Note e Versi Meridiani

 

Signorinella

Libero Bovio - Nicola Valente

a cura di Salvatore Bafurno

Edoardo Dalbono, La voce, 1885

 

Il testo della canzone “Signorinella”, una bella poesia del grande poeta Libero Bovio, è scritta in lingua italiana, ma pensata in lingua osca, per sintassi e costruzione delle strofe, quindi da considerare una vera Poesia Napoletana, nata per canzone.

Inoltre, ci presenta un aspetto del tessuto umano di Napoli, presente fino agli inizi degli anni settanta, che oggi non esiste più, a causa del progresso. È composta di 9 quartine, di un esametro e tre endecasillabi, con rima solo tra i versi pari. Ogni 3a strofa ha un quinto verso, un esametro (senario) in rima con il terzo.

 

Signorinella pallida,

dolce dirimpettaia del quinto piano,

non v'è una notte ch'io non sogni Napoli,

e son vent'anni che ne sto' lontano!

 

Al mio paese nevica,

e il campanile della chiesa è bianco,

tutta la legna è diventata cenere,

io ho sempre freddo e sono triste e stanco!

 

Lenta e lontana,

mentre ti penso suona la campana

della piccola chiesa del Gesù

e nevica, vedessi come nevica ....

ma tu, dove sei tu?

 

Bei tempi di baldoria,

dolce felicità fatta di niente:

Brindisi coi bicchieri colmi d'acqua

al nostro amore povero e innocente.

 

Negli occhi tuoi passavano

una speranza, un sogno, una carezza ....

avevi un nome che non si dimentica,

un nome lungo e breve: giovinezza!

 

Amore mio!

Non ti ricordi che, nel dirmi addio,

mi mettesti all'occhiello una pansè

e mi dicesti, con la voce tremula:

"Non ti scordar di me!"

 

E gli anni e i giorni passano,

uguali e grigi, con monotonia,

le nostre foglie più non rinverdiscono,

signorinella, che malinconia!

 

Tu innamorata e pallida

più non ricami innanzi al tuo telaio,

io qui son diventato il buon don Cesare,

porto il mantello a ruota e fo' il notaio.

 

Il mio piccino,

sfogliando un vecchio libro di latino,

ha trovato, indovina, una pansè ....

perchè negli occhi mi spuntò una lacrima?

Chissà, chissà perchè!

 

Lenta e lontana,

mentre ti penso, suona la campana

della piccola chiesa del Gesù ....

e nevica, vedessi come nevica ....

ma tu .... dove sei tu?

Il testo della canzone “Signorinella” è stato scritto da Libero Bovio in funzione di una canzone composta da Nicola Valente per l’interpretazione di Pasquariello, cose che non diminuiscono la bellezza della poesia, anche se sacrificata alle esigenze della musica.

Ma, esattamente, chi è la Signorinella pallida? Chi è lo studente divenuto notaio? Chi ha una certa età ed ha abitato nel quadrilatero della Neapolis, la città nuova o greca, che insieme a Palepolis, città vecchia od osca, costituisce Partenope (Parthenopes in greco, il vero nome di Napoli), ricorda i numerosi studenti che frequentavano la nostra antica e gloriosa Università, provenienti dalle regioni dell’ex Regno di Napoli, nonché le ragazze che lavoravano in casa come sarte, stiratrici, guantaie, o altro. Oggi vi trovate solo le ragazze, dedite al loro lavoro. Gli studenti hanno cento università da poter frequentare. Quelli che frequentano l’Università di Napoli, con soggiorno per interi mesi, come Cesare il notaio, ormai sono rari.

