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Voce
‘e notte |
Una
voce nella notte |
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Si 'sta voce te
scéta 'int''a nuttata,
mentre t'astrigne
'o sposo tujo vicino...
Statte scetata, si
vuó' stá scetata,
ma fa' vedé ca
duorme a suonno chino...
Nun ghí vicino ê
llastre pe' fá 'a spia,
pecché nun puó
sbagliá 'sta voce è 'a mia
E' 'a stessa voce
'e quanno tutt'e duje,
scurnuse, nce
parlávamo cu 'o "vvuje".
Si 'sta voce te
canta dint''o core
chello ca nun te
cerco e nun te dico;
tutt''o turmiento
'e nu luntano ammore,
tutto ll'ammore 'e
nu turmiento antico...
Si te vène na
smania 'e vulé bene,
na smania 'e vase
córrere p''e vvéne,
nu fuoco che t'abbrucia
comm'a che,
vásate a chillo...che
te 'mporta 'e me?
Si 'sta voce, che
chiagne 'int''a nuttata,
te sceta 'o sposo,
nun avé paura...
Vide ch'è senza
nomme 'a serenata,
dille ca dorme e
che se rassicura...
Dille accussí:
"Chi canta 'int'a 'sta via
o sarrá pazzo o
more 'e gelusia!
Starrá chiagnenno
quacche 'nfamitá...
Canta isso sulo...Ma
che canta a fá?! |
Se questa voce ti
sveglia nella notte,
mentre ti stringi
al tuo sposo, vicino…..
Resta sveglia, se
davvero lo preferisci,
ma fingi di
dormire profondamente.
Non andare alla
finestra, per vedere.
perchè non puoi
confonderti, questa è la mia voce,
la stessa voce di
quanto noi due,
timidamente, ci
parlavamo con il voi.
Se questa voce
canta nel tuo cuore
Ciò che non
riesco, né tento di dirti:
tutto il tormento
per un perduto amore,
tutto l’amore per
un tormento antico.
Se senti un gran
desiderio di amare,
una voglia di baci
scorrere nelle vene,
un fuoco che
brucia l’anima ed il cuore,
baciati quel
tizio, che t’importa di me!
Se questa voce,
piangente nella notte,
sveglia il tuo
sposo, non aver timore,
vedi che la
serenata è senza dedica,
digli di dormire
sicuro, che non è per te!
Digli così: “Chi
canta in questo vicolo
forse è pazzo o lo
strugge la gelosia!
Forse piange
qualche grave malefatta...
Nessuno lo ascolta
…ma chi glielo fa fare?! |
Commento
Il
testo della Canzone “Voce ‘e notte” è una delle più belle
poesie scritte in lingua Osca, dalle Fabulae Atellanae
ad oggi, scritta dal giovane poeta Eduardo Nicolardi, per un
amore svanito con l’amata data in sposa dai genitori di lei,
per motivi di posizione economica ad un ricco
settantacinquenne.
In
letteratura l’amore realizzato crea i grandi prosatori,
perchè il sogno d’amore si logora nella vita quotidiana,
mentre un amore perduto o impossibile crea i grandi poeti,
perché l’amore resta un sogno, inattaccabile, anzi si
sublima con il passare degli anni. Anche se Nicolardi, per
la morte del rivale, sposò poi la sua amata, realizzando il
loro sogno d'amore, a noi è restata una delle più belle
poesie (e canzoni) di tutti i tempi. Il commento riguarderà
solo la storia umana, lasciando da parte il Nicolardi.
Essa
nasce da un episodio che si ripete sempre nel tessuto umano
della città di Napoli ed è ancora un “uso” della borghesia
mercantile, in maggior parte composta da persone non
“indigene napoletane” ma da “immigrati, anche interni, del
Regno delle due Sicilie”. Queste famiglie ricorrono al
“sensale” per trovare alle loro figlie nubili, per marito,
una persona a reddito fisso, anche basso, quale impiegato
statale o simili, meglio una Guardia di Finanza
“Forestiera”, o impiegato del Comune o Aziende Comunali,
gente notoriamente scelte non per merito personale, ma in
base alle loro appartenenze o raccomandazioni.
Se la
ragazza è innamorata, poco importa, si manda via il
pretendente innamorato. Questi esclusi, i miserabili di
turno, quasi sempre si realizzano nella vita con le proprie
forze, se lontani da Napoli, superando in “posizione
sociale” chi li ha rifiutati, poiché il Destino, Signore del
Mondo, non lo fanno i”sensali” né i ricchi parvenu (pezzenti sagliuti). Illustrato il contesto in cui nasce la poesia, la
analizziamo per godercela come merita.
