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La metèora Georges Sorel:
1903-1908
99. In questo contesto, si consumò anche, dal 1903 al
1908, la breve ed ambigua vicenda del cosiddetto
“sindacalismo rivoluzionario”, il cui teorico fu il
francese Georges Sorel (1847-1922).
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Georges Sorel |
100. Il Sorel aveva pubblicato, nel 1903, uno scritto
intitolato “L’avvenire socialista dei sindacati”, nel
quale teorizzava lo “sciopero generale politico”, come
strumento per “dare colpi di martello” al meccanismo di
funzionamento della società liberale borghese, fino a
provocarne la crisi rivoluzionaria decisiva.
In effetti egli importava così, nell’ambito della
tradizione marxista, alcune idee ed ispirazioni
arbitrariamente ex-tratte dal sistema filosofico del suo
connazionale Henri Bergson (1859-1941), ed
indulgeva ad una certa compiacenza “estetica” per la
violenza, ad una feroce critica della democrazia, e ad
una pericolosa esaltazione del ruolo decisivo delle
èlites (= delle minoranze organizzate) rispetto a
quello delle grandi masse popolari.
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Henri Bergson |
101. Il suo confuso dilettantismo filosofico lo condusse
peraltro, in seguito (1908: “Riflessioni sulla
violenza”; “Le illusioni del progresso”; “La
decomposizione del marxismo”), ad avvicinarsi
gradualmente, soprattutto dopo il 1910, alle posizioni
della destra monarchica francese e ad assumere posizioni
politiche contraddittorie ed ambigue: contrario nel 1914
alla Prima guerra mondiale; ammiratore della Rivoluzione
bolscevica nel 1917; convinto sostenitore del Fascismo
italiano ai suoi inizi nel 1919, tanto che alla sua
morte, nell’agosto del 1922, Mussolini dirà: “E’ a Sorel
che devo di più”.
Il suo libro del 1903 ebbe comunque una vasta risonanza
nel movimento operaio, anche in Italia.
Il primo sciopero
generale in Italia (1904)
102. I socialisti Alceste De Ambris, Arturo Labriola ed
Enrico Leone, furono i principali esponenti italiani del
“sindacalismo rivoluzionario”: la loro influenza fu
decisiva nell’organizzazione del primo sciopero
generale nell’Italia unita, nel settembre 1904, in
risposta alla uccisione di due contadini in Sicilia; e
nello sciopero dei braccianti del Parmense nel 1908.
Questi scioperi, però, mentre fornirono il pretesto al
governo per una vasta repressione delle organizzazioni
operaie e contadine, si conclusero senza miglioramenti
pratici per le masse popolari e provocarono pesanti
sconfitte elettorali per i socialisti.
Infine, il X Congresso socialista, svoltosi a Firenze
nel settembre del 1908, dopo lo sciopero nel Parmense,
sancì l’espulsione dei “sindacalisti
rivoluzionari” dal partito.
I socialisti e la guerra
di Libia (1911-1912)
103. Poco dopo, fu la guerra coloniale in Libia
(1911-1912) a provocare un altro acceso dibattito
all’interno al partito, tanto che si tennero due
Congressi nazionali: nel 1911 (XII Congresso, subito
dopo l’inizio della guerra) e nel 1912 (XIII Congresso,
quando la guerra era ancora in corso).
In questo XIII Congresso (Reggio Emilia, 1912), l’ala
“intransigente rivoluzionaria”, allora capeggiata da
Benito Mussolini, riuscì a conseguire l’egemonia nel
partito, eleggendo alla segreteria l’artigiano lombardo
Costantino Làzzari (1857-1927), e decretando
l’espulsione della destra interna (Bissolati, Bonomi,
Cabrini, etc.), per l’appoggio dato da questa corrente
alla guerra di Libia, in violazione del principio dell’internazionalismo
proletario.
La “settimana rossa” del
giugno 1914
104. L’ala “intransigente rivoluzionaria” mantenne la
guida del partito anche nel XIV Congresso, l’ultimo
prima della Grande Guerra, che si tenne ad Ancona
nell’aprile del 1914.
E proprio a partire da Ancona, di lì a poco, dalla
domenica 7 alla domenica 14 giugno 1914, si svolsero i
fatti della cosiddetta “settimana rossa”.
Le premesse
105. L’opposizione alla guerra di Libia aveva
contribuito a rinsaldare e radicalizzare un blocco
sociale formato soprattutto da contadini, operai e ceto
medio che, alla lotta per rivendicare migliori
condizioni di vita e di lavoro, univa adesso una più
decisa coscienza anti-colonialista ed anti-militarista.
106. Due fatti, in particolare, avevano scosso
l’opinione pubblica:
-
il soldato semplice Augusto Masetti, anarchico, a
due anni dalla fine della guerra di Libia, si trovava
ancora rinchiuso in manicomio, perché aveva ferito con
uno sparo il suo colonnello, mentre questi faceva
l’usuale esortazione patriottica alle truppe in partenza
per la guerra;
-
un altro soldato, Antonio Moroni, della linea
sindacalista-rivoluzionaria, era stato sottoposto a vere
e proprie torture, in una delle cosiddette “Compagnie di
disciplina dell’esercito”, dove venivano inviati molti
giovani di idee “sovversive” per essere “rieducati”.
La versione degli anarchici
107. Ecco come raccontò gli eventi della “settimana
rossa”, alcuni anni dopo, l’anarchico Errico Malatesta
(“Umanità Nova”, 28 giugno 1922):
“Da parecchio tempo … specialmente gli anarchici
ed i sindacalisti-rivoluzionari si agitavano per
ottenere la liberazione di Masetti e
l’abolizione delle Compagnie di disciplina.
Conferenze e comizi si moltiplicavano, ma gli effetti
erano scarsi e il governo non dava segni di cedere. Si
cercava qualche altro modo di manifestazione più
clamoroso, che potesse scuotere l’opinione pubblica ed
impressionare le autorità.