Fino al 1970, invece, erano tanti! Soggiornavano stabilmente a Napoli (la Neapolis greca) per poter studiare; le Scuole Superiori e le Università erano solo nei centri principali della Penisola Italiana, salvo qualche eccezione “storica”, ed i mezzi di trasporto non consentivano il rientro frequente alle proprie residenze. Questi studenti erano di due categorie: i figli del popolo, che studiavano grazie a borse di studio o ad elargizioni di mecenati, ed i figli di benestanti. I primi pensavano a trovare un buon partito, visto che la borghesia mercantile napoletana era propensa a far sposare per le proprie figlie  con i futuri laureati “’e fora”. Oltre ad accoglierli, ancora studenti, come “innamorati ufficiali” in famiglia, provvedeva anche al loro mantenimento.

Gli altri, invece, pensavano sempre di tornare al loro nido ma, nel frattempo, faceva loro comodo conoscere una ragazza dei vicoli, corteggiarla per ottenere gratis dei favori, come un pranzetto, una lavata alla biancheria ed altro che si poteva supporre. La ragazza si illudeva, perché anche lei stima “o giovene ‘e fora” più del coetaneo che conosce, perché “spera” di andar via dai vicoli, mentre difficilmente il ragazzo napoletano uscirà dallo status sociale cui appartiene. Finiti gli studi, regolarmente “o giovene ‘e fora” sparisce, insalutato ospite, e si farà una posizione con un matrimonio con benestante, mentre la ragazza, se non resta nubile “zitella”, sposerà il giovane che aveva messo da parte.

Naturalmente a perdere è stato lo studente divenuto, in questa poesia, notaio. Avrà pure potere, soldi, mezzi economici, ma gli manca qualcosa. Quel qualcosa che il quotidiano della vita gli ha portato via, e dal quale non si può fuggire. Allora ripensa al lontano amore, alle rose che non colse, alla Signorinella Pallida. In merito a quanto ho detto, ricordo uno studente di Serino, che, negli anni sessanta, frequentava una matura Signorinella. La storia finì con l’evirazione del malcapitato quando “l’amata” intuì le vere intenzioni del “ragioniere”. La cosa fu riportata dai giornali e divenne oggetto di lazzi e considerazioni “oscene” che chi conosce Napoli può immaginare.

Don Libero Bovio evidentemente ha conosciuto bene questo genere di persone e le ha ben delineate nella Poesia, che adesso commentiamo.

L’inizio è immediato, le prime tre strofe esprimono il rimpianto, “il notaio” parla alla Signorinella, le dice che sogna sempre il tempo trascorso a Napoli, 20 anni prima in un clima diverso, mentre al paese nevica, il caminetto si è spento e la sua vita è vuota e monotona. Dice di essere stanco di quella vita, che è come una condanna, inesorabile, mentre suona la campana della chiesetta del Gesù. Forse ricorda la campana della Chiesa del Gesù Vecchio a Napoli, che sentivano allora insieme? Nelle tre strofe seguenti dimentica la neve ed il freddo del presente, pensa al passato che si fa più nitido, ricorda i bei tempi di baldoria, la felicità di due giovani fatte di niente, i brindisi con i bicchieri colmi d'acqua ad un amore povero e innocente.

Di Signorinella ricorda gli occhi, in cui brillava una luce di speranza e del sogno di sfuggire alla vita grama dei vicoli, una carezza rubata, ma non ricorda il nome, ricorda solo il tempo, quel tempo che non si dimentica, che ha un nome lungo e breve: giovinezza! Ricorda però bene che nel giorno dell’addio, con la promessa di ritornare per restare, all'asola del paltò Signorinella gli mise una pansè, dicendogli, commossa, "Non ti scordar di me!", quasi sicura di non rivederlo più. Sembra rivivere l’addio tra la Signorina Felicita e Guido Gozzano, con la differenza che la Felicita era ricca e promessa “al molto signor notaio”, in ambiente opulento e contadino, mentre la Signorinella era povera e con una segreta speranza di migliorare la sua vita.

