Note e Versi Meridiani

 

La pagine contiene due monografie scritte da Salvatore Bafurno, la prima dedicata alla canzone genovese

PICCUN DAGGHE CIANIN (De Santis - Pesce)

la seconda alla versione napoletana

PICCO’ VATTE CHIÙ CHIANE

Napoli, via Santa Lucia prima del Risanamento

 

Da notare la somiglianza tra le due lingue, appartenenti allo stesso ceppo, sia nei vocaboli che nella sintassi, salvo le differenze nella pronuncia e nella scrittura, codificata in genovese, libera e personale in napoletano. Chi è interessato ad approfondire il tema linguistico, mi può contattare tramite il sito.

Salvatore Bafurno

PICCUN DAGGHE CIANIN

Il testo della canzone genovese Piccun dagghe cianin è un acquerello che fissa un momento storico particolare del Sestiere di Portoria, la demolizione per una futura ricostruzione E’ una vera Poesia nata per una canzone, la musica accentua il patos emotivo, generato dalla liricità del testo. La poesia è composta di otto strofe senza una metrica schematizzata. Infatti vi sono due strofe di 6 endecasillabi, la prima e la sesta, di tre quartine formate da una settenario e tre endecasillabi, la seconda, la terza e la quinta, una quartina, la quarta, di 4 endecasillabi ed un distico finale di due endecasillabi, tutti in rima baciata. Non esiste un vero ritornello, tra la seconda sestina, la sesta strofa, ed il distico, si ripete solo la quinta strofa. Godiamoci ora questa grande poesia:

PICCUN DAGGHE CIANIN

PICCONE PICCHIA PIÙ PIANO

Fra i moin de Piccaprïa che fan stramûo

ghe n’ëa de casa donde son nasciûo

ghe son passòu pe caxo stamattin

ma forse o chêu o guidava o mae cammin

chi l’é de Zena ou sa perché ‘n magon

o m’ha impedïo de dî quest’orassion

 

Piccon dagghe cianin

mi son nasciûo chi sotta ‘sto camin

son muage che m’han visto co-o röbin

arreguelâme in gïo co-o careghin

 

Piccon dagghe cianin

sovia ‘sta ciappa rotta a tocchettin

i compiti gh’ho faeto de latin

e gh’ho mangiòu trenette e menestroin

 

Ma zà ti stae cacciando zû o barcon

ti veddi ghe a Madonna da Paiscion

l’ha faeta o mae baccan trent’anni fa

pe grassia riçevua in mezo a-o mâ

 

Piccon dagghe cianin

son tutti corpi daeti in scio mae chêu

se propio fâne a meno ti no pêu

piccon dagghe cianin

 

Creddeime poche votte ho ciento gente

no m’emoscionn-o troppo façilmente

ma quande ho visto cazze a picconae

a stansa dove gh’é nasciuo mae moae

me se affermòu quarcosa propio chi

ho ciento e ho pregòu cosci

 

Piccon dagghe cianin

son tutti corpi daeti in scio mae chêu

se propio fâne a meno ti no pêu

piccon dagghe cianin

 

Fermite un pö piccon t’arrobo un mon

un tocco de poexia do cian de Picca....pria

 

[testo piggiou da-o scïto do Prof.Bampi]

Fra i mattoni di Piccapietra che fan trasloco

ce ne sono della casa dove sono nato,

ci sono passato per caso stamattina

ma forse il cuore guidava il mio cammino.

Chi è di Genova lo sa perché un nodo in gola

mi ha impedito di recitare questa “preghiera”

 

Piccone batti più piano

Io sono nato qui sotto questo camino

sono muri che mi hanno visto piccolino

andare in giro tirandomi dietro il seggiolino

 

Piccone batti più piano

Su questo pezzo di pietra rotta a pezzettini

ho fatto i compiti di latino

ed ho mangiato trenette e minestroni

 

Ma stai già abbattendo il balcone

Guarda: C’è la Madonna della Passione!

L’ha costruita il mio “capo” trent’anni fa

per una grazia ricevuta in mezzo al mare

 

Piccone batti più piano

sono tutti colpi dati sul mio cuore

se proprio non puoi farne a meno

almeno batti più piano

 

Credetemi, poche volte, gente, ho pianto,

non mi emoziono tanto facilmente

ma quando ho visto cadere a picconate

la stanza dove era nata mia madre,

mi si è fermato qualcosa proprio qui

ho pianto ed ho pregato così

 

Piccone, batti più dolcemente,

son tutti colpi dati sul mio cuore,

se proprio non ne può fare a meno,

piccone, batti più piano,  pianino

 

Fermati un po’, piccone, ti rubo un mattone,

un pezzo di poesia del piano di Picca…pietra

 

[il testo in Genovese è del Prof.Bampi]

Commento

La canzone racconta la demolizione delle case, per una futura ricostruzione del Sestiere di Portoria, ma potrebbe riguardare altri quartieri anche di altre città. 

L’inizio è immediato Fra i moin de Piccaprïa che fan stramûo, ghe n’ëa de casa donde son nasciûo  Fra i mattoni di Piccapietra che traslocano, ci sono anche quelli della mia casa  natale. E’ un eufemismo per definire la demolizione del quartiere e l’asportazione degli elementi base di ogni costruzione, quasi la volontà di cancellare l’anima stessa di Portoria, ghe son passòu pe caxo stamattin ma forse o chêu o guidava o mae cammin Ci sono passato stamattina, per caso, ma forse il cuore ha guidato il mio cammino. In genere si fa sempre lo stesso cammino quotidiano, ma qualche volta l’inconscio ci porta a tornare dove si è vissuto in anni precedenti, in genere il posto è diverso dai ricordi, ma qui è diverso.

