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Era nato nei primi del 1548 "a Nola, che giace al piano de l'orizzonte Campano", terra di aria buona ma anche di "criminali costumi". Di nome faceva Filippo, divenne Giordano dopo essersi trasferito a Napoli (1562) prendendo l'abito del novizio domenicano. Rimasto per undici anni nel convento di Santa Maria Maggiore e incorso in un processo per una incauta battuta circa le figure dei santi, era poi (1576) stato accusato di aver difeso pubblicamente Ario, il tradizionale negatore della divinità di Cristo.
Nemico di ogni forma di "pedanteria" e insofferente delle istituzioni, aveva cominciato una vita da vagabondo dello
spirito, prima a Roma, poi a Genova e a Venezia. Nemmeno doveva durare il suo soggiorno nella rocca del protestantesimo, la Ginevra calvinista.
Arrestato nell'agosto del 1579 per aver pubblicamente diffamato un insegnante di filosofia. Giordano Bruno era stato costretto alla ritrattazione e alla fuga. Lo ritroviamo nella Francia di Enrico III, dilaniata dai conflitti di religione tra cattolici e protestanti (ugonotti). Giordano non apprezza ne gli uni ne gli altri e guarda con simpatia a coloro che, stanchi del sangue versato, pensano a forme di reciproca tolleranza nell'interesse dello Stato. Dopo un periodo di insegnamento a Tolosa, eccolo a Parigi: qui compone il De umbris idearum (1582) dedicato al sovrano. Si tratta di un trattato di "arte della memoria" (o mnemotecnica): "ombre" delle idee non sono tanto le cose materiali (come voleva la tradizione platonica), bensì le "immagini magiche" che rispecchiano quelle "eterne idee" che abitano la mente divina e di cui le cose sono copie. Chi sappia far sue tali immagini non solo potenzierà la memoria ma garantirà anche un rafforzamento delle capacità d'azione, poiché tale magia consegna alla mente l'universo intero.
Va notato, per inciso, che pochi anni prima Pietro Ramo, il riformatore protestante della logica, martire nella notte di San Bartolomeo (1572), aveva stigmatizzato qualsiasi mnemotecnica che ricorresse alle immagini come superstizioso e protervo culto degli idoli. Giordano Bruno era passato (1583) nell'Inghilterra di Elisabetta I, la "Diana britannica", e in quel Paese di "buone lettere, armi, cavalleria, umanitadi e cortesie" non aveva esitato a prendersela con gli intellettuali di Oxford, "gonfi di greco, ma anche di birra", nonché a sfidare i puritani convinti della verità letterale del testo biblico.
Nei dialoghi de La Cena delle Ceneri Bruno critica, inoltre, la separazione aristotelica tra Terra e Cielo; sostiene che la Luna è in realtà "un'altra Terra"; interpreta le macchie lunari come segni che la superficie di "quel pianeta" è ora acquea ora terrestre; difende la dottrina copernicana del movimento del nostro globo, che ruota sul proprio asse e attorno al Sole; questo è il centro fisico dei pianeti che costituiscono il sistema solare, una struttura relativamente piccola nel grande universo, che non ha centro, poiché è infinito.
Come verrà ribadito in De l'infinito, universo e mondi (1584), nello spazio immenso "innumerevoli stelle, astri, globi, soli e terre, sensibilmente si veggono, ed infiniti raggionevolmente si argumentano". Molti di questi mondi sono "abitati" e ogni astro è in sé un essere vivente, dotato di "anima". I "precisi" teologi puritani non perdonano a Giordano né queste incursioni nell'astronomia, né il suo ricorso a immagini capaci di accendere il ricordo e consentire la potenza. Che dire se le figure bruniane finissero col risvegliare la passione sessuale? "Le cose concepite dall'immaginazione sono idoli", sentenziano.
Dopo un secondo - e breve - soggiorno parigino, Bruno giunge in Germania, ove sembra rivolgersi sia all'imperatore Rodolfo II sia ai protestanti (luterani) per propagandare quella pacificazione religiosa in cui un ruolo essenziale dovrebbe venir svolto da "quei [veri] teologi" che soli sono in grado di comprendere la natura divina dell'universo infinito, al di là delle false differenze create dalle religioni positive.
