PENSIERO MERIDIANO

la pagina contiene

  • l'inchiesta di Marco Liguori e Salvatore Napolitano sulla GEA, la società di procuratori del calcio italiano oggi nell'occhio del ciclone, con cui i due giornalisti avevano svelato già alla fine del 2003 l'ingarbugliato conflitto d'interessi ed il ruolo di Moggi.

  • l'intervista del 10 maggio 2006 in cui Marco Liguori, che ha scritto anche un libro sull'argomento “Il pallone nel burrone”, svela ulteriori particolari


Da Il Manifesto Venerdì 11 luglio 2003

Il lato oscuro della Gea

E' l'accolita dei «figli di papà», controlla 150 assistiti tra giocatori e allenatori di serie A e B e può contare su un socio occulto che ha suscitato l'interesse di deputati e senatori. Un'inchiesta sull'ingarbugliato conflitto d'interessi della più nota società di procuratori del calcio italiano.

MARCO LIGUORI

SALVATORE NAPOLITANO

C'è anche un socio occulto ad aggravare l'impenetrabile mistero della Gea World, la più nota e vorace società di procuratori del calcio italiano, comunemente definita come l'accolita dei «figli di papà». Il socio che si ammanta di mistero e che no ha alcuna intenzione di uscire allo scoperto, si protegge dietro una fiduciaria della Banca di Roma: la Romafides. E' un socio importante, che fa parte della Gea dall'origine, datata ottobre 2001. E' una circostanza ben strana per chi vive di cura dell'immagine e di consulenza nell'ipertelevisivo mondo del pallone. E quale può essere questo inconfessabile segreto da tenere celato, quando ciascuno degli altri soci della Gea si mostra senza problemi, nonostante gli intrecci evidenti con i genitori famosi e impegnati ai vertici del calcio? Si parla di Alessandro Moggi, figlio di Luciano, direttore generale della Juventus. Di Andrea Cragnotti, figlio di Sergio, ex presidente della Lazio. Di Chiara Geronzi, primogenita di Cesare, numero uno di Capitalia, il gruppo bancario che tiene forzosamente in piedi la Lazio e che ha importanti rapporti anche con Perugia, Parma e Roma. Di Francesca Tanzi, figlia di Calisto, numero uno di Parmalat e Parma, nonché membro del consiglio di amministrazione della stessa Capitalia. E di Riccardo Calleri, figlio di Gian Marco, ex presidente di Lazio e Torino. E allora perché un socio protetto? La domanda ha travalicato ormai i salotti ovattati del calcio e interessa la politica. E' dal 13 novembre 2002 che attende risposta l'interpellanza presentata dai due senatori leghisti Piergiorgio Stiffoni e Francesco Tirelli ai ministri dei Beni e attività culturali, Giuliano Urbani, e dell'Economia e finanze, Giulio Tremonti. Nell'incartamento, che giace sommerso dalla polvere negli archivi del Senato, si chiede se i ministri «non ritengano che una società come la Gea World abbia, volendo, la possibilità di interferire sulle partite del calcio professionistico». Nell'interrogazione si ricorda il lungo elenco dei figli famosi che controllano la Gea, e si aggiunge che vi lavorano anche Giuseppe De Mita, figlio dell'ex segretario Dc, Ciriaco, ed ex addetto stampa della Lazio, e Davide Lippi, figlio di Marcello, allenatore della Juventus. Ma si avanza altresì il dubbio che la Gea abbia «probabilmente avuto quale fondatore anche il figlio del presidente della Federcalcio», Franco Carraro: è proprio il mistero di Romafides. Se ci sia davvero suo figlio Luigi dietro la fiduciaria non è dato saperlo. Scorrendone la composizione, rilevabile dai documenti depositati presso la Camera di Commercio, salta evidente all'occhio il socio occulto. Gli azionisti della Gea sono tre: le due società Football Management e General Athletic, ciascuna al 45%, e Riccardo Calleri al 10%. A sua volta, la Football Management è controllata al 60% da Alessandro Moggi. Della General Athletic, Andrea Cragnotti, Francesca Tanzi e Chiara Geronzi detengono ciascuno il 20%.