Chi l’é de Zena ou sa perché ‘n magon  o m’ha impedïo de dî quest’orassion Solo un  genovese può sapere perché un nodo in gola mi ha impedito di recitare questa “preghiera”, ma anche chi ha vissuto lo stessa amara esperienza in altri quartieri e città.

Piccon dagghe cianin, mi son nasciûo chi sotta ‘sto camin Piccone batti piano, sono nato io sotto questo camino, non colpire forte, è come se colpissi me che son nato in questa casa, son muage che m’han visto co-o röbin arreguelâme in gïo co-o careghin, Sono muri che mi hanno visto piccolino, andare in giro tirandomi dietro il seggiolino, questi muri hanno il ricordo di quando ero ragazzino, che camminavo malfermo, appoggiandomi ad una sediolina,

Piccon dagghe cianin, sovia ‘sta ciappa rotta a tocchettin, i compiti gh’ho faeto de latin e gh’ho mangiòu trenette e menestroin  Piccone batti piano, su questo pezzo di pietra fatta a pezzettini, ho fatto i compiti di latino ed ho mangiato trenette e minestroni. Continuano i ricordi d’infanzia e della giovinezza, periodi che formano la persona condizionandone la vita.

Ma zà ti stae cacciando zû o barcon, ti veddi ghe a Madonna da Paiscion, Ma stai già lavorando sul balcone, guarda, c’è la Madonna della Passione, è un’edicola votiva che ha un valore semantico, stai attento, sii più delicato, essa è legata ad una grazia ricevuta, è sacra, l’ha faeta o mae baccan trent’anni fa pe grassia riçevua in mezo a-o mâ, l’ha costruita il mio “capo”, il proprietario dell’edificio, trent’anni orsono, per grazia ricevuta in mezzo al mare.

E poi una sensazione forte Piccon dagghe cianin son tutti corpi daeti in scio mae chêu Piccone batti piano, questi colpi sono tutti dati sul mio cuore, mi fanno veramente male, quindi se propio fâne a meno ti no pêu, piccon dagghe cianin Se proprio non puoi smettere, almeno, piccone, fà piano. E’ l’implorazione di chi soffre nell’anima, quindi continua: Creddeime poche votte ho ciento, gente, no m’emoscionn-o troppo façilmente poche volte, credetemi, gente, ho pianto, non mi emoziono tanto facilmente, sono un tipo freddo io, ma quande ho visto cazze a picconae a stansa dove gh’é nasciuo mae moae me se affermòu quarcosa propio chi ho ciento e ho pregòu cosci Ma quando ho visto cadere a picconate la stanza dove era nata mia madre, mi si è bloccata la gola, ho pianto, ed ho pregato così. Bisogna vivere questa emozione, per capire cosa accaduto al protagonista!

Qualsiasi commento non può rappresentare l’angoscia che attanaglia l’anima. Piccon dagghe cianin son tutti corpi daeti in scio mae chêu se propio fâne a meno ti no pêu piccon dagghe cianin ripete che sono i colpi di piccone sono tutti diretti al suo cuore e, quindi ha una idea, portarsi a casa un mattone per ricordo, ed ecco il distico finale: Fermite un pö piccon t’arrobo un mon un tocco de poexia do cian de Picca....pria Fermati un po’, piccone, solo il tempo di rubare un mattone per riprendermi il mio passato, i miei ricordi, un pezzetto della poesia della piana di Piccapietra, della mia Portoria.

Considerazioni

La canzone ha per tema la ristrutturazione del Sestiere di Portoria, Portoia”, detto anche Piccapietra, “Piccapria”. E’ un sestiere storico genovese, un tempo abitato da artigiani, portuali e marittimi. Il nome deriva dalla Porta Aurea, la porta della città verso il Bisagno, ove confluivano la via Aurelia e le vie del sale alternative alla via Postumia. E’ un Sestiere antico, legato ad episodi storici, al Balilla nel crepuscolo della Repubblica, alla repressione Sabauda del 1849 ed al “risanamento” della Città, un’idea che ha distrutto molti centri storici della penisola con andamento planimetrico favorevole ai profitti dei costruttori.

La distruzione del sestiere di Portoria è iniziato nel periodo post-unitario quando, come nelle altre città d’Italia, fu pianificato il risanamento, cioè l’ordine di rifare ex novo, ufficialmente per dare un volto moderno alle città della Nuova Italia, in pratica, per ripagare i finanziatori della vicenda unitaria, divenuti costruttori, e per poter sedare facilmente le rivolte o sventare i frequenti agguati ai gendarmi del Regno.

Come altrove, anche a Genova furono “rimodernati” alcuni sestieri. Tra tutti, nell’ottica della “modernità”, il Sestiere di Portoria è stato il primo ed il più sconvolto, con la scomparsa della Piazza di Ponticello ed il vico dritto, il reticolo dei carruggi per far posto alle vie XX Settembre, Dante, 12 Ottobre, ecc., per cancellare la genovesità di cui il sestiere era pregno, il simbolo  della rivolta contro gli Austro-Piemontesi nel 1746, il Balilla, nome con cui i Piemontesi del 1849 chiamavano i cittadini genovesi che reclamavano i propri diritti. Poi lo spostamento graduale dell’Ospedale di Pammatone sulla collina di San Martino negli anni 30 ed, infine, i bombardamenti americani del 1945, hanno completato l’opera, per cui ne dopoguerra fu completata la demolizione e la ricostruzione che ha dato al sestiere il nuovo volto, quello che oggi conosciamo.

La canzone si riferisce a questo periodo, quando sparì anche la facciata dello storico Ospedale, ed il reticolo dei carruggi fu cancellato completamente. Portoria rivive in altre belle poesie/canzoni, quali “Comme te bella Zena”. Di Portoria del tempo che fu resta solo il ricordo nel cuore dei vecchi genovesi, qualche angolo caratteristico, come il Vico Balilla, la toponomastica di alcune strade, come via Pammatone, ed il monumento al Balilla.