I
primi in due versi ci presentano lo scenario ed i
protagonisti,
la
Voce
e
la
Sposa. La
Voce
resterà sempre e solo una “voce”, non si
saprà mai cosa canta o dice o impreca, né chi ne svolge il
ruolo, è solo una Voce nella notte in un vicolo semibuio. La
Sposa
è bene individuata ed è la vera protagonista.
Gli
altri versi della prima strofa “statte scetata..…scurnuse,
nce parlavamo cu‘o vvuje” consigliano alla sposa cosa
fare, perché
la Voce
è sicuro che la Sposa non può averlo
dimenticato, perché quella “voce” è sempre e solo la voce
dal tono timido che le diceva parole d’amore, parlandole
con il voi. La
voce non avrà mai il minimo dubbio che il suo amore lo
abbia dimenticato.
La
seconda strofa è il vero centro della storia. La sua
recitazione deve rendere bene i sentimenti che esprime,
sottotono per i primi due versi, in crescendo per i
rimanenti fino a cumm’a chè, quindi una pausa poi
sottovoce l’ultimo verso, che indicare rassegnazione.
“Si
stà voce ti parla int’o core, chelle ca nun te cerco e nun
te rico: tutt’o turmiento ‘e nu luntano amore, tutto
l’ammore ‘e nu turmiento antico" è il messaggio della
“voce”, che non tenta nemmeno di dire, perché parla al
cuore, il suo tormento per l’amore svanito, l’amore che
conserva per questo tormento, antico cioè radicato nella sua
anima, tutto per non un motivo non preciso. Forse la Voce
era lontano “Fore”, o militare o forse navigava, forse
perché povero e la madre benestante di Lei ha combinato un
matrimonio di casta a cui Lei non ha saputo o voluto
sottrarsi. Avrà Ella preferito l’agiatezza all’amore? La
voce ricorda i sentimenti che le procurava
“si
siente n’core na smania ‘e vulè bene, na smania ‘e vase
scorrere p’e vene, nu fuoco che t’abbrucia comm’a cchè!" A
questo punto la Voce capisce che è tutto inutile,
pensa che la Sposa ha ricordato e rivissuto un
sentimento tanto forte e tanto impossibile, per cui è meglio
per tutti che quella “smania” sia rivolta a chi le dovrà
restare vicino per tutta la vita, e, rassegnato dice
Vasate a chillo, che te mporta ‘e me! E’
qui la grandezza dell’autore, capisce che il Destino vince
tutto e che potrebbe far del male alla persona amata, che il
vero amore è non far soffrire la persona amata, e pensa “chè
sia felice, anche senza di me!”
La
terza strofa sviluppa questo concetto. La voce,
resosi conto del possibile male che poteva arrecare
all’unico suo impossibile amore, consiglia la Sposa
su come fare. Questa strofa merita di essere recitata in tono pacato
spegnendosi nell’ultimo verso. “Si
sta voce che canta int’a nuttata, te scete ‘o sposo,…. nun
avè appaura, vire ca senza nomme è ‘a serenata, rille cà
rorme… cà s’arrassicura. Poi suggerisce le parole che
definiscono la Voce: “chi
canta int’a sta via, o sarrà pazzo o more ‘e gelusia…..
starà chiagnenno quacche ‘nfamità, Cant’isso sulo…ma che
canta ‘affà". La
Voce,
il vinto dalla vita, svanisce nella notte
nella nebbiolina dell’alone sula luce dei fanali del vicolo,
che torna nel silenzio interrotto da
na voce ‘e notte
senza poter sapere cosa abbia cantato o gridato o imprecato
o pianto.
Considerazioni
Il
testo della Canzone “Voce ‘e notte”, come ho detto, è senza
dubbio una delle più belle poesie scritte in lingua Osca,
dalla Fabulae Atellanae ad oggi, ed è ancora attuale. Non
ho usato la parola “dialetto napoletano” perché nella
Campania si parla una lingua neolatina che riprende la
matrice della lingua parlata dagli Osci, del tipo
celtoitalico, anche nel periodo del dominio di Roma come
Latinus Cotidianus, cioè parlato dal popolo. Ad
esempio, sui muri di Pompei, in una scritta per la campagna
elettorale del ’78 d.C., leggiamo nelle epigrafi “iamus”
anziché “eamus” per dire “andiamo, votate…”.
La
lingua Osca è quella oggi conosciuta come “dialetto
Napoletano”, espressione coniata da chi ha scritto la storia
ufficiale del Risorgimento, che lo riteneva solo una
miscellanea da contaminazioni linguistiche delle lingue dei
vari “stranieri” che avevano dominato il Regno di Napoli.
Nulla di più falso!
