Le Pagine di Storia

I Florio

L'epopea di una famiglia che per un secolo e mezzo dominò la scena economica ed imprenditoriale, creando lavoro e benessere

di Fara Misuraca e Alfonso Grasso

Il leone, marchio dei Florio

L'ascesa

Quando si parla dei Florio il pensiero corre subito alle feste, ai ricevimenti, al lusso, alle corse automobilistiche e soprattutto alla decadenza di questa Famiglia, ma l’epopea dei Florio non è solo la cronaca degli ultimi ruggenti ma disastrosi anni ma è soprattutto la storia della crescita costante delle fortune di una famiglia di imprenditori che ha inizio a fine settecento e che copre più di un secolo di successi prima di conoscere il tracollo finanziario e la fine della dinastia. Ma a noi meridionali piace ricordare soprattutto le sconfitte, amiamo molto il rimpianto e tendiamo a dimenticare le storie belle e costruttive che per quasi un secolo e mezzo hanno segnato il successo di una famiglia che ha dato lavoro e benessere a tante altre famiglie.

Tutto ha inizio con Tommaso Florio a metà Seicento in Calabria, a Melicuccà, e poi a Bagnara, dove il figlio Domenico e il nipote Vincenzo, qui trasferitisi, esercitano il mestiere di fabbro. L'ascesa comincia con Paolo e Ignazio, figli di Vincenzo. A spingere i Florio sul mare fu probabilmente Paolo Barbaro, genero di Vincenzo Florio, che strappò Paolo al destino di “scalco” accogliendolo come socio nella sua attività di “ambulante” del mare che girava per i porti del Tirreno commerciando. Tra il 1800 e 1801 Paolo però, chiamato a sé il fratello Ignazio, si stabilisce definitivamente a Palermo: i due aprono un piccolo negozio in via dei Materazzai e si dedicano per alcuni decenni al redditizio commercio delle spezie e merci rare, all’affitto e successivo acquisto di qualche tonnara sul litorale palermitano ed al prestito al “cambio marittimo” [1].

Vincenzo Florio

Il salto di qualità avvenne con Vincenzo, figlio di Paolo. Ormai la famiglia si era notevolmente arricchita e Vincenzo ebbe la possibilità di acquistare alcune quote dello “Brick-Schooner” [2] Santa Rosalia e, approfittando dei trattati di pace e di commercio tra il governo borbonico ed i governi algerini, tunisini e di Tripoli, estremamente vantaggiosi dal punto di vista doganale, cominciarono ad incrementare gli introiti e ad acquistare altre imbarcazioni, che già negli anni trenta dell’Ottocento formavano una discreta flotta che toccava i porti di New York, Boston, Londra, Liverpool, Marsiglia e Genova da dove per conto della Casa Florio importavano a Palermo manifatture, zucchero, cera, pellame, droghe, rum, catrame, ecc. ecc. Tutto ciò, insomma, che poteva trovare un mercato in Sicilia. La destinazione finale erano tuttavia i mercati orientali da cui importavano le "droghe", cioè le spezie, da ridistribuire nel mercato italiano. In pochi anni la ditta si trasforma in una holding: dal commercio all'attività finanziaria, dalla pesca del tonno alla produzione vinicola e zolfifera. Il talento economico di Vincenzo è notevole e numerosissime sono le attività di cui è promotore o compartecipe. E’ un tycoon e si caratterizza per avere, oltre che un’innata indole imprenditoriale, i connotati dell’uomo sensibile alla cultura, all’estetica e una condotta imprenditoriale che, assieme al ritorno economico, giovi ad un miglioramento della comunità. Moderno ed al passo con i tempi, intravede grandi potenzialità nel settore tessile investendo in cotonifici. Ed ancora, investe ed ottiene successo co-fondando la compagnia di navigazione "Società dei battelli a vapore siciliani" [3], insieme a numerosi altri esponenti dell'aristocrazia siciliana.