Torniamo alla poesia per interpretare al meglio il senso del testo. Nella prima strofa esprime lo stupore nel vedere il trambusto dei lavori ed il martellare rapido dei picconi, chi ha la mia età lo ricorda fin troppo bene ed occorre trasmettere il ricordo a chi viene dopo di noi, perché perdere il ricordo storico è la perdita dell’identità di un popolo. All’epoca, schiere di operai picconatori lavoravano alla demolizione degli edifici ed altre opere architettoniche, uno spettacolo che ho sempre associato alla descrizione di un girone infernale della Commedia di Dante. Oggi un edificio da demolire “implode” e la scena è vista per telegiornale da milioni di persone, è spettacolare ma senza le sensazioni emotive che il picconatore può trasmettere e, sopratutto senza mangiar polvere! Vedere poi la propria casa “traslocare” è veramente traumatico, vi assicuro, bisogna vivere la scena, per poter capire cosa passa per la testa, perché la casa non è solo “i mattoni” ma l’anima di chi vi ha abitato, quell’aura che una persona emana e ne lascia l’impronta sui muri e quindi sui mattoni.

Il testo esprime bene il suo stato d’animo e solo “chi è di Genova”, inteso “chi ha vissuto quel momento”, può capire perché un nodo in gola gli fa dire solo mentalmente la preghiera. La preghiera è come una Ave Maria, ha un inizio di strofa che si ripete: Piccone, fa più piano, batti dolcemente, quei muri sono della casa dove sono nato, su quella tavola d’ardesia ho studiato, mangiato, giocato, sognato, in sintesi la mia vita dell’infanzia ed adolescenza. La quarta strofa richiama il picconatore a far attenzione all’edicola sacra legata alla storia del proprietario della casa, che si è salvato da un naufragio trenta anni prima. Una volta era consuetudine di erigere delle Edicole raffiguranti una Madonna, un Santo o le anime, sui muri delle abitazioni, in particolar modo agli incroci dei carruggi e delle creuse. Anche nei Promessi Sposi ne troviamo una “con ombre e figure vaghe, le fiamme e le Anime del Purgatorio, nelle intenzioni dell’autore e della gente del luogo, che si fermava a pregare”, come scrive il Manzoni, con un sottile umorismo, nel primo capitolo dei Promessi Sposi. L’Edicola raffigura la Madonna della Passione, l’Addolorata o l’Appassionata, in ligure, quasi che l’Edicola esprima il dolore del protagonista, della casa, oserei dire, per la morte fisica del suo mondo. Il richiamo di stare attento è forte, quasi a volerne fermare la demolizione. Quante Edicole sono state distrutte per ammodernare contrade e borghi, eppure esse caratterizzavano il posto, lo rendevano unico, gli davano il nome della tradizione popolare, ben diverso da quello scritto sulle insegne delle strade. “Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barberini”, cioè “Quello che non furono capaci di fare i Barbari a Roma, lo fecero i Barberini”, nobili ricchi Romani. Una storia che si ripete nei corsi e ricorsi, secondo G.B. Vico.

Le distruzioni postunitarie nelle città non le hanno fatto “i barbari”, gli stranieri, ma i “Barberini che governano”, in genere provenienti da altre città. Sono questi che decidono, che tracciano un rigo sulle mappe ignorando  che sotto la riga del lapis esiste un tessuto umano, l’essenza della contrada, rione, quartiere o città, che sparisce travolto dalla storia. 

Nella quinta l’implorazione ha il pathos di vera sofferenza, i colpi di piccone non colpiscono il muro, ma il cuore, l’anima della persona, che nel ricordare diventa un unicum con la casa, e dice di smettere o, se proprio non può farlo, lavori almeno dolcemente, pian pianino. Nella sesta la passione raggiunge il massimo, quell’uomo freddo, senza emozioni, quando vede picconare la stanza ove è nata la madre, piange perché vede la distruzione delle sue radici, del suo passato, quel passato che condiziona il futuro di un uomo, ed implora ancora di fare il lavoro con dolcezza, quei colpi li sente giungere direttamente sul cuore. Allora chiede di fermare per un attimo il lavoro, deve recuperare almeno un mattone della stanza ove è nata la madre, per tenere in vita il suo passato, le sue radici. Un mattone che è un tocco di poesia, un raggio di sole in tanta devastazione, che illumina la spianata di Piccapietra  e del sestiere di Portoria. Le pareti interne di una casa portano impresse le vicende vissute dei suoi abitanti, chi entra in una casa è in grado di capirle quando vi entra per la prima volta. Chi non ricorda la sensazione percepita entrando in un appartamento la prima volta?

Si può percepire una sensazione negativa, di angoscia, o positiva, di serenità, si può anche sentire una presenza, e la percezione ci condiziona il giudizio sulla casa. E’ il messaggio delle pareti al nostro incoscio, esprime cose impresse nei suoi ricordi, anche  cose che forse non esistono più. Questo messaggio ci invoglia o meno a frequentare la casa, a ritornare a visitare i suoi abitanti o, perfino, ad acquistarla.

Questo è il vero motivo, incoscio, per cui si tinteggiano le pareti interne prima di andare ad abitare un appartamento, mentre si parla di motivi d’igiene, di colore non gradito, anche se poi si ricorre allo stesso, e d’altro. Demolire le pareti di una abitazione è cancellare totalmente la storia delle persone. Demolire un quartiere è una vera e totale pulizia etnica.