Il restante 40% è in mano a Romafides. Insomma, il segreto resta ben tenuto nelle stanze dell'istituto capitolino. Ma l'acuirsi delle preoccupazioni per i tanti intrecci calcistici, finanziari e familiari della Gea non ha scosso i piani alti della Federcalcio. Il problema del conflitto di interessi dei suoi uomini è stato rapidamente risolto con un semplice stratagemma: basta che l'atleta firmi un modulo nel quale sostiene di esserne a conoscenza. Non sarebbe un problema di poco conto: infatti, nonostante la lista completa dei calciatori e degli allenatori dei quali la Gea detiene la procura sia tenuta gelosamente nascosta, in barba alla trasparenza, si parla di circa 150 assistiti tra calciatori e allenatori di serie A e B. Ma i tentacoli si stanno rapidamente allungando anche nei campionati minori e nei settori giovanili. Circa l'estemporanea soluzione, è utile ricordare che Franco Carraro, oltre a essere il presidente federale, è anche il numero uno di MCC, banca d'affari posseduta dal gruppo Capitalia. C'è un particolare aggiuntivo che ha probabilmente consigliato a Urbani e Tremonti di glissare sulla questione. Dallo scorso dicembre, Capitalia ha ceduto il 20,1% di MCC a diversi grandi gruppi: il 3% è detenuto adesso dalla Fininvest. Un garbuglio simile è difficile a vedersi: nella stessa barca navigano Berlusconi, Carraro, Geronzi, Moggi, Tanzi e i loro uomini. Anche un gruppo di 39 deputati del centro-sinistra ha presentato, il 2 luglio scorso, un'interpellanza al ministro Urbani sui vari conflitti di interesse del mondo del calcio: da Carraro a Galliani, includendo la Gea. Doveva essere discussa ieri alla Camera, ma è stata rinviata alla prossima settimana. In caso di risposte insoddisfacenti dell'esecutivo c'è già l'intenzione di ricorrere alle Autorità garanti della concorrenza.

(fine 1^ puntata)


L'argento di famiglia

Seconda puntata dell'inchiesta sulla Gea World. Il conflitto d'interessi tra padri illustri e rampolli arrivisti ha mille volti, come per l'affitto della sede di vicolo Barberini o per la misteriosa fiduciaria Romafides. E intanto sembra imminente l'arrivo di De Mita junior per ulteriori intrecci calcistici, finanziari e familiari.

MARCO LIGUORI

SALVATORE NAPOLITANO

«Papà, me lo dai l'appartamento?». E' una frase ricorrente in molte famiglie benestanti. Se il rampollo ha bisogno, un piccolo aiuto non gli si può negare. Nel nostro caso, la famiglia in questione è composta da un padre e da una figlia, i cui nomi sono molto noti e influenti: l'uno è Cesare Geronzi, presidente del gruppo Capitalia, a cui fa capo anche la Banca di Roma. L'altra è la primogenita Chiara, giornalista del Tg5. L'appartamento si trova in una zona centralissima della Capitale: è infatti al secondo piano del numero 35 di vicolo Barberini. E' davvero molto spazioso: circa 180 metri quadrati, suddivisi tra salone pranzo, due camere, cucina e doppi servizi. L'episodio risale alla metà di gennaio del 2001. La Gea World sarebbe nata soltanto qualche mese dopo, ad ottobre, ma erano già operative le due società che le avrebbero dato vita: la Football Management di Alessandro Moggi, figlio di Luciano, direttore generale della Juventus, nata nel 1994, e la General Athletic, fondata nell'ottobre 2000, controllata al 20% ciascuno da Andrea Cragnotti (figlio di Sergio), Francesca Tanzi (figlia di Calisto) e Chiara Geronzi, e al 40% dalla fiduciaria del gruppo Capitalia, Romafides, schermo per il socio occulto che è da tempo oggetto di curiosità anche in Parlamento. La General Athletic era alla ricerca di una sede sociale per cominciare la propria attività: l'appartamento di vicolo Barberini sembrava perfetto. Anche perché il suo proprietario era la Banca di Roma. Ma non sarebbe stato elegante un passaggio diretto tra padre e figlia: a quel tempo, infatti, Chiara Geronzi era presidente del consiglio di amministrazione della General Athletic. Meglio cancellare qualche traccia: la soluzione fu rapidamente trovata. A dare in affitto l'abitazione fu la Cornice Immobiliare, mandataria dell'istituto presieduto da Cesare Geronzi. A firmare il contratto come conduttore fu Tommaso Cellini, all'epoca fresco ex-direttore marketing della Lazio, che aveva ricevuto un mandato speciale dalla stessa Chiara Geronzi per concludere l'affare. Ma il colpo di genio fu nel concedere i locali per uso abitativo: un modo per fissare un canone più vantaggioso per l'affittuario. Non solo, ma nell'articolo 3 del contratto di affitto è stato reso esplicito il «divieto al conduttore di qualsiasi diversa destinazione anche parziale o temporanea dell'unità immobiliare locata».