Nello Spaccio de la bestia trionfante (1584) Giordano delinea l'elogio dell'antico Egitto, ove sarebbe fiorita l'unica religione nazionale, e lamenta la corruzione del mondo dovuta alle successive religioni che hanno causato decadenza dei costumi e discordia politica. Bruno annuncia il tempo in cui
"la morte sarà giudicata più utile che la vita e [...] sarà definita pena capitale a colui che s'applicherà alla religion della mente".
Tuttavia, questa sorta di "controriformatore egiziano" (come lo ha chiamato Frances Yates) che preferisce le pratiche magiche a quelle del culto e che non esita a farsi beffe dei miracoli compiuti nei Vangeli da chi
"può caminar sopra l'onda del mare [...] senza bagnarsi gli piedi", ritiene che le varie religioni positive (e il cristianesimo in particolare) siano utili strumenti di governo delle moltitudini. Non è quindi strano che Giordano lo spretato - a un tempo diplomatico, spia e conciliatore religioso – finisca per guardare a un capo di Stato, al Papa in persona, come a chi possa realizzare politicamente l'idea della doppia verità: la religione razionale per i pochi iniziati e le "favole" della religione positiva per i troppi incapaci di retta comprensione.
Ne Gli eroici furori (1585) Bruno inserisce questa prospettiva nel quadro della ricerca della verità. L'immagine" più incisiva per la memoria sarà quella del cacciatore Atteone che, dopo aver spiato la dea Diana nuda al bagno, viene mutato in cervo e diventa preda dei propri cani. E così, "gli cani, pensieri de cose divine, vorano [= sbranano] questo Atteone, facendolo morto al volgo, alla moltitudine, sciolto dalli nodi de perturbati sensi, libero dal carnal carcere della materia; onde più non vegga come per forami e per fenestre la sua Diana, ma avendo gittate le muraglie a terra, è tutto occhio a l'aspetto de tutto l'orizonte". Ma questo annullarsi del soggetto conoscente nell'oggetto della conoscenza ha per noi il peso di una profezia.
Ritornato in Italia, e stabilitosi in quella Venezia che ritiene una libera Repubblica, Bruno viene denunciato all'Inquisizione dal patrizio veneto Giovanni Mocenigo (1591), cui avrebbe dovuto insegnare “l'arte della memoria".
Nel 1592, in sede, il processo si conclude con una ritrattazione da parte di Giordano. L'anno successivo il filosofo mago è però trasferito a Roma e ivi sottoposto a un nuovo processo. E nel Palazzo del Santo Uffizio si compie quel destino che si era delineato "nella Campania felice", quarant'anni prima, con le piccole ribellioni giovanili. Ora a Giordano si imputa, fra l'altro, di credere nei "mondi innumerevoli ed eterni", di asserire la trasmigrazione delle anime, di "dichiarare che la santa scrittura non è che un sogno", di sostenere che Cristo e gli apostoli furono semplici "maghi" e, ovviamente, di ritenere che "la magia [sia] buona e lecita".
Dopo un atto di sottomissione formale. Bruno rimette tutto in discussione e inutilmente le autorità
ecclesiastiche gli prospettano un compromesso che potrebbe almeno salvare le apparenze. Chiamato definitivamente davanti ai giudici il 21 dicembre 1599, Giordano dichiara provocatoriamente di non volersi affatto pentire e di non sapere nemmeno di che cosa dovrebbe pentirsi.
Va così incontro alla morte colui che sarà poi visto ora come il martire della "nuova filosofia", ora come il nostalgico di un sapere antico, ora come il mago che riesce a "vincolare" alla propria la mente altrui operando sui "fantasmi" che emergono alla coscienza (comunque, come ha scritto uno dei maggiori studiosi del suo processo, Luigi Firpo, "Bruno rimane la vittima di un'intolleranza", colpevole soprattutto di aver fatto proprio "il diritto dell'uomo di credere a ciò che pensa").
Stando alle testimonianze, il 17 febbraio 1600 Giordano viene condotto in Campo dei Fiori, "quivi spogliato nudo e legato a un palo": tra le fiamme del rogo distoglie lo sguardo dall'immagine del Crocefìsso che gli viene offerta per l'ultimo pentimento, conscio di morire "bruciato vivo" ma "martire et volentieri, et che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel fumo".
liberamente tratto da Giulio Giorello |