Conclusioni

Il testo non dice chi sia il personaggio della Canzone, lascia al la libera interpretazione del lettore ed alla sua sensibilità. Personalmente penso ad un uomo del ceto medio e di buona istruzione, visto i concetti espressi con dignità e discrezione, che fu allontanato forzatamente dal Sestiere per i danni bellici o per necessità della famiglia. E’ un uomo tenace e lavoratore, di una semplicità dignitosa, ma aperto ancora ad emozioni d’altri tempi, come in una poesia di Guido Gozzano.

Il commento di questa poesia-canzone è nato per approfondire la conoscenza storica e per un tentativo di riscrivere la storia per demolire i luoghi comuni che ne falsano la verità. La ricerca storica, in tal senso, va fatta consultando accuratamente gli Archivi comunali, parrocchiali e di Stato, per giungere all’approfondimento delle cause. Per arrivare ad un quadro completo e conoscere a fondo gli eventi storici, occorre sentire il  Popolo che li ha vissuti sulla propria pelle ed il Popolo si esprime con ballate, cantari, canzoni e poesie, spesso di autore anonimo. In sintesi sono la vera fonte della memoria storica di una Città o di un Popolo.

Altre canzoni parlano degli antichi sestieri, oggi sconvolti ed irriconoscibili, ma questa canzone è appassionata, perché veramente vissuta. Ad ogni avvenimento o personaggio famoso, che ha portato del bene alla Città, o alla Patria, si erge un monumento, con lapide ed epigrafe, a ricordo perpetuo per le future generazioni. Anche a chi ha pianificato la distruzione di Portoria e la sua modernizzazione è stato eretto un monumento ed una lapide con un’epigrafe che ricorda le legioni di Giulio Cesare ed altri condottieri della Romanità “Si queres monumentum, circumspice” cioè “Se vuoi vedere il monumento, guardati intorno”.

Chi va a Piccapietra e vuol vedere questo monumento, deve guardarsi intorno dimenticando per un attimo di essere a Genova. Si troverà in un posto anonimo, qualunque, di una città qualunque, i muri dei palazzi non gli diranno niente ed intorno sentirà il vuoto, quel vuoto angoscioso che ha riempito l’anima del protagonista della canzone e che il testo trasmette a chi sa ascoltare. L’anonimità moderna del quartiere è il monumento a chi lo ha ideato!

Chi lo vuol vedere, segua l’epigrafe, scritta dagli antichi romani.

Salvatore Bafurno

PICCO’ VATTE CHIÙ CHIANE

Nel repertorio della canzone Napoletana, che io sappia, mancano quelle sul risanamento dei quartieri storici nella Napoli post-unitaria, argomento utile per rivisitare la storia del Risorgimento. Questo testo è la traduzione in lingua Napoletana della canzone, in lingua Genovese degli anni '50/60, Piccun dagghe cianin, che parla del risanamento di quartieri storici dal 1860 al 1970. Ecco i due testi: la traduzione in Napoletano, e la traduzione dal Genovese in Italiano ed adattato alla realtà di Napoli.

PICCÒ VATTE CHIÙ CHIANE

PICCONE PICCHIA PIÙ PIANO

Nmiez’e tufe de’ Guantare che fà trasloco

‘‘nce so’ ra casa arò ie so’ nasciute,

‘nce so passato pe’ caso stammatina

ma forze o core guidava o cammine mio.

Chi è ‘e Napule sape pecché nu’ magone

M’à ‘mpedito e ricere stò orazione

 

Picco’, vatte cchiù chiane

’I so nasciûto sott’a stu cammino,

sò mmure che m’anno visto piccirillo

’a cammenà attaccato ’o siggiulillo,

 

Piccò vatte chiù chiane,

’ncopp’a sta lastra rott’a scardulelle,

‘e cumpit’aggio fatto ’e latine,

e aggio magnato linguine e menestruni.

 

Ma staje già scassanno ‘ncopp’o barcone

vidi! ‘nc’e sta a Maronna da Passione,

l’à fatta o padrone ‘e casa trent’anni fà

pe’ grazzia ricevuta ‘n miezo o mare

 

Piccò vatte chiù chiane,

son tutti curpi dati int’a stu core

e si propete fanne a meno tu nu’ può,

Piccò, vatte chiù chiane, chianu chiane!

 

Creriteme, poche vvote ie chiagne, gente,

nun m’emozziono tanto facilmente,

ma quande aggio visto carè a piccunate

a stanza arò nascette màmmema,

me se ffatto nù nureco propio ccà,

aggio chiagnuto e pregat’accussì

 

Piccò vatte chiù chiane,

son tutti curpi dati int’a stu core

e si propete fanne a meno tu nu’ può,

Piccò, vatte chiù chiane, chianu chiane.

 

Firmete nu poco, Piccò, t’arrobbo nu tufo,

nu poco ra poesia ‘e stu quartiere mio.

Fra i mattoni ‘dei Guantai che fan trasloco

ce ne sono della casa dove sono nato,

ci sono passato per caso stamattina

ma forse il cuore guidava il mio cammino.

Chi è di Napoli lo sa perché un nodo in gola

mi ha impedito di recitare questa “preghiera”

 

Piccone batti più piano

Io sono nato qui sotto questo camino

sono muri che mi hanno visto piccolino

andare in giro tirandomi dietro il seggiolino

 

Piccone batti più piano

Su questo pezzo di pietra rotta a pezzettini

ho fatto i compiti di latino

ed ho mangiato spaghetti e minestroni

 

Ma stai già abbattendo il balcone

guarda: C’è la Madonna della Passione!

l’ha costruita il mio “capo” trent’anni fa

per una grazia ricevuta in mezzo al mare

 

Piccone batti più piano

sono tutti colpi dati sul mio cuore

se proprio non puoi farne a meno

almeno batti più piano!

