema
politico-economico legate al profitto:che non a caso chiedono sempre più
tagli alla spesa pubblica e mano libera nel mercato del lavoro e dei salari.
Le
“leggi” della concorrenza e della competitività annunciano altre restrizioni
e l’unica cosa certa è che i partiti romani insieme ai sindacati
ripropongono alle famiglie l’abbraccio soffocante dell’interesse generale.
Che non coincide mai, guarda caso, con gli interessi dei lavoratori e delle
famiglie, i veri produttori e sostenitori della ricchezza del paese.
Dovremmo essere in un tempo
in cui dovremmo considerare l’umanità pressoché emancipata e in grado di
saper scegliere il bene. E di riscattarsi dalle ingiustizie. Ma questa
maturazione purtroppo è determinata dall’esperienza e dal complesso dei
rapporti sociali.
Ecco perché non c’è da meravigliarsi se oggi, in giro, seppur ci fossero
degli “spiriti liberi” in grado di “creare problemi” nessuno si attenta a
rivendicare giustizia e libertà dal bisogno preoccupati come sono a farsi
cooptare dal sistema dominante. Perfino il governatore pugliese, il
rifondatore Nicola Vendola, si è detto pronto “alla necessità di
nuovi simboli che evochino la speranza e che il tempo della nostalgia è
esaurito”, lasciando senza guida il popolo che lo elesse. (-Sempre e solo la
speranza? E la praxis, caro governatore?-) Anche D’Alema, in questi
giorni, ha detto di “avvertire il fascino della religione”. L’emancipazione
umana quindi subisce ancora l’influenza della “cultura del momento”
allontanando da se il cosiddetto “momento etico”.
Quello che è accaduto nel passato, quindi, accade ancora oggi: le riforme di
giustizia conquistate con la lotta dei lavoratori, oggi vengono emendate dal
parlamento italiano non per allargare le garanzie ma per comprimerle.
Tutti i pulpiti civili e morali parlano confondendo la gente
neutralizzandone la “coscienza” e instillando la “falsa coscienza”: se
lavori di più, guadagni più; se meriti sarai premiato. Difatti per
guadagnarsi la dignità sociale e per non essere disprezzato dai propri
figli, un lavoratore se vuole un salario dignitoso (un miserabile stipendio
di 1200 euro al mese) deve lavorare 15 ore e fare turni notturni mettendo a
rischio la propria vita, come è successo a Torino. E tutto questo, mentre le
aziende negli ultimi 10 anni hanno totalizzato un profitto del 90% e
il salario è cresciuto solo del 5%. La meritocrazia? Questa è la
meritocrazia?!
Il
lavoro deve diventare un modello di riappropriazione democratica e di equa
distribuzione della ricchezza, deve restituire ad ogni cittadino la
sovranità e la dignità di sentirsi uomo fra gli uomini.
Da
laico cristiano adamitico, fedele al principio primitivo “ama il tuo
prossimo”, voglio chiudere con quanto ha scritto l’ex-presidente della corte
costituzionale Gustavo Zagrebelsky: ”In quell’episodio di duemila
anni fa, verità e giustizia, testimoniano contro la democrazia….Nella
politica la mitezza, per non farsi irridere come imbecillità, deve essere
virtù reciproca.
Se non lo è, ad un certo punto prima della fine, bisogna
rompere il silenzio e cessare di subire”.
Con
rispetto di me, e di tutti,
auguro
a tutti i cibernauti un Buon Natale e un prospero Anno 2008.
Il Cittadino, prof.
Vito Feninno
Natale
2007 -
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