Ignazio Florio senior

Fra le iniziative destinate ad aver maggior fortuna vi sarà la costruzione di uno stabilimento per la produzione di vino "Marsala", in concorrenza con le famiglie inglesi che già operavano nel settore, come i Woodhouse e gli Ingham. L’inserimento di Vincenzo Florio nel mercato del vino, nel 1834, è un momento importante sia per la storia della famiglia sia per la storia del vino Marsala; intanto rispetto agli altri mercanti inglesi, la scelta di Vincenzo Florio è di rivolgersi soprattutto al mercato nazionale più che fare la concorrenza, che sarebbe stata persa già dal nascere, a Ingham che aveva il predominio del mercato americano o ai Woodhouse che avevano il predominio del mercato del Nord Europa. Le cose cominciano a cambiare sensibilmente nella seconda metà dell’Ottocento quando Vincenzo Florio e il figlio Ignazio investono sempre di più nell’azienda per modernizzarla. Nelle loro cantine si realizzerà il primo impianto di imbottigliamento meccanico ben prima che non alla Ingham o alla Woodehouse. L'attività intrapresa si rivelò un ottimo affare ed il prodotto si assicurò un vasto mercato.

Altra iniziativa proficua si rivelò l’affare delle tonnare. Nell’ottobre del 1841 i Florio legano il loro nome alle isole Egadi, prendendo in gabella dai Pallavicino e Rusconi le antiche tonnare di Favignana e Formica per un periodo di diciannove anni.

L'Unità d'Italia

I Florio, come molti altri imprenditori, meridionali e settentrionali, ebbero una forte spinta dopo il 1860, non a caso la borghesia e l’imprenditoria dettero una mano, non solo metaforica, all’impresa garibaldina, confidando nella nascita e nello sviluppo di una moderna industria.

Nel 1874 il figlio Ignazio senior acquisterà interamente le isole Egadi pagando la cifra di 2 milioni 750.000 lire alla famiglia Pallavicino. I Florio trasformarono l’industria conserviera del pesce in un’impresa mondiale. Con la costruzione dello stabilimento Florio a Favignana realizzarono il più moderno e importante complesso industriale di lavorazione e conservazione del tonno esistente nel Mediterraneo.

Targa Florio, locandina

Ignazio interviene inoltre, a partire dagli anni Settanta, in provincia di Caltanissetta con alcune attività di lavorazione dello zolfo e dà l’avvio a tante altre attività nel campo dell’industria chimica, della produzione di porcellane e ad un corollario di attività minori correlate. Ma l’attività dei Florio non si ferma qui. Banche, alberghi, editoria [4], una gara automobilistica: la Targa Florio [5] che fa conoscere all’Europa intera i paesaggi selvaggi e dolci delle Madonie.

I Florio ed i trasporti marittimi

La svolta vincente per i Florio, come abbiamo già detto, è legata allo sviluppo della navigazione a vapore: Vincenzo e il figlio Ignazio colgono l'onda della modernizzazione e creano una flotta, che consente a Ignazio di collocarsi ai vertici dell'high-society internazionale. Importante fu l’incontro fra Benjamin Ingham ed il giovane Vincenzo Florio, che favorì la realizzazione di alcune iniziative sul piano commerciale ma anche su quello industriale, tra le quali ricordiamo la già citata costituzione della Società dei Battelli a Vapore siciliani. La società assicurava il collegamento tra Napoli, Palermo e Marsiglia e tra i diversi porti della Sicilia.

Villa Florio, Viale Regina Margherita alla Ziza Palermo (Arch. E. Basile)

L’incontro con Ingham ebbe notevole importanza anche per l’economia siciliana in generale. Con l'Italia unitaria nasceva anche l'esigenza di una rete di collegamenti adeguati alla nuova realtà. Ciò spinse Vincenzo Florio a costituire la "Società in Accomandita Piroscafi Postali", che godeva di una convenzione in denaro con il governo nazionale, che gli affidò i servizi attorno alla Sicilia, verso Genova, verso Napoli e verso Malta. Le navi, inizialmente 6, già nel 1877 erano diventate diventate 41. Attorno al 1880 i Florio iniziarono il servizio verso il Nord America e iniziò anche il trasporto degli emigranti; questo servizio fu visto molto bene dalle autorità americane e il prestigio internazionale dei Florio aumentò sempre più.

Il problema dei trasporti marittimi era cruciale all'epoca ed il potere politico favorirà nel 1877 l'acquisizione da parte della "Società Piroscafi Postali", a prezzi di bancarotta, tutto il materiale della "Trinacria", altra grande compagnia di navigazione. A concorrere con la compagnia dei Florio rimaneva dunque solo la "Rubattino" di Genova; ma nel 1881 queste due società, si fonderanno dando vita alla compagnia della "Navigazione Generale Italiana" (Ngi) che ebbe il monopolio dei collegamenti marittimi. Dalla fusione di questa società con la Citra nascerà ai primi del '900 la compagnia Tirrenia.