108. In un comizio in Ancona, un militare lanciò una
proposta che fu accolta con entusiasmo. Siccome si
avvicinava la prima domenica di giugno, in cui il mondo
ufficiale commemorava “la concessione” dello Statuto
Albertino, con riviste militari, ricevimenti reali e
prefettizi … noi, diceva il proponente, dovremmo
impedire o almeno disturbare la festa; convochiamo per
il giorno dello Statuto comizi e cortei in tutte le
città d’Italia e così il governo sarà costretto a tenere
le truppe consegnate in quartiere o occupate in servizio
di pubblica sicurezza, e le parate militari non potranno
farsi.
L’idea … fu sostenuta e propagata con calore, e quando
giunse la prima domenica di giugno, attuata in molte
città. Le parate non si fecero: la manifestazione era
riuscita, e noi non avremmo per allora spinte le cose
più oltre, anche perché andava maturando in Italia un
movimento generale e non avevamo interesse a spendere le
nostre forze in tentativi isolati. Ma la stupidaggine e
la brutalità della polizia disposero altrimenti.
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La Villa Rossa, sede dei
Repubblicani di Ancona |
109. In Ancona, la mattina le truppe erano restate
consegnate e non v’era stato nulla di grave. Nel
pomeriggio, vi fu un comizio nel locale dei repubblicani
a Villa Rossa, e dopo che ebbero parlato oratori
dei vari partiti (fra i quali Oddo Marinelli e Pietro
Nenni per i repubblicani e Errico Malatesta per gli
anarchici) e spiegato le ragioni della
manifestazione, la folla incominciò ad uscire.
Ma alla porta c’era la polizia che intimava di
sciogliersi e ritirarsi, mentre poi cordoni di
carabinieri chiudevano tutte le strade per le quali si
poteva andar via ed impedivano il passaggio.
Ne nacque un conflitto …
Tre dimostranti furono mortalmente colpiti: il commesso
Antonio Casaccia, di 28 anni, ed il facchino
Nello Budini, di 17 anni, entrambi repubblicani,
morirono in ospedale, mentre il tappezziere anarchico
Attilio Giambrignoni, di 22 anni, affacciato ad una
finestra del circolo, morì sul colpo. Vi furono anche
cinque feriti tra la folla e diciassette contusi fra i
carabinieri.
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La targa in Via Torrioni ad Ancona |
110. Immediatamente i tram cessarono di circolare, tutti
i negozi si chiusero e lo sciopero generale si trovò
attuato senza che ci fosse bisogno di deliberarlo e
proclamarlo.
L’indomani ed i giorni susseguenti Ancona si trovò in
stato d’insurrezione potenziale. Dei negozi d’armi
furono saccheggiati, delle partite di grano furono
requisite, una specie d’organizzazione per provvedere ai
bisogni alimentari della popolazione si andava
abbozzando.
La città era piena di truppa, navi da guerra si
trovavano nel porto, ma l’autorità, pur facendo
circolare grosse pattuglie, non osava reprimere,
evidentemente perché non si sentiva sicura
dell’obbedienza dei soldati e dei marinai. Infatti,
soldati e marinai fraternizzavano col popolo; le donne,
le impareggiabili donne anconetane, carezzavano i
soldati, distribuivano loro vino e sigarette, li
inducevano a mischiarsi con la folla; qua e là degli
ufficiali erano sputacchiati e schiaffeggiati in
presenza delle loro truppe e i soldati lasciavano fare e
spesso incoraggiavano con cenni e con parole … lo
sciopero prendeva ogni giorno di più il carattere di
insurrezione …
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La prima pagina dell'Avanti! del 9 giugno
1914 |
111. Intanto il movimento si era propagato con
rapidità fulminea nelle Marche e nelle Romagne e già si
estendeva in Toscana ed in Lombardia … L’accordo fra i
partiti rivoluzionari s’era fatto da sé … i lavoratori
repubblicani lottavano in bell’armonia con gli
anarchici e con la parte rivoluzionaria dei
socialisti.
Si stava per passare agli atti risolutivi. Lo sciopero a
tendenza insurrezionale si estendeva. I ferrovieri si
apprestavano a prendere in mano la direzione del
servizio per impedire le dislocazioni di truppe e non
far viaggiare che i treni utili per il movimento
insurrezionale. La rivoluzione stava per farsi, per
impulso spontaneo delle popolazioni, e con grandi
probabilità di successo …
112. Ma tutto ad un tratto, quando maggiori erano le
speranze, la direzione della Confederazione generale
del lavoro, con telegramma circolare, dichiarò
finito il movimento e ordinò la cessazione dello
sciopero.
E così le masse, che agivano nella fiducia di prendere
parte ad un movimento generale, furono disorientate;
ciascuna località vide naturalmente che era impossibile
resistere da sola, e il movimento cessò”.
Lo spegnimento
113. Dopo una avventurosa ricognizione in automobile per
tutta la Romagna, constatato l'esaurimento
dell'insurrezione popolare, il Sabato 13 giugno fu
proprio Nenni a presentare alla Camera del Lavoro di
Ancona l’ordine del giorno per la cessazione dello
sciopero.
Il 14 giugno, dopo ben 16 morti tra i rivoltosi, la
situazione tornò definitivamente sotto il controllo
dell'esercito.
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L'annuncio della cessazione dello
sciopero |
La posizione dei
socialisti riformisti
114. I socialisti riformisti, che pur avendo perduto il
controllo del partito, rimanevano tuttavia maggioritari
nel gruppo parlamentare e nella Confederazione generale
del lavoro, scrissero in quella occasione:
“Le grandi trasformazioni civili e sociali, ed in
particolare l'emancipazione del proletariato dal
servaggio capitalistico, non si conseguono mercé
scatti di folle disorganizzate, il cui insuccesso
risuscita e riattizza le più malvagie e stupide
correnti del reazionarismo.
