|

la pagina
contiene
-
l'inchiesta di Marco Liguori e Salvatore Napolitano sulla GEA, la
società di procuratori del calcio italiano oggi nell'occhio del ciclone,
con cui i due giornalisti avevano svelato già alla fine del 2003
l'ingarbugliato conflitto d'interessi ed il ruolo di Moggi.
-
l'intervista del 10 maggio 2006 in cui Marco Liguori, che ha scritto
anche un libro sull'argomento “Il pallone nel burrone”, svela ulteriori
particolari
Da
Il Manifesto
Venerdì 11 luglio 2003
Il lato oscuro della Gea
E' l'accolita dei «figli di papà», controlla 150 assistiti tra giocatori e
allenatori di serie A e B e può contare su un socio occulto che ha suscitato
l'interesse di deputati e senatori. Un'inchiesta sull'ingarbugliato
conflitto d'interessi della più nota società di procuratori del calcio
italiano.
MARCO LIGUORI
SALVATORE
NAPOLITANO
C'è anche un
socio occulto ad aggravare l'impenetrabile mistero della Gea World, la più
nota e vorace società di procuratori del calcio italiano, comunemente
definita come l'accolita dei «figli di papà». Il socio che si ammanta di
mistero e che no ha alcuna intenzione di uscire allo scoperto, si protegge
dietro una fiduciaria della Banca di Roma: la Romafides. E' un socio
importante, che fa parte della Gea dall'origine, datata ottobre 2001. E' una
circostanza ben strana per chi vive di cura dell'immagine e di consulenza
nell'ipertelevisivo mondo del pallone. E quale può essere questo
inconfessabile segreto da tenere celato, quando ciascuno degli altri soci
della Gea si mostra senza problemi, nonostante gli intrecci evidenti con i
genitori famosi e impegnati ai vertici del calcio? Si parla di Alessandro
Moggi, figlio di Luciano, direttore generale della Juventus. Di Andrea
Cragnotti, figlio di Sergio, ex presidente della Lazio. Di Chiara Geronzi,
primogenita di Cesare, numero uno di Capitalia, il gruppo bancario che tiene
forzosamente in piedi la Lazio e che ha importanti rapporti anche con
Perugia, Parma e Roma. Di Francesca Tanzi, figlia di Calisto, numero uno di
Parmalat e Parma, nonché membro del consiglio di amministrazione della
stessa Capitalia. E di Riccardo Calleri, figlio di Gian Marco, ex presidente
di Lazio e Torino. E allora perché un socio protetto? La domanda ha
travalicato ormai i salotti ovattati del calcio e interessa la politica. E'
dal 13 novembre 2002 che attende risposta l'interpellanza presentata dai due
senatori leghisti Piergiorgio Stiffoni e Francesco Tirelli ai ministri dei
Beni e attività culturali, Giuliano Urbani, e dell'Economia e finanze,
Giulio Tremonti. Nell'incartamento, che giace sommerso dalla polvere negli
archivi del Senato, si chiede se i ministri «non ritengano che una società
come la Gea World abbia, volendo, la possibilità di interferire sulle
partite del calcio professionistico». Nell'interrogazione si ricorda il
lungo elenco dei figli famosi che controllano la Gea, e si aggiunge che vi
lavorano anche Giuseppe De Mita, figlio dell'ex segretario Dc, Ciriaco, ed
ex addetto stampa della Lazio, e Davide Lippi, figlio di Marcello,
allenatore della Juventus. Ma si avanza altresì il dubbio che la Gea abbia
«probabilmente avuto quale fondatore anche il figlio del presidente della
Federcalcio», Franco Carraro: è proprio il mistero di Romafides. Se ci sia
davvero suo figlio Luigi dietro la fiduciaria non è dato saperlo.
Scorrendone la composizione, rilevabile dai documenti depositati presso la
Camera di Commercio, salta evidente all'occhio il socio occulto. Gli
azionisti della Gea sono tre: le due società Football Management e General
Athletic, ciascuna al 45%, e Riccardo Calleri al 10%. A sua volta, la
Football Management è controllata al 60% da Alessandro Moggi. Della General
Athletic, Andrea Cragnotti, Francesca Tanzi e Chiara Geronzi detengono
ciascuno il 20%.