La nascita della Navigazione Generale rispondeva ad un'esigenza avvertita in tutti gli ambienti, dal nord al sud della Penisola: creare una sorta di monopolio che potesse competere con le grandi compagnie straniere di navigazione già presenti nel Mediterraneo. In verità, all’appuntamento dell’81 Florio è molto più pronto e potente di Rubattino, ed attorno alla Navigazione Generale Italiana Ignazio Florio riesce a costruire un sistema imprenditoriale diffuso che fa capo soprattutto alla grande produzione enologica, ai vini e alla realizzazione delle tonnare delle Egadi. Questa sarà l’azienda che fino alla fine costituirà un cespite attivo.

Sempre sotto il patrocinio di Vincenzo Florio sorse a Palermo la "Fonderia Oretea" [6], moderna industria metallurgica che doveva essere complementare alle esigenze della sua flotta. A coronamento delle imprese produttive non gli mancarono conferimenti di cariche istituzionali sia nel Regno delle Due Sicilie che, successivamente, nel Regno d'Italia. Riuscì inoltre a far parte del Consiglio Superiore della Banca Nazionale del Regno, la più importante autorità economica del tempo. La fortuna che alla sua morte, avvenuta nel 1868, lasciò a suo figlio Ignazio (senior) fu valutata nell'astronomica cifra di L. 300.000.000. 

Ignazio Florio junior

Ignazio senior sposò la baronessa Giovanna D'Ondes [7], da cui ebbe 4 figli: Vincenzo (morto a meno di un anno dalla nascita), Ignazio junior, Giulia e Vincenzo destinato ad essere l'ultimo esponente dei Florio. Il raggio d'azione e il volume di affari della famiglia Florio era destinato ad allargarsi così come divenne sempre più profonda la loro impronta sul costume, sulla cultura e l'economia del tempo. Ignazio (senior) creava industrie dotate di moderni servizi per gli operai, costituiva un assistenziale Istituto per ciechi, iniziava la costruzione del futuro teatro Massimo. 

L'interesse per l'arte e la cultura

La famiglia Florio lasciò una impronta di sé anche nel mondo dell’arte. Essi avevano capito che la Sicilia possedeva da secoli una grande capacità artigianale e manuale e pensarono di farla rivivere. Naturalmente hanno avuto la fortuna di incontrare architetti come Damiani Almeyda e Ernesto Basile ed è con questo architetto che il legame si concretizza con realizzazioni architettoniche all’unisono con l’art nouveau europea (le più importanti sono il villino Basile, committenza di Vincenzo Florio, e Villa Igea). E' proprio nella villa Igea e nel villino Florio, che si realizza una formidabile convergenza fra architetti, maestranze, decoratori, pittori, scultori, che parla il linguaggio internazionale del modernismo. E poiché in quel periodo Palermo era ancora una città in cui ci si curava per il clima loro ospitarono la crema della buona società europea e anche famiglie regnanti come i reali d’Austria e di Russia e, naturalmente quelli d’Italia. Ignazio junior e la sua bellissima consorte Franca, figlia del barone di San Giuliano Pietro Jacona e di Costanza Notarbartolo vivono infatti da protagonisti il periodo della Bella Epoque.

Franca Florio ritratta da Giovanni Boldini, 1903

Donna Franca è il prototipo di donna che coniuga l’ideale estetico di eleganza con il gusto della famiglia. E’ un punto di riferimento nei salotti della mondanità mittleuropea. Si divide tra i salotti delle palazzine del periodo liberty palermitano, attirando su di sé, per il suo fascino e bellezza, gli apprezzamenti del Kaiser Gugliemo II, spesso ospite alla loro villa dell’Olivuzza, e di Vittorio Emanuele III.

1895 Ignazio e Franca Florio con i figli Giovanna e Ignazio (baby Boy)

I Florio fondarono alcuni dei più importanti teatri lirici del mondo come il teatro Massimo e il teatro Politeama. Questi teatri ebbero il merito di convogliare nella nostra città turisti colti che andavano alla ricerca delle novità liriche che a quei tempi, grazie ai Florio, si facevano a Palermo. Sostiene Cristina Alaimo (storica dell’arte): “La cosa interessante per Palermo in quegli anni è che si sviluppò un sistema dell’arte. I Florio contribuirono in maniera significativa a innestare e coadiuvare questo sistema. In città si svilupparono dei circoli di conversazione in cui l’intellighenzia, gli imprenditori, i borghesi e anche gli uomini dell’amministrazione che ne facevano parte cercavano di promuovere il dialogo fra arte e industria e arte e istituzioni pubbliche”.