Nelle altre strofe parla del “suo” presente, parla di sé e pensa che anche Signorinella viva come lui, di rimpianto e di malinconia. Parla degli anni e i giorni che scorrono uguali e grigi, con monotonia. Ignora che quella è la vita del notaio di paese, non certo di chi deve lavorare per vivere. Dice “le foglie più non rinverdiscono, signorinella, che malinconia!”, parla di sé e basta! “Tu innamorata e pallida più non ricami innanzi al tuo telaio”, ed allora come vive? “io qui son diventato il buon don Cesare, porto il mantello a ruota e fo' il notaio”, questo è sicuro! “Il mio piccino, sfogliando un vecchio libro di latino, ha trovato, indovina, una pansè” e se non l’avesse trovata, non ci sarebbe stato il ricordo....”perchè negli occhi mi spuntò una lacrima? Chissà, chissà perchè!” forse anche il Notaio ha una coscienza! Ha vissuto molti anni a Napoli, capitale di un Regno perduto, e non ha capito niente del tessuto umano che vive di lavoro dignitoso, anche se di poco reddito!

Queste storie erano la normalità nelle città sedi di Università, o Scuole Superiori. Cambia la mentalità e le professioni, ma i personaggi sono perfettamente uguali, sempre. Su questo tema esiste un’altra canzone, nata a Torino, altra ex capitale tradita dai Savoia, che mostra le differenze del tessuto umano delle due città. La canzone si intitola “Piemontesina” e narra l’amore tra uno studente ed una Caterinetta, la sartina torinese col sogno di aprire un giorno un atelier (ricorda Assunta Spina). A differenza di Signorinella, Piemontesina è composta di tre gruppi di una quartina ed una terzina, di metrica varia secondo le esigenze della melodia, perché non è una poesia per una canzone, ma un testo nato per una canzone, anche se è una vera poesia. Nel primo gruppo di strofe descrive l’addio, nel secondo (ritornello) ricorda gli incontri, rigorosamente al Parco del Valentino, nel terzo si materializza il ricordo. L’addio non è gozzaniano, è realistico, non vi sono pansè o scritte sul tronco dell’albero, lo studente non promette di ritornare, la Caterinetta non si illude, ha altre possibilità rispetto a Signorinella, e continuerà a lavorare sperando di realizzare il suo sogno. Nella seconda il dottore, ex studente, cura la povera gente, ma potrà curare il suo cuore, che ha lasciato a Torino, dove difficilmente ritornerà. Quanta differenza col buon don Cesare, con il mantello a ruota, e fa il notaio! In comune hanno solo il rimpianto per la gioventù, ma lo studente, per ricordare, non ha bisogno di un figlio che scopre una pansè, ricorda e basta, perché il suo amore non aveva avuto alcun interesse materiale. Riporto il testo di Piemontesina, di cui esiste una versione cantata da Aurelio Fierro in un disco del 1960, un’interpretazione eccezionale, che ricordo bene.

 

Addio bei giorni passati

mia piccola amica ti devo lasciar

gli studi son già terminati

abbiamo finito così di sognar.

 

Lontano andrò,

dove non so

parto col pianto nel cuor

dammi l'ultimo bacio d'amor.

Non ti potrò scordare

Piemontesina bella

sarai la sola stella

che brillerà per me.


Ricordi quelle sere

passate al Valentino

col biondo studentino

che ti stringeva sul cuor.

 

Totina, il tuo allegro studente

di un giorno lontano è adesso dottor

io curo la povera gente

ma pur non riesco a guarire il mio cuor.


La gioventù

non torna più,

quanti ricordi d'amor

a Torino ho lasciato il mio cuor

ripetere il ritornello "Non ti potrò scordare, ... sul cuor".

ripetere l’ultima strofa "Ricordi quelle sere……sul cuor".

Salvatore Bafurno


Il testo di Salvatore Bafurno è stato inviato al Portale nel mese di settembre 2007. Le opinioni ivi espresse sono dell'autore.

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