Occorre dunque rimanere più che mai sul terreno
parlamentare e della propaganda fra le masse,
nella più decisa opposizione a tutti gli
indirizzi di governo militaristi, fiscali,
protezionisti, e vigilare per la difesa ad
oltranza a qualunque costo delle insidiate pubbliche
libertà, intensificando al tempo stesso l'opera
assidua e paziente, la sola veramente rivoluzionaria,
di organizzazione, di educazione, di
intellettualizzazione, del movimento proletario” (20
giugno 1914).
115. In definitiva, nonostante l’amplificazione
nazionale procurata dall’infiammato sostegno di Benito
Mussolini, che allora dirigeva il quotidiano socialista
“Avanti!”, il tentativo esplicitamente
insurrezionale rimase circoscritto alle Romagne e alle
Marche, mentre altrove si configurò soltanto come una
più o meno accesa solidarietà per le vittime degli
scontri.
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Il socialista Arturo Labriola
arringa la folla a Napoli nel 1914 |
Verso la guerra: la
“conversione” di Mussolini
116. In ogni caso, che avessero ragione i
“rivoluzionari” o che avessero ragione i “gradualisti”,
pochi giorni dopo un macigno ben più grande cadde sulle
spalle delle masse popolari, non solo in Italia: il 28
giugno 1914, vi fu il celebre attentato a Sarajevo; il
28 luglio 1914, iniziò la Prima Guerra Mondiale.
117. Infine, con gran colpo di scena, il 15 novembre
1914 esce il primo numero del nuovo giornale “Il Popolo
d’Italia”: il suo direttore è Benito Mussolini, proprio
lui: il socialista rivoluzionario intransigente, colui
che aveva fatto espellere dal Partito Socialista quelli
che non si opponevano alla guerra di Libia,
si professa ora convertito a una nuova fede e proclama
l’assoluta necessità che l’Italia partecipi alla Guerra
ben più grande che si è da poco scatenata in Europa.
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Benito Mussolini da giovane |
118. “Secondo Filippo Naldi (1886-1972), allora
direttore de Il Resto del Carlino, alle prime
spese per il giornale fecero fronte alcuni industriali
di orientamento più o meno interventista, o comunque
interessati a un incremento delle forniture militari:
Esterle (Edison); Bruzzone (Unione Zuccheri); Agnelli
(FIAT); Perrone (Ansaldo); Parodi (Armatori)”.
I Nazionalisti
119. Il Partito Nazionalista Italiano, più precisamente
“Associazione Nazionalista Italiana (ANI)”, ebbe vita
breve: fondata nel 1910, con un Congresso che si tenne
in Palazzo Vecchio a Firenze, confluì infine nel Partito
Nazionale Fascista, con deliberazione del suo sesto ed
ultimo Congresso, che si svolse a Roma nel 1923.
Il 1º marzo 1911 iniziò le pubblicazioni il settimanale
“L'Idea Nazionale”, organo ufficiale
dell’Associazione Nazionalista Italiana, che intraprese
immediatamente una campagna di stampa a favore
dell'intervento militare italiano in Libia (vedi
sopra, nn°95-96).
Grazie all’organizzazione e ai finanziamenti di cui
disponeva, riuscì ad avere un considerevole peso
politico, superiore alla sua consistenza numerica … e
trovò adepti in diverse categorie: da un lato, l’intellighenzia anti-giolittiana
e gli studenti universitari, che le fornirono
appoggio soprattutto nei primi anni di esistenza;
dall’altro, i proprietari terrieri e, in modo
molto più rilevante, la grande industria, che
fu la principale categoria di riferimento dei
nazionalisti.
121. Dopo la prima guerra mondiale, l’Associazione
modificò la struttura e gli strumenti di creazione del
consenso, dotandosi anche di una milizia paramilitare …
La fusione del 1923 consentì ai nazionalisti di
partecipare in prima persona alla costruzione del
regime, alla quale contribuirono in maniera molto
significativa”.
Le idee dei nazionalisti
italiani
121. Il teorico e principale esponente dei nazionalisti
italiani fu il giornalista toscano Enrico Corradini
(1865-1931), di cui riportiamo un estratto della
Relazione introduttiva al Primo Congresso
dell’Associazione (Firenze, 1910):
“Dobbiamo partire dal riconoscimento di questo
principio: come ci sono classi proletarie, così
ci sono nazioni proletarie … Il nazionalismo deve
anzitutto batter sodo su questa verità: l'Italia è
una nazione, materialmente e moralmente, proletaria
…
Come il socialismo insegnò al proletariato il valore
della lotta di classe, così noi dobbiamo
insegnare all'Italia il valore della lotta
internazionale.
Ma la lotta internazionale è la guerra? Ebbene, sia la
guerra! E il nazionalismo susciti in Italia la volontà
della guerra vittoriosa.
122. La nostra guerra vittoriosa non è
un'ingenuità poetica, o profetica, ma un ordine morale.
Noi insomma proponiamo un metodo di redenzione
nazionale … che chiamiamo “la necessità della
guerra”.
La guerra è l'atto supremo, ma affermare la necessità
della guerra significa riconoscere la necessità di
preparare la guerra e di prepararsi alla
guerra, cioè comprende un metodo tecnico e un
metodo morale: un metodo di disciplina
nazionale.
(Affermare la necessità della guerra significa)
… creare la ragione, formidabile e ineluttabile,
della necessità della disciplina nazionale. …
creare la necessità inesorabile di ritornare al
sentimento del dovere.
123. Preme al cuore de' nazionalisti che le scuole e le
ferrovie facciano il loro dovere … Per anni e anni fu
predicato ai lavoratori italiani dal socialismo, nostro
maestro e nostro avversario, che era loro interesse
rendersi solidali con i lavoratori della Cocincina e del
Paraguay e rompere ogni solidarietà con i loro padroni e
con la nazione italiana.