La
lingua Osca è del ceppo che comprende le lingue Portoghese,
Celtibera (spagnolo antico), Catalana, Provenzale-Occitano,
Ligure Sarda, in parte, ed altre minori, avendo in comune
la sintassi, le parole base, le declinazioni dei verbi,
differendo solo nella fonetica ed in piccoli particolari
dovuti a differenze storiche ed ambientali di questi Popoli,
peraltro inevitabili, una vera Nicchia Ecologica.
Alla
lingua Osca manca una scrittura codificata, la cui chiave di
lettura permetterebbe agli “altri” di parlarla con la
pronuncia corretta. Basta pensare ai grandi Tenori, che
sublimano la Canzone Napoletana, ma limitano la riuscita
dell’esibizione per la pronuncia scorretta, anche se gli è
stata insegnata bene, come mi è successo nel 1956 con un
Coro Olandese. Spesso si vede anche una differenza grafica fra i diversi
autori o studiosi che riportano i testi di scritti
napoletani, non solo canzoni. Sarebbe forse utile adottare la grafia Ligure o Francese,
che meglio di altre permettono di pronunciare bene le
espressioni vocali particolari, soprattutto per la finale
muta (e).
La
lingua Osca non è una lingua morta, bensì una lingua viva ed
attuale, parlata nell’ovest della Campania, con piccole
differenze locali, salvo alcune enclave ove la pronuncia
delle parole ha un tono ed un accento particolare. E’
una lingua viva perché si evolve col passare del tempo,
basta confrontare le canzoni “Te voglio bene assaje” del
1835 e “Voce ‘e notte” del 1905. Si notano delle rilevanti
differenza tra loro, anche nella grafia, e l’intervallo
temporale è di solo 80 anni. Analoghe differenze si notano tra “Fenesta vascia”, del
1500, e “Lo Guarracino” del 1700, in un arco temporale più
lungo. Per
questa tesi mi riferisco alle canzoni sia perché sono
conosciute da tutti, sia perché il testo della canzone
napoletana fino al 1960, per l’80 per cento è una vera
poesia, di cui almeno il 50 per cento è di alto livello.
Spesso la musica rinforza la poesia, come in “Voce ‘e
notte”, “Fenesta vascia”, “A testa Aruta”, “Lariulà”,
“Marechiaro”, ecc., in altre, come “O sole mio”, nobilita un
testo nato per una canzone, solo in pochissime si dimostra
inadeguata. La simbiosi di queste due arti, la poesia e la
musica, col tempo può deteriorarsi, perché la Poesia resta
sempre la stessa, inalterata nel tempo, mentre la canzone
(la parte musicale) è oggetto di interpretazione, non
sempre "ortodossa",
anzi ne annulla l’essenza e deturpa la bellezza del brano. E’
quello che avviene nelle altri discipline artistiche. Nella
pittura e scultura l’opera d’arte resta per sempre
inalterata, salvo atti vandalici, per cui la Gioconda
l’hanno sempre vista come la vediamo oggi e la si vedrà così
finché il quadro resterà “in vita”.
In
architettura l’opera d’arte può essere manomessa da chi la
usa o da chi non la capisce, per cui non sempre quello noi
vediamo è “l’opera originale”, e le modifiche sono sempre a
svantaggio della costruzione e della fama dell’Autore. Per
questo nella Canzone (con la maiuscola) alla Musica Cantata
preferisco la poesia, nessun “modernizzatore” la potrà
“inguaiare”, al limite, solo danneggiare nella recitazione.
Conclusioni
Questa poesia mi è tanto cara, ed anche la canzone. Mi viene
in mente nei momenti particolari della vita ed allora vedo
questo scenario:
Inverno 1964, Vico Pace ai Tribunali, inizio lato
“piazzetta delle Erbe” del Pendino, è sera, i
lampioni illuminano in un alone di foschia fino al secondo
piano, è accesa una luce al 4° piano, filtra la luce da
alcuni bassi vicini alla bottega, chiusa a quell’ora, del
buon Cesare “l’ugliararo”, una persona veramente buona “’e
core”, il lastricato è umido e riflette la luce dei
lampioni. Poi
si spengono le luci delle case, un gatto esce dalle rovine
lato vico Scassacocchi, è innamorato ed inizia una serenata
alla sua bella che non c’é, forse lo ha lasciato per un
amore del Vomero o di via Orazio. Si
sente una voce seccata gridare un robusto “passa ‘a llà!”
(Vai via!)
E’
il vecchio dei cartoni, non certo in vena di romanticismo,
dopo una giornata a tirare il carrettino per i vicoli ed i
carruggi del Mercato e del Pendino. Il
gatto si allontana con dignitoso disappunto ed io
bighellonando vado verso l’Ospedale della Pace e mi inoltro
nel cuore chiuso del quartiere San Lorenzo.
Salvatore Bafurno