 

Credetemi, poche volte, gente, ho pianto,

non mi emoziono tanto facilmente

ma quando ho visto cadere a picconate

la stanza dove era nata mia madre,

mi si è fermato qualcosa proprio qui

ho pianto ed ho pregato così

 

Piccone, batti più dolcemente,

son tutti colpi dati sul mio cuore,

se proprio non ne può fare a meno,

piccone, batti più piano, pianino.

 

Fermati un po’, piccone, ti rubo un mattone,

un pezzo di poesia del piano di Picca…pietra

Note al testo

Il testo originale, in lingua Ligure-Genovese, è una vera Poesia nata per una canzone scritta negli anni 50/60, la musica accentua il patos emotivo generato dalla liricità del testo. La poesia è composta di otto strofe senza una metrica schematizzata. Infatti vi sono due strofe di 6 endecasillabi, la prima e la sesta, di tre quartine formate da una settenario e tre endecasillabi, la seconda, la terza e la quinta, una quartina, la quarta, di 4 endecasillabi ed un distico finale di due endecasillabi, tutti in rima baciata. Non esiste un ritornello, solo tra la sesta strofa ed il distico si ripete la quinta strofa. In calce, è riportata la traduzione in funzione alla melodia della canzone.   

La traduzione letterale in Osco-Napoletano, in cui si è usata una grafia più vicina alla “parlata”, mancandone una codificata, evidenzia una spinta somiglianza tra le due lingue, dello stesso ceppo linguistico. Le diversità nel testo, invero minime, tra due città simili come Genova e Napoli, riguardano i materiali di costruzione ed i nomi dei quartieri o sestieri. Riguardo ai materiali delle costruzioni, a Genova predomina il mattone, a Napoli il blocco di tufo, le cui caratteristiche differenti, nella composizione chimica, penso che sia una causa dell’evoluzione storica diversa tra due popoli dello stesso ceppo etnico e linguistico. Ritengo che, in genere, dove si usa il mattone, la gente è più dinamica e disposta al nuovo, dove si usa il tufo, che emette deboli radiazioni, la gente è più fatalista e subisce più la storia.

Riguardo al nome dei quartieri o sestieri, il testo originale è uno spaccato sulle vicende del sestiere genovese di Portoria o Piccapietra, la traduzione lo è per il quartiere napoletano di S. Giuseppe o “i Guantai”, come dicevano i vecchi Napoletani (N maiuscola!). Entrambi i quartieri sono il simbolo dell’umanità che abita la città, hanno subito la stessa sorte negli stessi anni, ed hanno un volto completamente nuovo, più o meno simile (periodo 1960). La canzone si adatta ad altri quartieri dei centri storici, anche di altre città dell’Italia post-unitaria, che hanno subito la stessa sorte. Ciascuno può riconoscere pacificamente il suo!

La canzone parla del risanamento di quartieri storici dal 1860 al 1970, conseguenza dell’Unità d’Italia, argomento importante per riscrivere la storia del Risorgimento e delle sue conseguenze, è utile per capire certe scelte politiche dell’Italia post-unitaria.

Commento

L’inizio è immediato  Nmiez’ ‘e tufe de’ Guantare che fann‘o trasloco, ‘nce so’ ra casa arò ie so’ nasciute, fra le pietre di tufo del quartiere “’e guantare” che portano via, ci sono anche quelli della mia casa natale, un eufemismo per definire la demolizione del quartiere e l’asportazione degli elementi base di ogni costruzione, quasi la volontà di cancellare l’anima stessa del quartiere, ‘nce so passato pe’ caso stammatina, ma forze o core guidava o cammino mio, ci sono passato stamattina, per caso, ma forse il cuore guidava i miei passi.  

 Normalmente si fa sempre lo stesso cammino quotidiano, ma talvolta l’inconscio ci porta a tornare dove si è vissuto nell’infanzia o in anni precedenti, un posto che risulta diverso dai ricordi, ma questa volta è tutto più tragico.  Chi è ‘e Napule sape pecché nu’ magone m’à ‘mpedito e ricere stò orazione: Solo un  Napoletano può sapere perché un nodo in gola mi ha impedito di recitare questa “preghiera”, ed, aggiungo, chiunque ha vissuto lo stessa amara esperienza in altri quartieri e città, e non solo della mia generazione.

Picco’, vatte cchiù chiane, je so nasciûto sott’a stu cammino,  Piccone batti piano, sono nato io sotto questo camino, non colpire forte, è come se colpissi me che son nato in questa casa, sò mmure che m’anno visto piccirillo ’a cammenà attaccato ’o siggiulillo, questi muri mi hanno visto, bambino, andare in giro con il sediolino, conservano tutti i miei ricordi più cari, Piccò vatte chiù chiane, ’ncopp’a sta lastra rott’a scardulelle, ‘e cumpit’aggio fatto ’e latine, e aggio magnato linguine e menestruni. Piccone batti piano, su questa pietre rotta a pezzettini, ho fatto i compiti di latino ed ho mangiato linguine e minestroni. Continuano i ricordi d’infanzia e giovinezza, periodi che formano una persona condizionandone la vita.

Ma tu già stai scassanno ‘ncopp’o barcone, vire! ‘nc’e sta a Maronna da Passione, Ma tu stai già lavorando sul balcone, guarda, c’è la Madonna della Passione, è un’edicola votiva che ha un valore semantico, stai attento, sii più delicato, essa è legata ad una grazia ricevuta, è cosa sacra l’à fatta o padron’‘e casa trent’anni fa, pe’ grazzia ricevuta ‘n miezo o mare, l’ha fatta fare il proprietario della casa, trent’anni prima, per grazia ricevuta in mezzo al mare. E poi una sensazione forte: Piccò vatte chiù chiane, son tutti curpi dati int’a stu core Piccone batti più piano, questi colpi sono tutti dati sul mio cuore, mi fanno veramente male, quindi e si propete fann’a meno tu nu’ ppuò, Piccò, vatte chiù chiane, chianu chiane! Se proprio non puoi smettere, almeno, Piccone, fà piano. E’ l’implorazione di chi soffre veramente nell’anima.