Il potentato economico

L’Esposizione Nazionale del 1891 fu uno dei grandi motori dello sviluppo urbanistico della Palermo borghese, moderna. L’Esposizione ebbe altresì l’ambizione di qualificare definitivamente l’immagine imprenditoriale e moderna della Sicilia. I Florio erano molto attivi nella promozione, nella discussione, ma anche nel far circolare queste idee e nel farle entrare in maniera produttiva nel loro sistema.

Ignazio e Franca Florio con la Piccola Igiea 1906

Sostiene lo storico Lupo: “I Florio nella Palermo di fine Ottocento, inizio Novecento erano di gran lunga il potentato economico più importante, erano un po’ i padroni della città perché erano i più ricchi, i più potenti per relazioni politiche e anche i più moderni”. Ignazio già negli anni Ottanta aveva già puntato molto su una banca e su un uomo politico. La banca era il Credito mobiliare italiano e il Banco Florio diventò la Filiale del Credito Mobiliare. L’uomo politico era Francesco Crispi che sicuramente si legò alla fortuna dei Florio negli anni Ottanta quando la Navigazione Generale poté utilizzare le convenzioni marittime e dunque le laute sovvenzioni dello Stato per espandere le linee di navigazione”.

Manifesto dell'Esposizione del 1908

I Florio avevano la grande capacità di rappresentare i loro interessi e li rappresentavano come gli interessi della Sicilia e con questo godevano anche di grande prestigio perché sostenevano che se loro andavano bene andava bene la Sicilia.

Le prime difficoltà

Nel 1896, con le dimissioni di Crispi, il commissariamento della Sicilia e il successivo avvento di Giolitti cominciarono anche i guai per i Florio. Nella città di Palermo all’incertezza ed alle inquietudini di una massa artigiana che si impoveriva sempre più, si aggiunse il problema della disoccupazione. Da questa necessità nacque il progetto, caldeggiato da Ignazio Florio, di costruire un cantiere navale e non soltanto di ampliare il bacino di carenaggio. L’alto commissario Codronchi ne coglie immediatamente l’importanza per le conseguenze sociali e politiche di cui può essere foriera. Ma, come vedremo, questo grande progetto non riuscirà a risollevare le sorti della Sicilia, quasi l’isola soffrisse di un deficit politico e morale che, come un cancro, rodesse (e che ancora oggi corrode) la dirigenza politica municipale e provinciale. [cfr. Le province siculo-partenopee nel Regno d’Italia].

Nel 1899 i Florio furono costretti a sottoscrivere un’ipoteca sulle isole Egadi, cominciando a subire i colpi della crisi di tutto il sistema industriale. Anche se l’azienda restava sana, anche se le Tonnare erano due gioielli, l’indebitamento progressivo nei confronti delle banche impose la dismissione di alcune aziende. Florio chiede un’apertura di credito alla Banca Commerciale. Sebbene continui a condurre un’intensa vita mondana, egli è ormai in difficoltà. I debiti si accumulano e la Banca Commerciale invita Florio a rimborsare il debito o a vendere.