Dunque, un bell'affare per la General Athletic, molto di meno per la Banca di Roma, che ha affittato un immobile di prestigio ad un canone annuo di poco più di 43 milioni e mezzo di vecchie lire: appena 20.355 mensili al metro quadro. Non c'è che dire: davanti ai bisogni della figlia, gli interessi degli azionisti passano in second'ordine. Anche in questa operazione c'è la conferma del nodo inestricabile che lega insieme Banca di Roma, Parmalat, Lazio e Juventus. Quell'appartamento, ben lungi dall'aver ospitato la famiglia Cellini, è diventato la sede della General Athletic. E adesso lo è della Gea. A proposito della quale c'è da osservare che sono in corso manovre farraginose per far scomparire il convitato di pietra, ossia Romafides, la fiduciaria dietro la quale si cela dall'origine il socio misterioso. Il presidente della Gea Alessandro Moggi ha detto con sicurezza che «non esiste nessuna fiduciaria». Ma la pratica con la quale la società avrebbe annunciato il cambio dell'assetto proprietario è stata formalmente sospesa. C'è infatti un documento di troppo. In uno l'elenco dei soci è rimasto invariato, nell'altro è scomparsa Romafides. Insomma, trattandosi di Gea, si potrebbe parlare a ragion veduta di un conflitto di interessi tra documenti.

Non si sa bene come finirà questa sorta di gioco delle tre tavolette: tra le ipotesi più verosimili ci sono l'ingresso di Giuseppe De Mita, figlio di Ciriaco e attuale direttore generale, che diventerebbe anche socio a tutti gli effetti.

(fine 2^ puntata)


Domenica 21 dicembre 2003 - 3a puntata

I misteri «gialloblù» della Gea

Negli ultimi mesi l'azionariato della società di procuratori più discussa d'Italia è cambiato: sono usciti Andrea Cragnotti, Francesca Tanzi e un socio misterioso e sono entrati il direttore generale della Lazio, Giuseppe De Mita, e Oreste Luciani, sindaco del Parma calcio, legato a doppio filo alla famiglia Tanzi. Il conflitto d'interessi dell'accolita dei figli famosi resta sul tavolo.

MARCO LIGUORI

SALVATORE NAPOLITANO

Da pochi mesi la famiglia Tanzi, al centro della crisi che ha coinvolto la Parmalat, sembra essere uscita dall'azionariato della Gea: ma è proprio così? Il dubbio è più che lecito e gira intorno alla figura di un socio subentrato da pochi mesi: Oreste Luciani. E' un nome sconosciuto agli addetti ai lavori del calcio, ma è un professionista molto famoso, dal momento che è sindaco di numerose società. Qualcuna di esse versa peraltro in cattive condizioni, come la Gandalf, dove ricopre l'incarico di presidente del collegio sindacale: è una piccola compagnia aerea, quotata al Nuovo Mercato di Piazza Affari, il cui bilancio 2002, agli inizi di dicembre, è stato impugnato dalla Consob, la commissione di controllo delle società di Borsa, davanti al Tribunale. Che cosa ci fa dunque uno come Luciani nel variegato mondo del pallone? Per capire meglio la questione, occorre fare un passo all'indietro. La Gea è una famosa società di procuratori, che controlla circa 150 tra giocatori e allenatori di serie A e B, ed è etichettata come un'accolita di pargoli celebri. E' nata nell'ottobre 2001, il suo presidente è Alessandro Moggi, figlio del direttore generale della Juventus, Luciano, ed i suoi azionisti alla pari sono la Football Management e la General Athletic, che detengono ciascuna il 45%. Il restante 10% è nelle mani di Riccardo Calleri, figlio dell'ex presidente di Torino e Lazio, Gian Marco. A sua volta, la Football Management è posseduta per il 60% dallo stesso Alessandro Moggi e per il 40% da Francesco Zavaglia. L'azionariato della General Athletic è stato invece una lunga fonte di misteri. E continua ad esserlo: fino all'aprile 2003, il 60% era suddiviso in parti uguali tra Chiara Geronzi, giornalista del Tg5 e figlia del numero uno della galassia bancaria Capitalia, Cesare, Andrea Cragnotti, figlio di Sergio, ex numero uno della Cirio e della Lazio, e Francesca Tanzi, figlia di Calisto, fino all'altro ieri presidente del gruppo Parmalat. L'altro 40% era in mano ad una fiduciaria di Capitalia: la Romafides. Quale irriferibile segreto celava il socio che si è sempre voluto mimetizzare dietro lo schermo della fiduciaria?