Continua: Creritime, pochi vvote aggio chiagnuto, o gente, nun m’emozziono tanto facilmente, poche volte, credetemi, gente, ho pianto, non mi emoziono tanto facilmente, sono un tipo freddo io, ma quande aggio visto carè a picconate a stanza arò nascette màmmema, me se ffatto nù nureco propio ccà, e chiagnenno aggio pregat’accussì Ma quando ho visto cadere a Picconate la stanza dove era nata mia madre, mi si è bloccata la gola, ho pianto, ed ho pregato così.  Bisogna viverla questa emozione, per capire cosa accaduto al protagonista! Qualsiasi commento non può rappresentare l’angoscia che attanaglia l’anima di chi vede scomparire brutalmente qualcosa che rappresenta le proprie origini, legato alla figura che è la divinità custode dell’identità morale della persona.

Piccò vatte chiù …. chiane chiane  ripete che sono i colpi di Piccone sono tutti diretti al suo cuore e, quindi ha una idea, portarsi a casa un mattone per ricordo, ed ecco il distico finale: Fermete nu’ poco, Piccò, t’arrobo nu tufo, nu poco ‘e poesia ‘e stu quartiere mio Fermati un po’, Piccone, ti rubo un mattone, un pò della poesia del quartiere che sarà sempre il mio.  Piccone, dammi il tempo di prendermi un tufo, voglio tenermi un po’ del mio passato, dei miei ricordi, un pezzetto della poesia del quartiere che ormai è il mio solo nei ricordi.

Considerazioni

La canzone ha per tema la ristrutturazione del Quartiere di S.Giuseppe, o Int’e guantare. E’ un Quartiere storico napoletano, un tempo abitato da artigiani (guantai), portuali e marittimi, situato tra le vie Medina, S. Giacomo, Toledo fino allo Spirito Santo, vicino ai centri del potere, Maschio Angioino, Reggia e Palazzo San Giacomo, legato ad episodi storici, alla fine del Regno dei Borboni e la repressione Sabauda del 1860/61 ed infine al “risanamento” della Città, un’idea che ha sconvolto i quartieri del centro storico con andamento planimetrico favorevole ai profitti dei costruttori. La distruzione dei Quartieri storici di Napoli, e delle altre città d’Italia, è iniziata nel periodo post-unitario quando fu pianificato il risanamento, l’ordine di rifare ex novo, ufficialmente per dare un volto moderno ed uguale alle città della Nuova Italia, sulla falsariga dell’urbanistica di Haussman  per la Parigi del secondo impero, in pratica per ripagare i finanziatori della vicenda unitaria, in veste di costruttori, ma anche per sedare facilmente le rivolte o sventare i frequenti agguati ai gendarmi del Regno. La prova è il disegno delle nuove vie aperte. A Napoli, in particolare, contro la riottosità del popolino, fu addotto per motivo il colera, ed “i governatori”, guarda caso anche allora non nativi della città, pensarono solo di sventrare i quartieri storici, senza una ricostruzione logica, lasciando intatti i focolai del colera. In altre città, come Genova, i quartieri risanati sono stati veramente ricostruiti in toto e quindi hanno un aspetto quasi armonico, per quanto possibile.

A Napoli è andato diversamente. Furono “rimodernati” i quartieri S. Lorenzo, Pendino, Mercato, Porto e S. Giuseppe, solo con l’apertura di nuove vie, “il Rettifilo”, Poerio, Sanfelice ed altre, con l‘allargamento di via Duomo con la distruzione di una navata della chiesa più antica di Napoli, San Giorgio Maggiore all’incrocio con via Vicaria Vecchia alias Forcella. Mentre gli altri quartieri hanno perso solo lo spazio delle nuove vie e dei “Palazzi del Risanamento”, per inciso una società lombarda, conservando il reticolo dei vicoli smussato ad angolo acuto sulla “ferita creata dalle nuove strade”, il quartiere S. Giuseppe, anche se appena sfiorato dal colera, è stato letteralmente “il più sconvolto”. La gente dei vicoli è stata spostata (deportata?) nei 36 Casali di Napoli, iniziando dai più vicini alla cinta muraria, in nuove case costruite in base al censo delle persone. Il tessuto umano di quei quartieri è stato stravolto, distrutto, quasi un voler cancellare la napoletanità di cui quei Quartieri d’origine erano pregni, quasi una pulizia etnica.

La casa non è solo “i muri della costruzione” ma quello che essa contiene, le vicende degli abitanti che restano impresse sui muri, qualcosa che manca in quelle nuove case, dove chi vi entra, certamente non dirà, come nelle case d’origine, “buongiorno, bella ‘Mbriana” [Nelle case antiche di Napoli si crede che viva una “fata” detta “La bella ‘Mbriana”, nome che significa, forse, la meridiana dell’orologio, quindi la dea del tempo, benefica per chi la rispetta, altrimenti lascia la casa al ”Munaciello”, entità dispettosa con abito da monaco].

Poi negli anni '30 il Regime Fascista ha continuato, pedissequamente, l’opera di risanamento del quartiere S. Giuseppe ed ha provveduto a costruire i palazzi delle Poste, Provincia, Uffici Finanziari, la Questura ecc, in puro stile Piacentini, rendendo buona parte del Quartiere anonimo e simile a tutte le altre città dell’Italia “imperiale”. Infine, i bombardamenti americani del 1943 hanno completato l’opera, per cui negli anni 50  fu completata la demolizione, con la scomparsa del reticolo dei vicoli e delle chiese, e la ricostruzione moderna che ha dato al Quartiere il nuovo volto, quello che oggi conosciamo,  del vecchio quartiere è rimasto solo il ricordo nel nome di una via: “Via Guantai Nuovi”.