Bisogna rinchiodare nel cervello dei lavoratori
che hanno un maggiore interesse a mantenersi solidali
con i loro padroni e soprattutto con la loro
nazione, e a mandare al diavolo la solidarietà con i
loro compagni del Paraguay e della Cocincina …
124. L’Italia, da quando è costituita in libertà e in
unità, ha perduto due guerre e non ha risolta la
questione del Mezzogiorno. Vale a dire, il risultato
della nostra politica estera e della nostra politica
interna è cattivo.
Quali le cause? C'è bisogno d'un'opera di revisione
generale. Il nazionalismo si propone quest'opera”.
125. Con simili idee, non stupisce che la Associazione
Nazionalista Italiana sia stata la vera e propria
“incubatrice ideologica e organizzativa” del fascismo, e
che molti dirigenti di essa (Luigi Federzoni, Costanzo
Ciano, Alfredo Rocco, …) siano poi diventati importanti
esponenti del regime.
Enrico Corradini (1865-1931)
126. Ma chi era Enrico Corradini?
Nato a San Miniatello di Montelupo Fiorentino in una
famiglia di piccoli proprietari terrieri, studiò a
Firenze, laddove fu anche insegnante liceale di lettere.
Contribuì a fondare nel 1896, e poi diresse a partire
dall’anno successivo, la rivista “Il Marzocco”: il
marzocco è il leone sedente, con la zampa destra
alzata che sostiene lo scudo col giglio, stemma del
Comune di Firenze; ed il nome della rivista fu scelto da
Gabriele D’Annunzio.
Insieme a Giovanni Papini, Vilfredo Pareto e Giuseppe
Prezzolini, diede poi vita nel 1903 anche all’altra
rivista “Il Regno”.
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Enrico Corradini |
127. Dal 1910, come detto, diventò il principale
animatore dell’Associazione Nazionalista Italiana e del
settimanale “L’Idea Nazionale”.
Nel 1913, profittando del “Patto Gentiloni”, si candidò
alla Camera in una lista Nittiana con il sostegno anche
dei cattolici, nel Collegio elettorale di Marostica, ma
non venne eletto.
L’anno successivo, trasformò “L’Idea Nazionale” da
settimanale a quotidiano, grazie a cospicui
finanziamenti ricevuti:
“I
contatti del Corradini con il mondo imprenditoriale
erano già molto stretti fin dal 1913 e fu soprattutto
per merito suo che
L’Idea Nazionale,
attraverso la costituzione della “Società anonima
L'Italiana” (nel cui consiglio di amministrazione,
assieme al Corradini, sedevano gli industriali Ferraris,
Bombrini e Rattazzi) riuscì a trovare finanziamenti che
le consentirono di trasformarsi da settimanale in
quotidiano, mediante gli aiuti forniti da un gruppo
d'imprenditori tra cui spiccavano personaggi noti
dell'industria siderurgica, meccanica e zuccheriera”
… in vario modo interessati alle commesse belliche.
128. Fu naturalmente acceso fautore dell’entrata in
guerra dell’Italia e polemizzò aspramente contro i
neutralisti, argomentando con pari veemenza l’intervento
prima a fianco della Triplice Alleanza e poi a fianco
della Triplice Intesa: in sostanza, purché si facesse la
guerra, non aveva molta importanza con chi, contro chi,
e perché …
Negli anni poi della guerra, ben lontano dalle trincee,
si legò ancor più strettamente all’Ansaldo dei fratelli
Perrone, ottenendo da loro sempre più lauti
finanziamenti per L’Idea Nazionale …
129. Finito il conflitto mondiale, appoggiò l’impresa di
Fiume e tentò anzi di convincere Gabriele D’Annunzio ad
effettuare nel 1919 una “marcia su Roma”.
Fu lui, infine, a guidare la confluenza
dell’Associazione Nazionalista Italiana nel Partito
Fascista, che avvenne nel 1923.
Non a caso, in quello stesso anno, il 1° marzo, fu
nominato senatore dal Re Vittorio Emanuele III.
Fu membro del Gran Consiglio del Fascismo dal gennaio
1925 al dicembre 1929. Morì il 10 dicembre del 1931.
130. Autore anche di romanzi che nessuno lesse e di
opere teatrali che mai ebbero spettatori, alla sua morte
si meritò uno sperticato elogio da Benito Mussolini, che
ne volle anche la tumulazione in Santa Croce a Firenze:
“un onore che, collocandone le spoglie assieme a quelle
di Alfieri, Foscolo e Machiavelli, appare onestamente un
po’ esagerato”
per un uomo che fu uno sciagurato e prezzolato
guerrafondaio, con un cervello alquanto confuso che
dirigeva, da par suo, una (ahinoi!) molto sciolta
favella …
Il movimento politico dei
cattolici negli anni di Giolitti
131. Il periodo giolittiano (1900-1914) coincide, in
pratica, con quello del pontificato di Pio X
(1903-1914).
Sotto la spinta delle lotte operaie e contadine
dell’ultimo decennio del secolo, nell’ambito dell’Opera
dei Congressi,
negli anni intorno al 1900, si sviluppò la corrente di
pensiero che fu detta democrazia cristiana.
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Il primo numero del giornale La
democrazia cristiana in difesa dei figli del popolo |
132. Suo principale animatore e teorico fu un giovane
prete, marchigiano ma residente a Roma: Romolo Murri
(Montesampietrangeli di Ascoli, 1870 - Roma, 1944), le
cui idee trovarono ascolto soprattutto fra gli studenti
cattolici ed una parte del giovane clero; non a caso, lo
stesso Murri fu il fondatore della FUCI (Federazione
degli Universitari Cattolici Italiani), che venne
riconosciuta ufficialmente nel 1896.