Il restante 40% è
in mano a Romafides. Insomma, il segreto resta ben tenuto nelle stanze
dell'istituto capitolino. Ma l'acuirsi delle preoccupazioni per i tanti
intrecci calcistici, finanziari e familiari della Gea non ha scosso i piani
alti della Federcalcio. Il problema del conflitto di interessi dei suoi
uomini è stato rapidamente risolto con un semplice stratagemma: basta che
l'atleta firmi un modulo nel quale sostiene di esserne a conoscenza. Non
sarebbe un problema di poco conto: infatti, nonostante la lista completa dei
calciatori e degli allenatori dei quali la Gea detiene la procura sia tenuta
gelosamente nascosta, in barba alla trasparenza, si parla di circa 150
assistiti tra calciatori e allenatori di serie A e B. Ma i tentacoli si
stanno rapidamente allungando anche nei campionati minori e nei settori
giovanili. Circa l'estemporanea soluzione, è utile ricordare che Franco
Carraro, oltre a essere il presidente federale, è anche il numero uno di MCC,
banca d'affari posseduta dal gruppo Capitalia. C'è un particolare aggiuntivo
che ha probabilmente consigliato a Urbani e Tremonti di glissare sulla
questione. Dallo scorso dicembre, Capitalia ha ceduto il 20,1% di MCC a
diversi grandi gruppi: il 3% è detenuto adesso dalla Fininvest. Un garbuglio
simile è difficile a vedersi: nella stessa barca navigano Berlusconi,
Carraro, Geronzi, Moggi, Tanzi e i loro uomini. Anche un gruppo di 39
deputati del centro-sinistra ha presentato, il 2 luglio scorso,
un'interpellanza al ministro Urbani sui vari conflitti di interesse del
mondo del calcio: da Carraro a Galliani, includendo la Gea. Doveva essere
discussa ieri alla Camera, ma è stata rinviata alla prossima settimana. In
caso di risposte insoddisfacenti dell'esecutivo c'è già l'intenzione di
ricorrere alle Autorità garanti della concorrenza.
(fine 1^ puntata)

L'argento di famiglia
Seconda puntata dell'inchiesta sulla Gea World. Il conflitto d'interessi tra
padri illustri e rampolli arrivisti ha mille volti, come per l'affitto della
sede di vicolo Barberini o per la misteriosa fiduciaria Romafides. E intanto
sembra imminente l'arrivo di De Mita junior per ulteriori intrecci
calcistici, finanziari e familiari.
MARCO LIGUORI
SALVATORE
NAPOLITANO
«Papà, me lo dai
l'appartamento?». E' una frase ricorrente in molte famiglie benestanti. Se
il rampollo ha bisogno, un piccolo aiuto non gli si può negare. Nel nostro
caso, la famiglia in questione è composta da un padre e da una figlia, i cui
nomi sono molto noti e influenti: l'uno è Cesare Geronzi, presidente del
gruppo Capitalia, a cui fa capo anche la Banca di Roma. L'altra è la
primogenita Chiara, giornalista del Tg5. L'appartamento si trova in una zona
centralissima della Capitale: è infatti al secondo piano del numero 35 di
vicolo Barberini. E' davvero molto spazioso: circa 180 metri quadrati,
suddivisi tra salone pranzo, due camere, cucina e doppi servizi. L'episodio
risale alla metà di gennaio del 2001. La Gea World sarebbe nata soltanto
qualche mese dopo, ad ottobre, ma erano già operative le due società che le
avrebbero dato vita: la Football Management di Alessandro Moggi, figlio di
Luciano, direttore generale della Juventus, nata nel 1994, e la General
Athletic, fondata nell'ottobre 2000, controllata al 20% ciascuno da Andrea
Cragnotti (figlio di Sergio), Francesca Tanzi (figlia di Calisto) e Chiara
Geronzi, e al 40% dalla fiduciaria del gruppo Capitalia, Romafides, schermo
per il socio occulto che è da tempo oggetto di curiosità anche in
Parlamento. La General Athletic era alla ricerca di una sede sociale per
cominciare la propria attività: l'appartamento di vicolo Barberini sembrava
perfetto. Anche perché il suo proprietario era la Banca di Roma. Ma non
sarebbe stato elegante un passaggio diretto tra padre e figlia: a quel
tempo, infatti, Chiara Geronzi era presidente del consiglio di
amministrazione della General Athletic. Meglio cancellare qualche traccia:
la soluzione fu rapidamente trovata. A dare in affitto l'abitazione fu la
Cornice Immobiliare, mandataria dell'istituto presieduto da Cesare Geronzi.