In altre parti della città, nello stesso periodo, vi è stata una ricostruzione selvaggia a macchia d’olio, lasciando le macerie ove non era redditizio risanare, oltre alla costruzione selvaggia sulla collina Vomero-Posilipo, di “ecomostri” sul reticolo stradale tracciato a fine ottocento da un architetto scozzese ove erano previste solo villette massimo a due piani.

La canzone si riferisce in particolare a questo periodo. Purtroppo dei quartieri distrutti e del popolo deportato nei Casali e poi nei ghetti periferici del dopoguerra, non esiste uno straccio di memoria perché a Napoli non esiste alcuna canzone o cantata popolare sull’argomento, né se ne parla, vi è una indifferenza sull’argomento, quasi la vergogna a ricordarlo.

Torniamo ora alla poesia per interpretare al meglio il senso del testo. La poesia inizia con l’esprimere il trambusto dei lavori ed il martellare rapido dei Picconi. Chi ha la mia età lo ricorda fin troppo bene e deve trasmetterne il ricordo alle future generazioni, perché perdere il ricordo storico di un popolo è, in effetti, perderne l’identità. All’epoca, schiere di operai Picconatori lavoravano alla demolizione degli edifici ed altre opere architettoniche, uno spettacolo degno della descrizione di alcuni gironi infernali della Commedia di Dante. Oggi un edificio da demolire “implode”, la scena è vista per televisione da milioni di persone, è spettacolare ma senza quelle sensazioni emotive che il Picconatore può trasmettere e, sopratutto senza gustare il sapore amaro della polvere! Vedere poi la propria casa “traslocare” è veramente traumatico, vi assicuro, bisogna vivere la scena, per poter capire cosa si possa provare, perché la casa non è solo “i mattoni” o “il tufo” ma l’anima di chi vi ha abitato, quell’impronta lasciata sui muri dall’aura delle persone, nel bene e nel male. Le pareti interne della casa portano impresse le vicende vissute dagli abitanti, chi entra in una casa è in grado di percepirle. Chi non ricorda la sensazione avuta entrando la prima volta in una casa? Può essere una sensazione negativa, di angoscia, o positiva, di serenità, o anche “di una presenza”, e condizionerà il giudizio sulla casa. E’ il messaggio delle pareti al nostro incoscio, contiene le vicende impresse nel suo intonaco, di persone che forse non esistono più ed è il motivo che ci invoglia o meno a frequentare la casa o, perfino, ad acquistarla. E’ il vero motivo, incoscio, che porta a tinteggiare le pareti prima di abitare un nuovo appartamento o una nuova casa. L’igiene, il colore non gradito o altre facezie, sono motivi pretestuosi o un luogo comune. Il testo esprime bene questo stato d’animo e “solo chi è di Napoli”, inteso come “chi ha vissuto quel momento”, può capire perché un nodo alla gola impedisce di dire la preghiera.

La preghiera è come una Ave Maria, ogni inizio strofa ripete: Piccone, fa più piano, batti dolcemente, e poi, quei muri sono della casa natia, in cui si son mossi i primi passi, e poi si è studiato, mangiato, giocato, sognato, in sintesi svolta la vita nell’infanzia e nell’adolescenza. 

Poi si richiama il Picconatore, che è sul balcone, a stare attento, la c’è un’edicola sacra fatta dal proprietario della casa per una grazia ricevuta in mare circa trenta anni prima.  Una volta era consuetudine erigere le Edicole raffiguranti una Madonna, un Santo o Anime del Purgatorio, sui muri delle abitazioni, in particolar modo agli incroci dei vicoli e delle “cupe”.  Anche nel primo capitolo dei Promessi Sposi ne troviamo una “con ombre e figure vaghe, le fiamme e le Anime del Purgatorio nelle intenzioni dell’autore e della gente del luogo”, come scrive il Manzoni, con un sottile umorismo. L’Edicola raffigura la Madonna Addolorata (Appassionata, in napoletano antico), quasi che esprime il dolore del protagonista, della casa, oserei dire, per la morte fisica del suo mondo. Il richiamo di stare attento è forte, quasi un tentativo di voler fermare la demolizione. Quante Edicole sono state distrutte per ammodernare contrade e borghi! Eppure esse caratterizzavano il posto, lo rendevano unico tanto da identificarlo con il nome   dato dalla tradizione popolare, spesso diverso da quello scritto sulle insegne delle strade.

Nella quinta strofa c’è il pathos di vera sofferenza, il Piccone non colpisce il muro, il cuore del protagonista, l’anima stessa della persona che diventa un unicum con la casa, e chiede di smettere o, se proprio non può farlo, almeno faccia tutto dolcemente, pian pianino. La passione raggiunge il massimo nella sesta strofa dove quell’uomo freddo, senza emozioni, quando vede cadere a picconate la stanza ove nacque sua madre, piange ed implora ancora di fare il lavoro più piano, quei colpi li sente giungere direttamente sul cuore. Piange perché vede la distruzione delle sue radici, del suo passato, il passato che è importante per un uomo perchè ne condiziona il futuro, le scelte di vita. Allora chiede di fermare per un attimo il lavoro, il tempo di sottrarre almeno un tufo di quella stanza, per tenere in vita il suo passato, le sue radici. Quel blocco di tufo porta con se un tocco di poesia del Quartiere che scompare nella polvere. Demolire le pareti di una abitazione è cancellare totalmente l’entità dei suoi abitanti. Demolire un quartiere è una vera e totale pulizia etnica.