Nessuno dei figli famosi aveva ritenuto necessario nascondersi, nonostante gli intrecci evidenti con i padri, ed i relativi conflitti di interesse: ma un socio sì. Nemmeno alcune interpellanze parlamentari, sia della Lega che dell'Ulivo, sono riuscite a far luce sulla vicenda. Da fine aprile, l'azionariato è cambiato. Il piccolo colpo di scena ha mandato in tilt anche la Camera di Commercio, perché la General Athletic aveva presentato due documenti contrapposti: in uno si sosteneva che i soci fossero gli stessi, nell'altro che fossero cambiati. Sciolto il dilemma, la nuova composizione azionaria della società vede la scomparsa di Romafides e del suo mistero, di Andrea Cragnotti e di Francesca Tanzi: al loro posto, Chiara Geronzi, che ha incrementato la sua quota al 46%, e tre neo-entrati. Giuseppe De Mita ha il 26%, ma era già consigliere della Gea: tutttavia, il figlio dell'ex segretario democristiano, Ciriaco, resta contemporaneamente direttore generale della Lazio, nonostante l'evidente conflitto di interessi. Riccardo Calleri ha il 2% e proprio Oreste Luciani ha il 26%: egli era fra l'altro già consigliere della General Athletic. Ma i suoi legami con la famiglia Tanzi sono più d'uno: a cominciare da quello evidentissimo nella Chiori s.r.l., che ha sede a Parma, dove Luciani è socio insieme a Francesca Tanzi. Egli ne detiene il 49%, mentre la figlia di Calisto il 51%. Di questa società, Luciani è anche l'amministratore unico. I conti della Chiori non brillano affatto: essa ha un capitale sociale di 21mila euro, e svolge, o almeno dovrebbe in base alle dichiarazioni allegate al bilancio, attività di acquisto, detenzione, vendita e gestione di partecipazioni in altre società. Ma non c'è traccia di dinamismo nell'operatività: l'unico pacchetto detenuto è quello di controllo della Valorizzazioni Turistiche s.r.l., che non ha distribuito dividendi né durante il 2001 e neppure nel 2002.

Morale della favola, la Chiori ha chiuso entrambi gli esercizi senza incamerare un solo euro di fatturato. E ha totalizzato piccole perdite, pari rispettivamente a 2.063 e a 1.453 euro. Ma Luciani non è solo socio con la Tanzi junior, ma è anche sindaco di diverse società del gruppo Parmalat: del Parma Calcio, della Panna Elena C.P.C., della Saral s.r.l., della Streglio Spa e della Interlatte Spa. Dulcis in fundo, le attività ricreative: Luciani e Calisto Tanzi sono tra i numerosi soci di un circolo esclusivo, il La Rocca Golf. Chissà se si saranno mai sfidati a chi fa buche con il minor numero di colpi: e soprattutto sarebbe interessante sapere chi ha vinto.


I retroscena del caso in un libro pubblicato in tempi non sospetti

Quel pallone finito da tempo nel “burrone”

L’autore Liguori: «Nel 2004 era tutto prevedibile. Molte anomalie facevano intuire la deriva del sistema»

Orlando Sacchelli

Con una preveggenza quasi impressionante nel 2004 era uscito un libro che, risfogliato dopo due anni, fa capire come le magagne di cui soffre da anni il calcio italiano fossero arcinote ma stranamente sottovalutate. Salvatore Napolitano e Marco Liguori avevano fatto le pulci, come si suol dire, allo sport più popolare in Italia, scoprendo come sia diventato ormai un affare colossale con enormi baratri finanziari, evasione al fisco e questioni poco pulite tenute rigorosamente nascoste. Il titolo era evocativo: “Il pallone nel burrone”.