A firmare il contratto come conduttore fu Tommaso Cellini, all'epoca fresco
ex-direttore marketing della Lazio, che aveva ricevuto un mandato speciale
dalla stessa Chiara Geronzi per concludere l'affare. Ma il colpo di genio fu
nel concedere i locali per uso abitativo: un modo per fissare un canone più
vantaggioso per l'affittuario. Non solo, ma nell'articolo 3 del contratto di
affitto è stato reso esplicito il «divieto al conduttore di qualsiasi
diversa destinazione anche parziale o temporanea dell'unità immobiliare
locata».
Dunque, un bell'affare
per la General Athletic, molto di meno per la Banca di Roma, che ha
affittato un immobile di prestigio ad un canone annuo di poco più di 43
milioni e mezzo di vecchie lire: appena 20.355 mensili al metro quadro. Non
c'è che dire: davanti ai bisogni della figlia, gli interessi degli azionisti
passano in second'ordine. Anche in questa operazione c'è la conferma del
nodo inestricabile che lega insieme Banca di Roma, Parmalat, Lazio e
Juventus. Quell'appartamento, ben lungi dall'aver ospitato la famiglia
Cellini, è diventato la sede della General Athletic. E adesso lo è della
Gea. A proposito della quale c'è da osservare che sono in corso manovre
farraginose per far scomparire il convitato di pietra, ossia Romafides, la
fiduciaria dietro la quale si cela dall'origine il socio misterioso. Il
presidente della Gea Alessandro Moggi ha detto con sicurezza che «non esiste
nessuna fiduciaria». Ma la pratica con la quale la società avrebbe
annunciato il cambio dell'assetto proprietario è stata formalmente sospesa.
C'è infatti un documento di troppo. In uno l'elenco dei soci è rimasto
invariato, nell'altro è scomparsa Romafides. Insomma, trattandosi di Gea, si
potrebbe parlare a ragion veduta di un conflitto di interessi tra documenti.
Non si sa bene
come finirà questa sorta di gioco delle tre tavolette: tra le ipotesi più
verosimili ci sono l'ingresso di Giuseppe De Mita, figlio di Ciriaco e
attuale direttore generale, che diventerebbe anche socio a tutti gli
effetti.
(fine 2^ puntata)

Domenica 21
dicembre 2003 - 3a puntata
I misteri «gialloblù»
della Gea
Negli ultimi mesi l'azionariato della società di procuratori più discussa
d'Italia è cambiato: sono usciti Andrea Cragnotti, Francesca Tanzi e un
socio misterioso e sono entrati il direttore generale della Lazio, Giuseppe
De Mita, e Oreste Luciani, sindaco del Parma calcio, legato a doppio filo
alla famiglia Tanzi. Il conflitto d'interessi dell'accolita dei figli famosi
resta sul tavolo.
MARCO LIGUORI
SALVATORE
NAPOLITANO
Da pochi mesi la
famiglia Tanzi, al centro della crisi che ha coinvolto la Parmalat, sembra
essere uscita dall'azionariato della Gea: ma è proprio così? Il dubbio è più
che lecito e gira intorno alla figura di un socio subentrato da pochi mesi:
Oreste Luciani. E' un nome sconosciuto agli addetti ai lavori del calcio, ma
è un professionista molto famoso, dal momento che è sindaco di numerose
società. Qualcuna di esse versa peraltro in cattive condizioni, come la
Gandalf, dove ricopre l'incarico di presidente del collegio sindacale: è una
piccola compagnia aerea, quotata al Nuovo Mercato di Piazza Affari, il cui
bilancio 2002, agli inizi di dicembre, è stato impugnato dalla Consob, la
commissione di controllo delle società di Borsa, davanti al Tribunale. Che
cosa ci fa dunque uno come Luciani nel variegato mondo del pallone? Per
capire meglio la questione, occorre fare un passo all'indietro. La Gea è una
famosa società di procuratori, che controlla circa 150 tra giocatori e
allenatori di serie A e B, ed è etichettata come un'accolita di pargoli
celebri. E' nata nell'ottobre 2001, il suo presidente è Alessandro Moggi,
figlio del direttore generale della Juventus, Luciano, ed i suoi azionisti
alla pari sono la Football Management e la General Athletic, che detengono
ciascuna il 45%. Il restante 10% è nelle mani di Riccardo Calleri, figlio
dell'ex presidente di Torino e Lazio, Gian Marco. A sua volta, la Football
Management è posseduta per il 60% dallo stesso Alessandro Moggi e per il 40%
da Francesco Zavaglia. L'azionariato della General Athletic è stato invece
una lunga fonte di misteri. E continua ad esserlo: fino all'aprile 2003, il
60% era suddiviso in parti uguali tra Chiara Geronzi, giornalista del Tg5 e
figlia del numero uno della galassia bancaria Capitalia, Cesare, Andrea
Cragnotti, figlio di Sergio, ex numero uno della Cirio e della Lazio, e
Francesca Tanzi, figlia di Calisto, fino all'altro ieri presidente del
gruppo Parmalat. L'altro 40% era in mano ad una fiduciaria di Capitalia: la
Romafides. Quale irriferibile segreto celava il socio che si è sempre voluto
mimetizzare dietro lo schermo della fiduciaria?