Conclusioni

Il testo non dice chi sia il personaggio della Canzone, lascia al la libera interpretazione del lettore ed alla sua sensibilità.  Personalmente penso ad una persona del ceto medio, di buona istruzione, dignitoso e discreto, andato via dal Quartiere per vicende o necessità della famiglia, un uomo tenace e lavoratore, di una semplicità dignitosa, capace di emozioni d’altri tempi, come uscito da una poesia di Guido Gozzano.  Il commento di questa poesia-canzone è nato per approfondire la conoscenza storica e per un tentativo di riscrivere la storia per demolire i luoghi comuni che ne falsano la verità.

Per la ricerca della verità storica occorre consultare accuratamente gli Archivi comunali, parrocchiali e di Stato. Per l’approfondimento delle cause e giungere ad un quadro completo della vicenda storica, occorre sentire il  Popolo che l’ha vissuta sulla propria pelle ed il Popolo si esprime con ballate, cantari, canzoni e poesie, spesso di autore anonimo, in effetti, la vera fonte della memoria storica di una Città o di un Popolo.  Nello studio del risanamento diviene attuale la frase “Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barberini”, cioè “Quello che non riuscirono a fare i Barbari, lo fecero i Barberini”, nobili ricchi Romani. Per Napoli andrebbe bene “Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Laurini”, per il disastro edilizio negli anni 50 operato della giunta Lauro, “grande Filosavoia”, guarda caso non nativo della città ed invitato laico alle nozze reali sabaude avvenute a Cascais anni fà. La storia si ripete sempre, nei corsi e ricorsi, come insegna G.B. Vico, nato a Napoli. Le distruzioni post-unitarie nelle città d’Italia le hanno fatto i “Barberini”, quelli che governano la città (per Napoli quasi sempre provenienti da altre località). Questi decidono e tracciano con un lapis delle righe su una mappa ignorando che sotto quel lapis esiste un tessuto umano, l’essenza della contrada, rione, quartiere o città, che sparisce travolto dal vento della storia, la storia che è fatta dai potenti (o prepotenti). Ad ogni avvenimento o personaggio famoso, che abbia fatto del bene alla Città o alla Patria, si erge un monumento, con lapide ed epigrafe, a ricordo perpetuo per le future generazioni. Anche agli artefici del Risanamento dei Quartieri storici di Napoli è stato eretto più di un monumento, uno lo trovate a Piazza Volturno, piccolo angolo antico del Corso Garibaldi, angolo (acuto) con via Pisacane, dove nella fila di antiche case storiche, di fronte al cinema Tosca, esiste un palazzo “moderno” di circa sette piani, opera eseguita all’epoca Laurina.

Al suo posto, fino al 1943, esisteva un palazzo identico agli altri, poi fu centrato dagli Americani in un bombardamento “chirurgico” (visto la precisione), causando tre morti, tra cui mio nonno materno accompagnato dalla nostra tartaruga. Quel palazzo ricostruito di sette piani, in stile Laurino, è un monumento agli autori del risanamento di tutte le epoche, con l’epigrafe non scritta sulla lapide, ma nel De Bello Gallico di Giulio Cesare duemila anni prima “Si queres monumentum, circumspice” cioè “Se cerchi un monumento, guardati intorno”, osserva cosa è rimasto! Infatti chi si reca nella piazzetta e guarda quel palazzo sentirà un senso di disagio, il vuoto delle proprie radici che riempie l’anima e che il testo di questa canzone, spero, abbia saputo trasmettere a chi sa ascoltare. 

Altrove vi sono altri monumenti simili, come le rovine tra Via Duomo e vico Zuroli, al Pendino, ed altri obbrobri architettonici della Napoli post-borbonica. Ce ne sono tanti, in tutti gli stili, tranne il Partenopeo. Ognuno conosce il suo!

Salvatore Bafurno

Ho eseguito anche la traduzione in lingua Napoletana adattata alla melodia, all’impronta, per chi volesse cantarla ritenendo la cosa gradita ai moderni Osci.

Miez’e prete d’e Guantare che so’ carute - ‘‘nce so’ ra casa arò ie so’ nasciute,
‘nce so passato pe’ sbaglio stammatina  -ma forze m’à purtato o core e o destino, 
Solo chi è ‘e Napule sape o pecché    -    aggio ditto ‘stì cose sulo ‘ncuorp’a mme:

    Picco’, batte chianino  - ’I so nasciûto sott’a stu cammino,
stì mmure m’anno visto piccirillo - ’a cammenà attaccato ’o siggiulillo,

 Piccò vatte chiù chiane - ’nmieze ‘a sti prete ridotte a patane,

‘e latino aggio fatto’e lezzione, - e magnato spaghetti e menestrone. 

Ma tu già scassanno ‘ncopp’o barcone -vidi! ‘nc’e sta a Maronna da Passione,
l’à fatta o padrone ‘e casa trent’anni fa - pe grazzia ricevuta ‘n miezo o mare

Piccò vatte chiù chiane, - son tutti curpi dati int’a stu core
e si propete non te ppuò fermà, - Piccò, vatte chiù chiane, chianu chiane!

Pochi vvote aggio chiagnuto, oi gente, - nun m’emozziono tanto facilmente,
ma quande aggio visto carè a piccunate -a cammera arò màmmema è nata,
me se ffatto nù nureco propio ccà, -e chiagnenno aggio pregat’accussì

Piccò vatte chiù chiane, -son tutti curpi dati int’a stu core
e si propete non te ppuò fermà, - Piccò, vatte chiù chiane, chianu chiane.

 

N’àttimo solo, Piccò, m’arrobbo nu tufo, - nu poco ‘e poesia ‘e stu quartiere mio.

Salvatore Bafurno


I testi contenuti nella pagina sono stati inviati al Portale da Salvatore Bafurno nel mese di giugno 2007. Le opinioni espresse sono dell'autore.

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