«Si poteva già immaginare all’epoca - ci racconta uno degli autori del libro, il giornalista Liguori - dove saremmo potuti arrivare, con bilanci in profondo rosso e situazioni davvero esilaranti». Il caso più lampante è il cosiddetto “piano Baraldi” della Lazio, con il quale si realizzò lo spostamento di una serie di partite di debito, compresi gli stipendi dei calciatori, nell’arco di cinque anni. Poco prima (nel febbraio 2003) c’era stato il decreto “spalmadebiti”, con il quale si era data la possibilità alle società di calcio di distribuire i propri debiti nel corso degli anni. La situazione dei bilanci di molti club era decisamente preoccupante, e con essa, ormai ogni anno, gli infiniti strascichi giudiziari per le iscrizioni ai campionati, con tanto di ricorsi e calendari bloccati fino alla fine.

Ora però, con l’esplosione del caso relativo ai possibili condizionamenti degli arbitri per fini non propriamente sportivi, si torna a parlare di nomi, fatti e circostanze sulle quali, per anni, sono circolati pettegolezzi e mezze verità. Insinuazioni, per usare un termine più appropriato atto ad indicare delle accuse che non trovano elementi di prova. Con l’inchiesta aperta e l’iscrizione nel registro degli indagati di numerosi big del pallone, si torna a parlare di alcuni episodi assai succosi dei quali, in passato, qualcuno si era già occupato e di cui si mormorava parecchio nel mondo del pallone. Non solo discorsi da bar, qualcosa di peggio. Al centro c’era la Gea.

«Rivendico la primogenitura dell’inchiesta, nel 2003, pubblicata su il Manifesto in tre puntate - racconta Liguori - Avemmo la fortuna di incappare in in’interpellanza di due senatori leghisti, Piergiorgio Stiffoni e Francesco Tirelli. Il 13 novembre 2002 chiedevano alcune informazioni al ministro dei Beni culturali, Urbani, e a quello dell’Economia, Tremonti. I due senatori facero luce sulla Gea, alle cui spalle c’erano due società, la Football Management e la General Athletic. In quest’ultima, nel 2002, alcuni figli famosi quali Chiara Geronzi, Francesca Tanzi e Andrea Cragnotti detenevano il 20% ciascuno. Restava un mistero su chi fosse dietro alla fiduciaria Romafides, del gruppo Capitalia, che deteneva il restante 40%».

Ma chi poteva nascondersi dietro a quella fiduciaria che, per sua stessa definizione, ha il compito (lecito, s’intenda) di tenere nascosti i reali possessori dei titoli azionari? «Stiffoni e Tirelli - spiega Liguori - ipotizzarono che dietro vi potesse essere il figlio di Franco Carraro, Luigi. Nell’interpellanza chiesero se ciò corrispondesse al vero. Ma non hanno mai avuto risposta. Nel frattempo, nell’autunno 2003, Romafides sparì dall’azionariato della General Athletic, proprio dopo i nostri articoli». E chi entrò come socio al posto della fiduciaria? Giuseppe De Mita, ex direttore generale Gea e, all’epoca, direttore generale della Lazio. «Entrò con il 26% delle quote, insieme a lui anche Oreste Luciani, revisore contabile e socio in affari con Francesca Tanzi».

I sospetti che il figlio di Carraro potesse essere un socio occulto della Gea sono rimasti tali, nessuno li ha mai provati. Certo è che se ciò fosse vero sarebbe di una gravità inaudita, un conflitto di interessi gigantesco, visto il ruolo ricoperto dal padre, Franco Carraro, presidente della Federcalcio. Liguori non si lascia andare ad un giustizialismo di bassa lega, il garantismo va applicato nei confronti di tutti, ci mancherebbe. Si limita a ricordare che «le dimissioni di Carraro sono un atto dovuto. Si potrà fare piena chiarezza su ogni aspetto».