A partire dal 1 gennaio 1898, uscì la rivista “Cultura
sociale” (fondata e diretta dal Murri stesso) che fu,
per alcuni anni, “l’organo ufficiale” del movimento
democratico-cristiano, affiancata poi, a partire dal 7
dicembre del 1900, da “Il domani d’Italia”.
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Don Romolo Murri |
Le idee dei democratici cristiani …
133. Le idee sostenute dai democratici-cristiani
costituivano un netto “svecchiamento” rispetto alla
precedente esperienza politica dei cattolici italiani,
mettendo decisamente da parte ogni nostalgia per la
società pre-borghese e proponendosi di “realizzare il
proprio programma politico e sociale appoggiandosi
essenzialmente sulle classi popolari”, anzi addirittura
di “sgombrare la via ad un programma cattolico di
sinistra”.
134. Il Murri sosteneva la necessità di una convinta
adesione dei cattolici a tutto il “progresso” recato
all’Italia dal Risorgimento (l’unità e l’indipendenza
della nazione, le libertà democratiche e civili, etc.),
superando la storica impostazione anti-risorgimentale
delle gerarchie della Chiesa e riallacciandosi alle
posizioni “neo-guelfe” di Vincenzo Gioberti, che a suo
tempo erano state emarginate dal Vaticano; propugnava
larghissime autonomie comunali; l’estensione del diritto
di voto ai ceti popolari accompagnata dal metodo
proporzionale nelle elezioni; la diminuzione delle spese
militari; la diffusione della scuola pubblica; una
riforma fiscale che alleviasse il peso sui ceti più
popolari e facesse pagare di più quelli più benestanti,
etc.
135. Si veniva così a configurare un vero e proprio
“partito-ombra” dei cattolici, che il Murri dichiarava
pronto ad entrare in campo, con una impostazione
socialmente molto avanzata, non appena fosse stata
decisa, dalle autorità ecclesiastiche, l’abolizione del
non expedit.
… e le idee di Pio X
136. In campo politico, non era questa, però,
l’impostazione del nuovo pontefice, eletto nel 1903 col
nome di Pio X: Giuseppe Sarto (1835-1914), già
Patriarca di Venezia, e poi proclamato Santo nel 1954.
Decisamente contrario alla corrente
democratico-cristiana, il nuovo papa cominciò con lo
sciogliere d’autorità (nel luglio 1904) l’Opera dei
Congressi, nella quale le opinioni del Murri erano
diventate ormai maggioritarie.
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Pio X nel suo studio |
Nuova organizzazione
137. L’anno dopo (11 giugno 1905), con l’enciclica “Il
fermo proposito”, Pio X stabilì una completa
ri-organizzazione di tutto il movimento cattolico
italiano.
Al posto della disciolta Opera dei Congressi, vennero
costituite tre “Unioni” nazionali: l’Unione popolare,
l’Unione economico-sociale e l’Unione elettorale.
L’Unione popolare ebbe il compito di svolgere
prevalentemente attività di studio, propaganda ed
organizzazione; suo primo presidente fu Giuseppe Toniolo.
Nell’ambito di essa, nacque (sulla base di analoghe
esperienze che già vi erano in Francia) l’iniziativa
delle “Settimane sociali dei cattolici”, che erano degli
incontri nazionali, con relazioni e discussioni su temi
stabiliti: la prima si svolse a Pistoia nel 1907.
L’Unione economico-sociale ebbe invece una più
vasta base di massa, articolata nei tre settori:
sindacato, società di mutuo soccorso e cooperative, che
continuarono in quegli anni il loro rapido sviluppo.
L’Unione elettorale, infine, aveva lo scopo di
coordinare le associazioni elettorali cattoliche
esistenti a livello locale ed elaborare un programma di
azione da “propugnare concordemente” da parte degli
eletti.
138. Alle tre Unioni si affiancava, inoltre, la
pre-esistente “Gioventù cattolica”.
Ed è significativa anche la successiva costituzione, nel
1909, della Unione fra le donne cattoliche
d’Italia, che fu la prima organizzazione femminile
cattolica su base nazionale, presieduta fino al 1917
dalla principessa Maria Cristina Giustiniani Bandini
(1866-1959), con spiccati caratteri aristocratici e
borghesi ed attività prevalentemente caritative.
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Maria Cristina Giustiniani Bandini
(1866-1959) |
Nuova linea politica
139. Su questa base organizzativa, ma già a partire
dalle elezioni del 6 novembre 1904, Pio X modificò
gradualmente la linea politica dettata ai cattolici
italiani, passando dal rigido non expedit ad un
atteggiamento più flessibile, che venne in seguito
riassunto nella formula, non certo priva di ambiguità,
“cattolici deputati si, deputati cattolici no”.
In sostanza, pur restando vietato ai cattolici di
organizzarsi in un partito nazionale vero e proprio, era
loro permesso di andare a votare, nei rispettivi collegi
uninominali, per quei candidati che esibivano un
programma più simile al loro; ed inoltre, che alcuni
esponenti cattolici locali, previo consenso dei
rispettivi vescovi, si presentassero essi stessi come
candidati nei collegi uninominali, purché appoggiati da
tutto il fronte moderato.
Il Patto “Gentiloni”
(1913)
140. Tale linea venne confermata nelle elezioni del
1909, finché nel 1913, in occasione delle prime elezioni
a suffragio quasi universale,
culminò nel così detto “patto Gentiloni”, ovvero un
accordo elettorale complessivo fra liberali e cattolici.
Il
patto fra liberali e cattolici fu chiamato “patto
Gentiloni” dal cognome del conte Vincenzo Ottorino
Gentiloni (Filottrano di Ancona, 1865 - Roma, 1916)
nominato, da Pio X, presidente dell’Unione elettorale
dei cattolici nel 1909.