Nessuno dei figli
famosi aveva ritenuto necessario nascondersi, nonostante gli intrecci
evidenti con i padri, ed i relativi conflitti di interesse: ma un socio sì.
Nemmeno alcune interpellanze parlamentari, sia della Lega che dell'Ulivo,
sono riuscite a far luce sulla vicenda. Da fine aprile, l'azionariato è
cambiato. Il piccolo colpo di scena ha mandato in tilt anche la Camera di
Commercio, perché la General Athletic aveva presentato due documenti
contrapposti: in uno si sosteneva che i soci fossero gli stessi, nell'altro
che fossero cambiati. Sciolto il dilemma, la nuova composizione azionaria
della società vede la scomparsa di Romafides e del suo mistero, di Andrea
Cragnotti e di Francesca Tanzi: al loro posto, Chiara Geronzi, che ha
incrementato la sua quota al 46%, e tre neo-entrati. Giuseppe De Mita ha il
26%, ma era già consigliere della Gea: tutttavia, il figlio dell'ex
segretario democristiano, Ciriaco, resta contemporaneamente direttore
generale della Lazio, nonostante l'evidente conflitto di interessi. Riccardo
Calleri ha il 2% e proprio Oreste Luciani ha il 26%: egli era fra l'altro
già consigliere della General Athletic. Ma i suoi legami con la famiglia
Tanzi sono più d'uno: a cominciare da quello evidentissimo nella Chiori
s.r.l., che ha sede a Parma, dove Luciani è socio insieme a Francesca Tanzi.
Egli ne detiene il 49%, mentre la figlia di Calisto il 51%. Di questa
società, Luciani è anche l'amministratore unico. I conti della Chiori non
brillano affatto: essa ha un capitale sociale di 21mila euro, e svolge, o
almeno dovrebbe in base alle dichiarazioni allegate al bilancio, attività di
acquisto, detenzione, vendita e gestione di partecipazioni in altre società.
Ma non c'è traccia di dinamismo nell'operatività: l'unico pacchetto detenuto
è quello di controllo della Valorizzazioni Turistiche s.r.l., che non ha
distribuito dividendi né durante il 2001 e neppure nel 2002.
Morale della
favola, la Chiori ha chiuso entrambi gli esercizi senza incamerare un solo
euro di fatturato. E ha totalizzato piccole perdite, pari rispettivamente a
2.063 e a 1.453 euro. Ma Luciani non è solo socio con la Tanzi junior, ma è
anche sindaco di diverse società del gruppo Parmalat: del Parma Calcio,
della Panna Elena C.P.C., della Saral s.r.l., della Streglio Spa e della
Interlatte Spa. Dulcis in fundo, le attività ricreative: Luciani e Calisto
Tanzi sono tra i numerosi soci di un circolo esclusivo, il La Rocca Golf.
Chissà se si saranno mai sfidati a chi fa buche con il minor numero di
colpi: e soprattutto sarebbe interessante sapere chi ha vinto.

I retroscena del caso in
un libro pubblicato in tempi non sospetti
Quel pallone finito da
tempo nel “burrone”
L’autore Liguori: «Nel 2004 era tutto
prevedibile. Molte anomalie facevano intuire la deriva del sistema»
Orlando Sacchelli
Con una preveggenza quasi impressionante
nel 2004 era uscito un libro che, risfogliato dopo due anni, fa capire come
le magagne di cui soffre da anni il calcio italiano fossero arcinote ma
stranamente sottovalutate. Salvatore Napolitano e Marco Liguori avevano
fatto le pulci, come si suol dire, allo sport più popolare in Italia,
scoprendo come sia diventato ormai un affare colossale con enormi baratri
finanziari, evasione al fisco e questioni poco pulite tenute rigorosamente
nascoste. Il titolo era evocativo: “Il pallone nel burrone”.