La Gea è stata accusata più di una volta, da alcuni procuratori che operano nel mondo del calcio con denunce all'Antitrust, di essere in una posizione dominante e di poter influenzare partite e risultati, sotto tiro anche per via di un presunto conflitto d'interessi (figli manager o intermediari che trattano con padri dirigenti). Nel marzo 2002 la Federcalcio aveva dato vita ad una commissione ad hoc per cercare di fare chiarezza. Dopo nove mesi, però, la commissione della Figc stabilì che la Gea World operava «legittimamente e senza commettere violazioni regolamentari». Con i particolari emersi in questi ultimi giorni più di un sospetto riemerge con forza sulle “pratiche” della Gea.

E torna alla memoria un altro particolare raccontato nelle pagine del libro “Il pallone nel burrone” e negli articoli dell’inchiesta a puntate pubblicata anni fa da il Manifesto. È la storia dell’appartamento dove la Gea aprì la propria sede, a Roma, al numero 35 di vicoletto Barberini. Gennaio 2001, la Gea sarebbe nata solo a ottobre ma erano già operative le due società che le avrebbero dato vita, la Football Management e la General Athletic.

A firmare il contratto come conduttore fu Tommaso Cellini, fresco ex-direttore marketing della Lazio, che aveva ricevuto un mandato speciale da Chiara Geronzi per concludere l'affare. I locali furono concessi per uso abitativo ad un prezzo più che di favore, poco più di 43 milioni e mezzo di vecchie lire, appena 20mila lire al metro quadro. Un vero affare per la società che sarebbe nata di lì a poco, molto probabilmente frutto di un “favore” che papà Geronzi, banchiere, fece alla figlia. Liguori va giù abbastanza duro non tanto contro le pratiche nepotistiche ma, soprattutto, nei confronti di tutti gli azionisti di Capitalia che mai hanno chiesto conto, a Geronzi, di quell’affitto di favore concesso alla Gea: «Nessuno si è mai alzato in piedi per chiedere spiegazioni. Eppure anche il più piccolo degli azionisti avrebbe avuto il diritto di farlo. Trovo questa cosa assai sconcertante».

Oggi la situazione non è delle più rosee nel mondo del calcio. Ma è possibile che tutto possa continuare a reggersi sui debiti, sulle furbizie (per non chiamarle in modo peggiore) e sulla sistematica violazione sistematica delle regole, sanata poi da leggi ad hoc per tutelare il circo del pallone? «Cragnotti tempo fa - racconta Liguori - parlava del “tifoso-cliente”, che ha in mano un’arma bella e buona, quella di decidere che questo spettacolo televisivo non gli interessa più, e di non fare gli abbonamenti alla tv e non andare alla partita. In questo modo la bolla si sgonfierebbe». Ma la vera cosa su cui i tifosi dovrebbero riflettere è un’altra. «Il sottosegretario Daniele Molgora - sottolinea Liguori - all’inizio di quest’anno nel rispondere a un’interrogazione parlamentare ha quantificato il debito fiscale per le società di calcio professionistiche, facendo riferimento solo all’Ire (ex Irpef) non versata sugli stipendi e l’Iva non pagata, ammontava il 30 novembre 2005 a 660 milioni di euro. Un’enormità, pagata da tutti i contribuenti, anche da quelli a cui non importa niente del calcio. Per tutti gli altri, per i tifosi che vanno allo stadio e pagano il biglietto o si abbonano a Sky o comprano le prepagate del digitale terrestre, il costo è quindi doppio, si paga due volte».

Un mondo strano, quello del calcio, dove da sempre vanno avanti i furbi e dove la realtà sembra sospesa. Un mondo parallelo, per certi versi. Durante il governo dell’Ulivo le società di calcio chiesero e ottennero (Giraudo, Galliani e Sensi in primis) di poter trasformare le squadre di calcio in Spa. Questo, però, non ha impedito a molte di esse di contravvenire alle regole beneficiando di un regime agevolato che, di fatto, le sottrae da tutti gli obblighi cui devono sottostare le normali società. Un’assurdità che dovrebbe terminare al più presto, perché si torni ad un calcio “normale” e, soprattutto, più pulito. In tutti i sensi.

10 maggio 2006

(tratto da PadaniaOnLine, 10 maggio 2006)

Il pallone nel burrone

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