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Vincenzo Ottorino Gentiloni |
141. I punti dell’accordo erano sette:
1)
Difesa … delle libertà di coscienza e di associazione, e
quindi opposizione anche ad ogni proposta di legge in
odio alle congregazioni religiose …
2)
Col maggiore incremento alla scuola pubblica, non siano
fatte condizioni che intràlcino o scrèditino l’opera
dell’insegnamento privato …
3)
Diritto dei padri di famiglia di avere pei propri figli
una seria istruzione religiosa nelle scuole comunali …
4)
Assoluta opposizione al divorzio.
5)
Parità di fronte alla legge fra le varie organizzazioni
economiche o sociali …
6)
Riforma graduale e continua degli ordinamenti tributari
e degli istituti giuridici, nel senso di una sempre
migliore applicazione dei principi di giustizia nei
rapporti sociali.
7)
Progressivo incremento dell’influenza italiana nello
sviluppo della civiltà internazionale.
142. E’ da notare che questo accordo era sancito in sede
locale, collegio per collegio, con quei candidati
liberali che accettassero i 7 punti “o privatamente per
iscritto o con la esplicita inclusione di tali punti nel
pubblico programma”.
Si ammetteva quindi che l’accordo potesse anche rimanere
segreto, ossia non dichiarato apertamente agli
elettori: cosa che, in effetti, avvenne in molti
casi, tanto che lo stesso Giolitti, dopo le elezioni,
poté addirittura smentire, nel dibattito parlamentare,
che vi fosse stato alcun accordo.
Non si può certo dire che questa prima entrata delle
organizzazioni ufficiali cattoliche nella competizione
politica italiana costituisse un contributo
significativo alla moralità e alla trasparenza della
vita pubblica.
La sorte di Romolo Murri
143. In ogni caso, è evidente che, con questa linea
politica, erano incompatibili la linea
democratico-cristiana ed il Murri, che avrebbe voluto un
unico partito nazionale dei cattolici, “appoggiandosi
essenzialmente sulle classi popolari” per “sgombrare la
via ad un programma cattolico di sinistra”.
Nel 1906, venne quindi condannata la “Cultura sociale”,
che dovette sospendere le pubblicazioni, ed il Murri
stesso venne prima sospeso a divinis nel 1907, e
poi scomunicato nominativamente, in seguito alla
sua decisione di presentarsi come candidato indipendente
al Parlamento, riuscendo anche eletto nelle elezioni del
1909.
144. E’ però da annotare che nel 1943, ovvero più di 30
anni dopo ed in circostanze politiche ben diverse, il
papa Pio XII revocò la scomunica inflitta a
Romolo Murri, senza che egli dovesse rinunciare in
nulla alle sue idee né rinnegare alcunché del suo
passato. Il Murri morì, quindi, l’anno seguente
(1944), pienamente riconciliato con la Chiesa.
145. Sulla sua tomba, nel cimitero di Gualdo di
Macerata, volle che fosse scritto:
QUI GIACCIONO I RESTI MORTALI
DI
ROMOLO MURRI
NON EBBE NOME NE’ POSTO NELLE
GERARCHIE MONDANE
NON CERCO’ ONORI E RICCHEZZE
MA CREDETTE FORTEMENTE IN DIO
DIO VOLLE E CONSIDERO’ UFFICIO
E PREGIO DELLA VITA
SERVI’ LUI NEL PROSSIMO
146. Poco dopo, quando le idee democratico-cristiane del
Murri erano ormai diventate la posizione “ufficiale”
della Chiesa italiana e il partito della Democrazia
Cristiana aveva vinto le cruciali elezioni del 1948, lo
stesso papa Pio XII proclamò prima Beato (1951) e poi
Santo (1954) il suo predecessore Pio X, cioè il Papa che
aveva scomunicato Murri.
A Napoli: l’inchiesta Sarédo (1900-1901)
147. Alla squillante data del 1° maggio 1899, venne
pubblicato il primo numero di un nuovo periodico
socialista napoletano, dal titolo “La propaganda”, il
cui animatore era il giovane avvocato abruzzese
Arnaldo Lucci (1871-1945).
Il 10 dicembre dello stesso anno, “La propaganda” iniziò
una martellante campagna di stampa contro il deputato,
anch’egli napoletano, Aniello Alberto Casale, accusato
di essere organicamente collegato alla Bella Società
Riformata: il Casale, secondo “La propaganda”, aveva nel
suo staff persone affiliate alla Società, era
eletto con i voti della camorra, ne favoriva
direttamente gli interessi e ne spartiva i proventi.
Il giornale accusava esplicitamente il Casale, il
Sindaco Celestino Summonte ed il direttore de “Il
Mattino” Edoardo Scarfoglio, di essere i vertici, e gli
emblemi, del connubio strutturale fra la Bella Società
camorrista e la borghesia cittadina, in particolare i
politici, locali e nazionali, gli affaristi ed i
giornalisti fiancheggiatori.
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Arnaldo Lucci |
148. Nello stesso tempo, alla Camera, il deputato
Giacomo De Martino (non socialista) dichiarava:
“Qualunque inchiesta, fatta onestamente e
coraggiosamente, dimostrerebbe che l’amministrazione
comunale di Napoli è guasta e corrotta nelle midolla e
che, sorta da compromessi con la camorra, alta e bassa,
per essa e con essa vive … Nell’alto, si formano gli
appalti, i contratti, le concessioni pubbliche: su di
esse arricchiscono i pezzi grossi; ma a quegli appalti,
a quei contratti, a quelle concessioni, partecipa man
mano la bassa camorra che è loro assoldata” (15 dicembre
1899).
149. Il deputato Casale sporse querela contro “La
propaganda”, ma il 31 ottobre 1900 i redattori del
giornale uscirono assolti, per aver documentato la
fondatezza delle loro accuse.