«Si poteva già immaginare all’epoca
- ci racconta uno degli autori del libro, il giornalista Liguori - dove
saremmo potuti arrivare, con bilanci in profondo rosso e situazioni davvero
esilaranti». Il caso più lampante è il cosiddetto “piano Baraldi” della
Lazio, con il quale si realizzò lo spostamento di una serie di partite di
debito, compresi gli stipendi dei calciatori, nell’arco di cinque anni. Poco
prima (nel febbraio 2003) c’era stato il decreto “spalmadebiti”, con il
quale si era data la possibilità alle società di calcio di distribuire i
propri debiti nel corso degli anni. La situazione dei bilanci di molti club
era decisamente preoccupante, e con essa, ormai ogni anno, gli infiniti
strascichi giudiziari per le iscrizioni ai campionati, con tanto di ricorsi
e calendari bloccati fino alla fine.
Ora però, con l’esplosione del caso
relativo ai possibili condizionamenti degli arbitri per fini non
propriamente sportivi, si torna a parlare di nomi, fatti e circostanze sulle
quali, per anni, sono circolati pettegolezzi e mezze verità. Insinuazioni,
per usare un termine più appropriato atto ad indicare delle accuse che non
trovano elementi di prova. Con l’inchiesta aperta e l’iscrizione nel
registro degli indagati di numerosi big del pallone, si torna a parlare di
alcuni episodi assai succosi dei quali, in passato, qualcuno si era già
occupato e di cui si mormorava parecchio nel mondo del pallone. Non solo
discorsi da bar, qualcosa di peggio. Al centro c’era la Gea.
«Rivendico la primogenitura
dell’inchiesta, nel 2003, pubblicata su il Manifesto in tre puntate -
racconta Liguori - Avemmo la fortuna di incappare in in’interpellanza di
due senatori leghisti, Piergiorgio Stiffoni e Francesco Tirelli. Il 13
novembre 2002 chiedevano alcune informazioni al ministro dei Beni culturali,
Urbani, e a quello dell’Economia, Tremonti. I due senatori facero luce sulla
Gea, alle cui spalle c’erano due società, la Football Management e la
General Athletic. In quest’ultima, nel 2002, alcuni figli famosi quali
Chiara Geronzi, Francesca Tanzi e Andrea Cragnotti detenevano il 20%
ciascuno. Restava un mistero su chi fosse dietro alla fiduciaria Romafides,
del gruppo Capitalia, che deteneva il restante 40%».
Ma chi poteva nascondersi dietro a quella
fiduciaria che, per sua stessa definizione, ha il compito (lecito,
s’intenda) di tenere nascosti i reali possessori dei titoli azionari? «Stiffoni
e Tirelli - spiega Liguori - ipotizzarono che dietro vi potesse
essere il figlio di Franco Carraro, Luigi. Nell’interpellanza chiesero se
ciò corrispondesse al vero. Ma non hanno mai avuto risposta. Nel frattempo,
nell’autunno 2003, Romafides sparì dall’azionariato della General Athletic,
proprio dopo i nostri articoli». E chi entrò come socio al posto della
fiduciaria? Giuseppe De Mita, ex direttore generale Gea e, all’epoca,
direttore generale della Lazio. «Entrò con il 26% delle quote, insieme a
lui anche Oreste Luciani, revisore contabile e socio in affari con Francesca
Tanzi».
I sospetti che il figlio di Carraro
potesse essere un socio occulto della Gea sono rimasti tali, nessuno li ha
mai provati. Certo è che se ciò fosse vero sarebbe di una gravità inaudita,
un conflitto di interessi gigantesco, visto il ruolo ricoperto dal padre,
Franco Carraro, presidente della Federcalcio. Liguori non si lascia andare
ad un giustizialismo di bassa lega, il garantismo va applicato nei confronti
di tutti, ci mancherebbe. Si limita a ricordare che «le dimissioni di
Carraro sono un atto dovuto. Si potrà fare piena chiarezza su ogni aspetto».
