Le pagine della Cultura

 

Amalia Gré ed il Jazz mediterraneo

 

Amalia Grezio era una bambina di Ostuni che passava intere giornate cantando a squarciagola davanti allo specchio. Le piacevano il funky, il blues e il soul. Sono gli ultimi anni Settanta, impazzano gli Earth Wind & Fire, Al Jarreau e George Benson. Il suo preferito, però, è Johnny "Guitar" Watson, «un nero americano pazzesco», dice ora.

In Italia si affacciano sulla scena due giovanissimi: Pino Daniele e Loredana Berté. Mina decide di non apparire più in televisione. De Gregori produce Rimmel, il disco che Amalia ascolta di più.

Amalia Gré è una giovane donna di 39 anni che vive in un ex convento nella campagna di Viterbo: ha uno sguardo sereno, ma un po' malinconico, e una bambina di sei anni da portare tutte le mattine a scuola. Anche quando la sera prima ha tirato tardi in concerto. Amalia canta il jazz mediterraneo. Ha studiato a New York e si è già esibita molte volte al Blue Note, il tempio della musica sofisticata. In Italia comincia a diventare famosa. Il disco - che ha chiamato semplicemente Amalia Gré - e di cui ha curato anche la copertina, si affaccia in classifica. La ospitano in televisione al sabato sera. «A essere Amalia Gré - dice - ho cominciato a dodici-tredici anni. Mi chiamavano così i miei compagni di scuola. E io, così, firmavo quaderni, disegni, tutto quello che facevo».

Amalia, cantante raffinata, una voce che si inerpica su picchi inarrivabili, sente di essere al punto cruciale della sua carriera: «Sono, diciamo così, in rampa di lancio. Ne sono consapevole, non sarò mai davvero popolare. Ma, se tutto va bene, riuscirò a vivere delia mia musica».

E pensare che Amalia, dopo il fuoco della passione adolescenziale, mette il funky e il soul da parte e va a studiare scenografia all'Accademia delle belle arti di Perugia. La scelta matura al liceo classico che frequenta un po' controvoglia. «Studiare musica? Nooo, davvero. Non potevo pensare di fare il Conservatorio. Troppo serio, troppo noioso. Meglio il teatro, l'Accademia».

La musica torna prepotente nel momento in cui discute la tesi di laurea. Alla fatidica domanda: e adesso che cosa farai?, Amalia la strana risponde candida: «Farò la cantante». Gelo in aula, commissione sbigottita.

Gré si trasferisce a Roma. Con il maestro Riccardo Biseo perfeziona la tecnica dell'improvvisazione. Betty Carter, un mito per chi canta, venuta in Italia a tenere un seminario, fa un salto sulla sedia quando l'ascolta. La incoraggia, la invita a New York per migliorare ancora. «Ho studiato, ho studiato troppo. L'ho sempre fatto nella mia vita. Per questo - racconta - ho perso molti amici. Avevano ragione: ero pallosa, studiavo e basta. Non avevo tempo per loro».

È il 1993, Amalia parte ancora. «Era inevitabile, in Italia non c'è un ambiente jazzistico idoneo. Avevo talmente tanta passione - dice – che volevo tastare il terreno, mettermi alla prova, capire se potevo farcela. Mi sono infilata in un percorso arduo».

Amalia va a lezione dalla crema dei cantanti, Mark Ledford, Bobby McFerrin, Bob Dorough, Mark Murphy. Una volta a settimana il pianista Barry Harris le insegna uno standard, passaggio per passaggio, nota per nota. Frequenta anche la "Black Nexxus", la scuola per artisti in cui Susan Batson educa al palcoscenico Madonna, Tom Cruise, Nicole Kidman, Jennifer Lopez.

Non è facile a New York. «La Puglia era lontana - racconta Amalia - e io avevo una nostalgia pazzesca, un bisogno di appartenenza. Sentivo il richiamo del Mediterraneo, delle sonorità arabe». Così, appena può, torna a Ostuni, ai trulli bianchi e al sole a picco, al mare. Agli amici. «Sono tutti là: vado ogni estate al villaggio Rosamaria - dice Amalia - e vedo sempre le stesse persone. Ora fanno il medico, il commercialista. Uno è un politico, un vip, ma con lui mi trovo bene. Per loro sono rimasta la strana che ero da bambina: quella che si truccava in maniera strana, a cui piacevano le cose strane».

Il ritorno a New York è sempre più duro. C'è da studiare e guadagnarsi da vivere. Amalia si rimbocca le maniche. «Non ho mai sopportato – dice - quelli che si piangono addosso. Una cosa tipica del Sud, purtroppo. Invece in America vedevo gente con sei figli e quattro lavori che pensava positivo. Se non ti davi da fare dicevano subito che eri lazy, pigra».

Per sbarcare il lunario disegna e produce vestiti. Fa tutto in casa: il bozzetto, il taglio, il cucito, la confezione. Sono abiti belli che vende a "Bird", raffinato negozio newyorchese pieno di marchi importanti. «Il talento è uno solo – dice Amalia - non c'è differenza tra un vestito e una canzone, tra la musica, le parole e il design».

Durano nove anni le lezioni americane, dal '93 al 2001. «Poi - spiega Amalia - ci ho dato un taglio. Non ne potevo più di cantare standard, avevo bisogno di qualcosa di mio. Il jazz è un ambiente molto chiuso. Per carità mi hanno insegnato tutto e mi hanno trattato sempre da grande cantante. Ma a me non fregava più niente delle regole precise. Se loro facevano strofa, ritornello, strofa, io avevo bisogno di poter fare strofa, strofa, ritornello, ritornello. Giorno dopo giorno mi rendevo conto che non sarei diventata una cantante jazz classica. Avevo voglia dei colori, degli odori, dei sapori del Sud».

Amalia torna in Italia. Crea il suo gruppo, i "Musicshine network", e spariglia ancora: un musicista classico, uno hip bop, un jazzista, un rocchettaro. Si esibisce, inizia a comporre. Lavora ai testi, alla musica, agli arrangiamenti, tira fuori le canzoni per il suo primo album.

«Ora - spiega - mi sono liberata di tutto. Ho accumulato esperienze e conoscenze ma finalmente faccio quello che voglio. Vedo la musica scritta da qualche parte, come se qualcuno mi suggerisse le note, le parole. Non è che mi metto a provare e riprovare, mi viene tutto così com'è. Più o meno».

Le cose non vanno male. Amalia si è messa alle spalle una tournée invernale di successo. Sono appena iniziati i concerti estivi (saranno una ventina), la vogliono nei club e alle convention delle grandi aziende. Amalia non ha più tempo per i vestiti, e un po' le dispiace. Ma ci sono le canzoni scritte da qualche parte nella testa da andare a scovare. C'è da diffondere il suo sound mediterraneo in giro per l'Italia, dove mancherà pure un ambiente jazzistico idoneo, ma cominciano a riconoscerla per strada.


tratto da un’intervista di Lello Naso, ventiquattro n.8, 3.7.04

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