Villino Florio all'Olivuzza: il laghetto nel parco della villa

Scrive Orazio Cancila: “A fine 1906, la I. e V. Florio di Palermo, aveva con la Banca Commerciale Italiana una esposizione complessiva di ben 14.100.000 lire, garantita solo in parte dal capitale di 27.575 azioni della Navigazione Generale Italiana (Ngi). Ormai la situazione finanziaria dei Florio precipitava di giorno in giorno, sino a convincere a fine 1908 la banca milanese, del cui CdA peraltro il commendatore Ignazio faceva parte e continuerà ancora a far parte almeno sino al 1925, dell’opportunità di intervenire, per evitare il rischio che le loro azioni finissero ad acquirenti di scarsa potenzialità finanziaria ed estranei al gruppo ed agli interessi che fanno capo alla Navigazione Generale Italiana», con grave turbamento del mercato e della vita stessa della Ngi, che era tra i suoi principali clienti. Impose perciò a Casa Florio di cedere «alle Società di navigazione “La Veloce” e “Italia”, affiliate alla Navigazione Generale Italiana, l’intero lotto di queste azioni, pari a un valore di circa 12.800.000 lire. Ignazio Florio non poté rifiutarsi di accettare, conservando il diritto di riscatto da esercitare entro il 10 maggio 1909 a un prezzo di lire 425 cadauna (lire 13.260.000) oppure entro il 10 novembre successivo a lire 440 cadauna (lire 13.728.000), ma il suo entourage considerò l’operazione un vero e proprio colpo di mano e il suo legale, l’avvocato Giuseppe Marchesano, giudicò “usuratiche” le condizioni, “ledenti gli interessi morali e materiali dei Florio”, i quali indebitati com’erano mai avrebbero avuto la possibilità di riscattarle. Per Webster il comportamento della Banca Commerciale verso Casa Florio (larghe aperture di credito e successiva acquisizione delle azioni Ngi di proprietà Florio) era motivato dalla volontà di «unificare tutte le compagnie marittime addette al servizio postale sovvenzionate dallo Stato e controllate dalla Navigazione Generale, onde negoziare nuovi sussidi con il governo da una posizione di forza corrispondente in pratica ad una sorta di monopolio». [8]

Il declino

Il destino economico della famiglia, che si accompagna a tristi vicende personali, è già segnato nell’oscuro periodo fra le due guerre.

La cruda verità è che i Florio non riuscirono veramente trasformare l’economia della Sicilia e a permetterle un decollo competitivo con il Nord. La Sicilia in linea di massima rimaneva sottosviluppata e priva di infrastrutture essenziali. Prime tra tutte le ferrovie. La Fonderia Oretea era certamente l’officina più attrezzata e moderna dell’isola, ma già in età borbonica non reggeva il confronto con quelle napoletane e, dopo l’unificazione non lo resse con quelle italiane. Il suo decollo avvenne non perché trainata dalle richieste del mercato interno ma perché essa operava come officina delle navi dei Florio. In Sicilia mancava il mercato e non potevano essere i Florio a crearlo da soli.

Padiglione Florio (Arch. Ernesto Basile). Esposizione Internazionale di Milano 1906

La caduta dell’impero economico dei Florio fu causato da speculazioni errate, come, ad esempio, la partecipazione azionaria al Credito Mobiliare sull’orlo del fallimento, e da una certa sprovvedutezza dell’ultimo dei Florio, forse troppo impegnato nella bella vita.

Nonostante tutto i Florio hanno creato a Palermo, direttamente o indirettamente, un tessuto industriale che dura tuttora, come nel caso del Cantiere Navale. Hanno posto inoltre Palermo e in parte anche la Sicilia all’attenzione dell’Europa e il loro tracollo, purtroppo, ha coinvolto anche la città.

Il fascino del mito

Il ricordo dell'epopea dei Florio continua ad esercitare un fascino irresistibile in Sicilia. Per l’immaginario collettivo siciliano e meridionale in genere, i Florio da tempo sono entrati nella leggenda e nel mito. Rappresentano gli uomini simbolo delle capacità imprenditoriali del sud, quel tempo, sempre nostalgicamente rievocato, in cui anche al sud fiorivano iniziative industriali vincenti. E come scrive Maurice Aymard, la vicenda dei Florio è stata identificata “con quella della Sicilia pre e post-unitaria, cioè la Sicilia delle grandi speranze, delle attese frustate e delle illusioni perdute… Questo incontro fra un destino familiare e quello dell’isola dà forza e durata al mito che essi incarnano o che sono incaricati di incarnare”.

Fara Misuraca

Alfonso Grasso

Novembre 2009


Note

[1] Il trasporto marittimo nel Regno di Sicilia era regolato da una serie di contratti. Non esistendo delle società o banche specializzate in materia, tutta una serie di attività erano svolte da privati che offrivano i loro servizi a quelli che avevano bisogno di denaro sotto forma di prestiti sia per acquisto di imbarcazioni, sia per armare, noleggiare o assicurare una nave o il viaggio. Questi rapporti erano regolati da contratti stipulati davanti a dei notai, assumendo così forza di legge in qualsiasi controversia.

[2] Si tratta di un brigantino - goletta così descritto: "Bastimento con due alberi verticali, il primo a vele quadre, il secondo a vele auriche e bompresso". Nella parlata comune dei porti liguri fu chiamato più semplicemente "Scuna", con una propria riduzione dalla voce inglese "Brik - Schooner ".