La Gea è stata accusata più di una volta,
da alcuni procuratori che operano nel mondo del calcio con denunce
all'Antitrust, di essere in una posizione dominante e di poter influenzare
partite e risultati, sotto tiro anche per via di un presunto conflitto
d'interessi (figli manager o intermediari che trattano con padri dirigenti).
Nel marzo 2002 la Federcalcio aveva dato vita ad una commissione ad hoc per
cercare di fare chiarezza. Dopo nove mesi, però, la commissione della Figc
stabilì che la Gea World operava «legittimamente e senza commettere
violazioni regolamentari». Con i particolari emersi in questi ultimi
giorni più di un sospetto riemerge con forza sulle “pratiche” della Gea.
E torna alla memoria un altro particolare
raccontato nelle pagine del libro “Il pallone nel burrone” e negli articoli
dell’inchiesta a puntate pubblicata anni fa da il Manifesto. È la storia
dell’appartamento dove la Gea aprì la propria sede, a Roma, al numero 35 di
vicoletto Barberini. Gennaio 2001, la Gea sarebbe nata solo a ottobre ma
erano già operative le due società che le avrebbero dato vita, la Football
Management e la General Athletic.
A firmare il contratto come conduttore fu
Tommaso Cellini, fresco ex-direttore marketing della Lazio, che aveva
ricevuto un mandato speciale da Chiara Geronzi per concludere l'affare. I
locali furono concessi per uso abitativo ad un prezzo più che di favore,
poco più di 43 milioni e mezzo di vecchie lire, appena 20mila lire al metro
quadro. Un vero affare per la società che sarebbe nata di lì a poco, molto
probabilmente frutto di un “favore” che papà Geronzi, banchiere, fece alla
figlia. Liguori va giù abbastanza duro non tanto contro le pratiche
nepotistiche ma, soprattutto, nei confronti di tutti gli azionisti di
Capitalia che mai hanno chiesto conto, a Geronzi, di quell’affitto di favore
concesso alla Gea: «Nessuno si è mai alzato in piedi per chiedere
spiegazioni. Eppure anche il più piccolo degli azionisti avrebbe avuto il
diritto di farlo. Trovo questa cosa assai sconcertante».
Oggi la situazione non è delle più rosee
nel mondo del calcio. Ma è possibile che tutto possa continuare a reggersi
sui debiti, sulle furbizie (per non chiamarle in modo peggiore) e sulla
sistematica violazione sistematica delle regole, sanata poi da leggi ad hoc
per tutelare il circo del pallone? «Cragnotti tempo fa - racconta
Liguori - parlava del “tifoso-cliente”, che ha in mano un’arma bella e
buona, quella di decidere che questo spettacolo televisivo non gli interessa
più, e di non fare gli abbonamenti alla tv e non andare alla partita. In
questo modo la bolla si sgonfierebbe». Ma la vera cosa su cui i tifosi
dovrebbero riflettere è un’altra. «Il sottosegretario Daniele Molgora
- sottolinea Liguori - all’inizio di quest’anno nel rispondere a
un’interrogazione parlamentare ha quantificato il debito fiscale per le
società di calcio professionistiche, facendo riferimento solo all’Ire (ex
Irpef) non versata sugli stipendi e l’Iva non pagata, ammontava il 30
novembre 2005 a 660 milioni di euro. Un’enormità, pagata da tutti i
contribuenti, anche da quelli a cui non importa niente del calcio.
Per tutti gli altri, per i tifosi che vanno allo stadio e pagano il
biglietto o si abbonano a Sky o comprano le prepagate del digitale
terrestre, il costo è quindi doppio, si paga due volte».
Un mondo strano, quello del calcio, dove
da sempre vanno avanti i furbi e dove la realtà sembra sospesa. Un mondo
parallelo, per certi versi. Durante il governo dell’Ulivo le società di
calcio chiesero e ottennero (Giraudo, Galliani e Sensi in primis) di poter
trasformare le squadre di calcio in Spa. Questo, però, non ha impedito a
molte di esse di contravvenire alle regole beneficiando di un regime
agevolato che, di fatto, le sottrae da tutti gli obblighi cui devono
sottostare le normali società. Un’assurdità che dovrebbe terminare al più
presto, perché si torni ad un calcio “normale” e, soprattutto, più pulito.
In tutti i sensi.
10 maggio 2006
(tratto da
PadaniaOnLine, 10 maggio 2006)
Il pallone nel burrone |