Ed erano davvero altri tempi: immediatamente, Aniello
Alberto Casale si dimise da deputato e subito dopo, nel
novembre dello stesso anno 1900, il capo del governo e
ministro degli interni, Giuseppe Saracco, sciolse
l’amministrazione comunale ed istituì una “Règia
commissione d’inchiesta per Napoli” guidata dall’alto
magistrato Giuseppe Sarédo (1832-1902),
presidente del Consiglio di Stato e già Commissario
straordinario al Comune di Napoli dieci anni prima.
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Giuseppe Saredo |
I risultati
dell’inchiesta (1901)
150. I risultati dell’inchiesta Sarédo furono pubblicati
l’anno dopo (22 ottobre 1901): una corposa relazione,
contenuta in due ponderosi volumi, che fece grande
scalpore e suscitò molte polemiche.
La relazione era, certo, inutilmente prolissa; risentiva
indubbiamente della ideologia positivista lombrosiana
allora di gran moda nei ceti colti; ed accarezzava
finanche le teorie pseudo-scientifiche circa la presunta
inferiorità etnica dei meridionali. Tuttavia, nella
sostanza, era molto chiara e precisa.
151. Analizzava giustamente le pregresse vicende del
Risanamento
dopo il colera del 1884, stigmatizzando in particolare
la peggiorata sorte della popolazione sfrattata, il
ritardo nei lavori, il mancato completamento delle
fognature, etc.
Avanzava al governo precise proposte di politica
economica, che saranno poi riprese da un giovane
studioso lucano, di nome Francesco Saverio Nitti (vedi
oltre).
E soprattutto, confermando le tesi in precedenza
sostenute da “La propaganda”, enunciava esplicitamente
“come abbia agito e come agisca tuttora la camorra, che
presentemente si intitola Bella Società Riformata …”
La camorra: alta e bassa
152. “Il male più grave, a nostro avviso, fu quello di
aver fatto ingigantire la camorra, lasciandola
infiltrare in tutti gli strati della vita pubblica e per
tutta la compagine sociale, invece di distruggerla … o
per lo meno di tenerla circoscritta …
In corrispondenza quindi della bassa camorra
originaria, esercitata sulla povera plebe … si
vide sorgere una alta camorra costituita da più
scaltri ed audaci borghesi. Costoro, profittando
dell’ignavia della loro classe e della mancanza in essa
di forza di reazione … riuscirono a trarre alimento nei
commerci e negli appalti, nelle adunanze politiche e
nelle pubbliche amministrazioni, nei circoli e nella
stampa.
La nuova organizzazione elettorale, a base di clientele,
di servizi resi e ricambiati in corrispettivo del voto
ottenuto, sotto forma di protezione, di assistenza, di
consiglio, di raccomandazione, rese possibile lo
sviluppo anche della classe dei faccendieri o
intermediari …
153. Se la Bella Società Riformata … da sola potette
sempre molto, assai più deve avere impero e potere
quando siasi accaparrata la gratitudine e l’appoggio
delle persone influenti, che se ne servono a scopo
elettorale.
Di questo appoggio si ha una prova assai eloquente: …
nel biennio 1898-1899, di 633 denunce per ammonizione
fatte dalla questura, solo 107 furono accolte … per
tutte le altre, si dichiarò non luogo a procedere. I
ladri e i malfattori più astuti, e specialmente i
camorristi, seppero sfuggire al provvedimento, valendosi
specialmente di protezioni”.
La camorra storica: la
Bella Società Riformata (1820-1912)
154. Ma che cos’era, e da dove veniva, questa “camorra,
che presentemente (1901) si intitola Bella Società
Riformata”?
La Bella Società Riformata, ovvero quella che può essere
considerata la camorra storica, era nata nel 1820
e morì nel 1912 con il processo Cuòcolo (vedi oltre).
Prima del 1820, non si hanno notizie documentatamente
sufficienti per poter avanzare altro se non ragionevoli
congetture; e dopo il 1912, la camorra è cosa diversa.
155. E’ dunque solo con specifico riferimento alla Bella
Società Riformata (1820-1912) che possiamo dire, con
Marc Monnier:
“La camorra potrebbe essere definita l’estorsione
organizzata: essa è una società segreta popolare
… una fra-massoneria plebea … il cui fine
principale è, per usare una loro espressione, caccia’
l’oro da ‘e pedùcchie (= estrarre l’oro dai pidocchi
= estorcere denaro ai meno abbienti)”.
156. Evidentemente, sono sempre esistite, in tutti i
tempi e luoghi, “associazioni a delinquere” cioè
aggregazioni più o meno temporanee di persone aventi il
fine di delinquere, spartendosi poi fra di loro i
proventi.
Ma ciò che era specifico della Bella Società Riformata,
e ne costituisce quindi la definizione, è che si
trattava di persone appartenenti alla plebe urbana
napoletana che si organizzavano in forma di
società segreta, allo scopo di procurare a se stessi
condizioni più piacevoli di esistenza, imponendo
il proprio potere ed estorcendo denaro
alla restante parte della plebe.
157. Si auto-definivano annuràta suggità (=
onorata società) e bollavano come “infami” coloro che
violavano le regole del loro codice di umirtà (=
omertà).
Ma, oggettivamente parlando, è difficile immaginare
qualcosa di più ignobile ed abietto del loro sodalizio:
erano veramente, secondo l’immagine usata da Francesco
Mastriani ne “I Vermi”, come le tarle, che
vivevano da arroganti parassiti, corrodendo la veste,
già di per sé stracciata, dell’ingente plebe napoletana.
La camorra descritta da
Giacinto de’ Sivo
158. “Tali bravacci s'allargano nelle carceri e nelle
caserme soldatesche, riscotenti premii da paura altrui;
poi nelle strade, in bettole, bische, postriboli,
mercati, dovunque possono speculare sul coltello. Càvano
moneta da' carcerati, da’ giocatori, da' mercanti, da'
contratti d'ogni sorta.