[3] La società dei battelli a vapore siciliani nasceva grazie alle agevolazioni concesse dal governo borbonico nel 1839 (libertà di cabotaggio e premi per i battelli a vapore costruiti o acquistati all’estero).

[4] Preoccupati per la politica di Roma poco indulgente nei confronti dei loro interessi, ed attenti alla modernità, i Florio tentarono una rivolta mediale, culturale, dando vita ad un giornale che fosse al tempo stesso espressione delle esigenze di tutto il meridione e punto di riferimento per gli intellettuali del mezzogiorno. Il giornale fu la voce del "Progetto Sicilia".Il giornale in questione fu l’Ora.

[5] La prima edizione della Targa Florio, quella che potrebbe essere considerata la prima gara automobilistica della storia, si svolse il 6 maggio del 1906, al suono di due bande musicali poste sulle tribune appositamente costruite nei pressi del rettilineo di Buonfornello al confine tra i Comuni di Campofelice di Roccella e Termini Imerese. Era stato a Parigi che nel 1905 Vincenzo Florio, chiacchierando col direttore del giornale sportivo L’Auto, Henry Desgranges, aveva avuto l’idea di una gara automobilistica che attraversasse le strade delle Madonie. 148 chilometri da percorrere per tre giri. Un anno dopo, alle sei del mattino, dieci vetture con piloti di fama internazionale diedero il via ad un avvenimento mondano oltre che sportivo. Circa dodicimila persone, giunte anche grazie a treni speciali, assistettero alla partenza delle Itala, Fiat, Hotchkiss, Berliet e Bayard Clement presenti alla gara. Le trazzere delle Madonie furono cosparse di Fix, una nuova miscela bituminosa e l’Hotel delle Terme di Termini Imerese, dove fu anche aperto un banco scommesse, divenne dimora della migliore aristocrazia siciliana del tempo. Il primo vincitore fu Alessandro Cagno su Itala, con una media di 46 chilometri orari.

[6] Il 12 dicembre 1840 Vincenzo Florio rilevò “La società per la fusione di ferro e bronzo” che i fratelli Sgroi avevano costituito a Palermo appena 3 mesi prima. Nasceva così la Fonderia Oretea, una significativa acquisizione per l’industria metallurgica siciliana che fino ad allora era rappresentata da poche e piccole officine. Nel giro di pochi anni la Fonderia raggiungeva buoni livelli e buone affermazioni e ad una mostra del 1846 era in grado di esporre la prima macchina a vapore interamente costruita in Sicilia e un’altra macchina capace di azionare tutti i congegni dello stabilimento. (A. Massafra, Il mezzogiorno preunitario: Economia, Società e istituzioni)

[7] La borghesia siciliana come la borghesia di tutta Europa ha un problema di legittimazione. Il rapporto con la nobiltà non è un tradire le proprie origini, ma il tentativo, nei Florio riuscitissimo infatti si accasarono con le migliori casate siciliane, di legittimazione sociale che è importante non solo in Sicilia ma ovunque perché avevano bisogno di essere accettati, perché erano portatori di un ordine nuovo.

[8] Orazio Cancila “Giolitti, la Banca d’Italia, la navigazione generale italiana e il salvataggio di Casa Florio (1908-1909) Il Cancila comunque non è d’accordo con questa tesi e continua “ Ignazio Florio – è bene ribadirlo – era membro autorevole del suo CdA e quindi era parte fondamentale del monopolio marittimo, allo stesso modo delle due compagnie La Veloce e l’Italia che ne acquistavano le azioni. Siamo perciò di fronte a una ridistribuzione del patrimonio azionario, più che a un rafforzamento del monopolio, che invece si sarebbe potuto incrinare qualora le azioni Florio fossero passate in altre mani, «estranei – appunto – al gruppo e agli interessi che fanno capo alla Navigazione Generale Italiana». La preoccupazione della Banca Commerciale in quel momento non era il rafforzamento del monopolio, bensì l’indebolimento, possibile nel caso di un eventuale passaggio delle azioni Florio a gruppi concorrenti della Ngi. E ciò proprio quando – dopo che le aste per il rinnovo delle convenzioni per i servizi postali marittimi erano andate deserte con soddisfazione della Ngi e della Comit – il governo tentava di favorire la nascita di nuove compagnie che rompessero il monopolio della Ngi.


Bibliografia


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