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La fine del Parlamento
di Antonio Padellaro
In un momento (quanto mai prezioso) di
sincerità Silvio Berlusconi ha illustrato la funzione dei «suoi»
parlamentari a Montecitorio ed a palazzo Madama: quattro o cinque teste
pensanti, e tutti gli altri addetti a premere i pulsanti. Si era in campagna
elettorale e forse neppure da unto del signore egli avrebbe immaginato che
il voto degli italiani, rinforzato dal porcellum, gli avrebbe
consegnato una sontuosa maggioranza di 54 senatori e di 58 deputati. Tutti
nominati dall’alto. Tutti riconoscenti. Tutti allineati e coperti. E
infatti, adesso, il Parlamento funziona come un orologio svizzero. Bastano
pochi minuti e il Consiglio dei ministri approva per acclamazione i
desiderata del presidente-proprietario, confezionati in forma di legge dagli
avvocati e consulenti a libro paga. Dopodichè il ministro che recita la
parte del proponente (in genere Alfano) illustra alla stampa riunita lo
spirito della norma augurandosi che l’opposizione non faccia mancare il suo
apporto (peraltro superfluo). E se invece l’opposizione sorda ai richiami
del Paese rifiuta la generosa offerta di dialogo, pazienza. Poche settimane
e con apposito calendario predisposto dalla maggioranza la legge desiderata
diventa tale. Merito degli addetti alle pulsantiere, con il supporto dei
«pianisti» che votano per due (non ce n’è bisogno ma è la forza
dell’abitudine)
Tutto questo con il controllo ferreo
delle commissioni. Mentre vengono frapposti sempre nuovi ostacoli al diritto
della minoranza di presiedere gli organismi di garanzia, a cominciare dalla
vigilanza Rai. È andata così per la legge cosiddetta sulla sicurezza e per
il provvedimento blocca processi e salva-premier. Andrà così, siamone certi,
per il lodo Schifani bis, per le impronte ai bambini rom, per la finanziaria
di Robin Hood-Tremonti, per la controriforma Sacconi sulle morti
bianche e per ogni altra esigenza o capriccio della real casa. Con la Lega
può capitare qualche intoppo, come l’aiutino a «Rete4», tv di famiglia. Una
telefonata tra Silvio e Umberto e il problema è risolto.
Certo, non tutto può passare liscio
trattandosi sovente di leggi incostituzionali o scritte con i piedi o
contrarie, oltre che alla pubblica decenza alla normativa europea.
Fortunatamente siamo ancora in una democrazia dove agiscono Corte
costituzionale, Csm e tutte le altre istituzioni di salvaguardia. E c’è
soprattutto la garanzia del Quirinale. Sono impedimenti che a loro
naturalmente non piacciono ma avranno tutto il tempo per porvi rimedio. Già
parlano di «riforma» del Csm. E cresce l’insofferenza dei ministri padani
verso l’Europa che protesta sdegnata per le nuove leggi razziali.
Mai nella storia repubblicana si era
assistito a una tale umiliazione del potere legislativo a cui si cerca di
togliere ogni autonomia di giudizio. L’opposizione, inutile dirlo, non si
trova in una situazione semplice. All’inizio aveva sperato di contenere con
la formula del dialogo l’aggressività dei vincitori. Molto presto (o troppo
tardi) ha compreso però che per Berlusconi il dialogo è un altro modo per
farsi gli affari suoi. E così mentre egli cerca di trasformare il Parlamento
nella sua bottega l’opposizione si è fatta in tre. Quella del no (Di Pietro)
e quella del forse (Casini) unite entrambe da una visione per così dire
tattica. Spetta però al Pd, per dimensione e peso politico, elaborare una
strategia della opposizione che determini una risposta forte alla dittatura
della maggioranza. Non lo sterile aventinismo e neppure il lento sfibrarsi
del giorno dopo giorno alla ricerca di accordi mediocri. La fine del
Parlamento come luogo di mediazione e del bene comune deve diventare la
questione nazionale su cui tornare a coinvolgere i tanti che non si sono
arresi all’apatia politica del tanto non c’è più niente da fare e lasciamo
che decidano loro.
I giornali già parlano di una nuova
stretta di vite, di un blitz guidato da Gianfranco Fini per ottenere alla
Camera il contingentamento dei tempi di discussione, oggi possibile solo al
Senato. Davvero non c’è più tempo da perdere.
Tratto da
http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=76671
Nota del Portale del Sud
Concordiamo con Padellaro. Il signor B.
ha ottenuto il consenso del popolo sfruttandone furbescamente vizi, ansie e
paure. Ma avere il consenso non vuol dire né democrazia né libertà. Il
fascismo e il nazismo, così come Saddam in Iraq, avevano infatti un ampio
consenso popolare.
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