Vestono giacca di velluto, calzoni stretti a' ginocchi e
larghi a pié, canna d'india in mano, anelli molti alle
dita, capelli lisciati, coltelli in tasca.
Per
similitudine, diciamo poi camorristi i giocatori
ladri, gli storci-leggi, i sicarii, i vagabondi, e
chiunque non fatica e vive di brogli. Camorrista
é un composto di ladro, galeotto, pugnalatore, usuraio,
contrabandiero e proletario.
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Il camorrista come descritto dal De Sivo |
159. Per essere ammesso alla setta … devi essere
onorato cioè non stato mai ladro, né gendarme, né
poliziotto, né congiunto a meretrici; ammesso, devi poi
ubbidire cieco a' superiori, e perpetrare furti,
assassinii, e peggio.
Prima, nel noviziato, imparano scherma di coltelli e un
linguaggio furbesco; passano avanti per esami, che son
duelli a pugnali (le cosiddette zumpàte), e vanno
al grado di sgarro …
160. L' insubordinazione puniscono con isfrègi al
volto; appellano infame chiunque in giudizio dà
testimonianze contro di loro, e si vendicano.
Sono aiutati da loro donne in tutto, massime nelle
esazioni; sicché anche nelle carceri han la parte de'
guadagni, e il sostentamento.
161. Il popolo minuto sopporta cotesta tirannia
abbietta, e paga senza fiatare; anzi ne' giudizi non
trovi chi si quereli, né chi testimoni contro di loro.
Oltracciò, i camorristi, paghi del tributo,
proteggono talvolta il debole contro il forte, e fanno i
pacieri (= la gente del popolino, che non aveva soldi
per pagare gli avvocati, in caso di controversie
preferiva rivolgersi a loro, ai quali comunque già
pagava il tributo)”.
La camorra descritta da
Francesco Mastriani
162. Francesco Mastriani,
da par suo, ci mostra in diretta
la figura di Carmine Esposito, detto Carminiello ‘o
carpecàto, nato o meglio rinvenuto nella “ruota”
della Santa Casa dell’Annunziata nel 1835.
Ci racconta il suo passaggio dalla Santa Casa al Reale
Albergo de’ Poveri; la sua vita vagabonda; la cerimonia
della sua ascrizione alla Bella Società; prima
picciotto di sgarro, poi camorrista proprietario
in una delle prime paranze del mercato e
sghizzo guardiano nella camorra sul contrabbando …
fino alla sua condanna al carcere a vita, per
partecipazione a vari omicidi.
La camorra e lo Stato
borbonico
163. Il Mastriani ci consente anche di capire quali
fossero i rapporti fra la Bella Società e le istituzioni
dello Stato borbonico.
Vediamo così che Carmeniello “andava a braccetto
coi più reputati birri del suo quartiere e spesso con
loro traeva a sbevazzare nelle bettole … perché i
poliziotti, come pure gli addetti alla dogana ed altri
impiegati … per non esporre la loro vita per due carlini
al giorno che dava loro il governo, chiudevano per lo
più ambo gli occhi ed aprivano invece ambo le mani …
ed anche il Cavaliere (il commissario di polizia) mi
conosce e mi stima”.
Ma vediamo anche che quando il Nostro entra addirittura
nel palazzo del Ministero dell’Interno e chiede di
“occupare una sedia di afficiale di carrica”, il
Capo di Ripartimento “perdette il centro di
gravità e scoppiò a ridere” …
Il Codice della camorra
(= il friéno)
164. Il Mastriani riporta altresì “i 24 articoli del
Codice della camorra … che togliamo da un recente
(nel 1863) opuscolo su Natura ed origine della
misteriosa setta della Camorra”.
Certamente, la camorra “aveva un suo Codice, e rendeva
giustizia da sé medesima”: questa sorta di Statuto fu
scritto, molto verosimilmente, fin dalla fondazione del
sodalizio nel 1820, ed altrettanto verosimilmente era
custodito dal contaiuòlo o dal segretario
pro tempore (vedi oltre), che erano poi praticamente gli
unici, fra loro, che sapessero leggere, scrivere e far
di conto.
165. Di fatto, però, il friéno (= il Codice
scritto) aveva un valore più che altro simbolico, perché
la maggior parte dei camorristi non sapeva leggere né
scrivere, e perciò … “è probabile che si trasmettessero
a viva voce alcune tradizioni fondamentali e
abbandonassero le particolarità al senno dei capi e
degli affiliati … I settàri, non sapendo leggere … si
tramandano a viva voce gli usi e i regolamenti loro,
modificati a seconda dei tempi, de' luoghi, della
volontà dei capi e delle decisioni delle adunanze”.
166. Di (quasi) sicuro, sappiamo che:
-
il 12 settembre 1842, il contaiuòlo Francesco
Scorticelli lesse in S. Caterina a Formiello un nuovo
friéno in 26 articoli, che sostituì ufficialmente
quello del 1820;
-
una ventina di anni dopo, intorno al 1860, esisteva un
friéno composto di 24 articoli.
La camorra descritta da
Marc Monnier
167. L’italo-svizzero Marc Monnier (Firenze, 1829;
Ginevra, 1885) è l’autore del primo tentativo si
scrivere una storia documentata della camorra. Si tratta
di “La Camorra – Notizie storiche raccolte e documentate
per cura di Marco Monnier”, Ed. Barbera, Firenze, 1862,
poi più volte ristampata.
Il Monnier scrisse, come si vede, subito dopo la
conquista del Regno delle due Sicilie da parte dei
Savoia, ed era di sicuri sentimenti liberali ed
“unitari”, nonché amico personale di Silvio Spaventa,
che fu capo della polizia a Napoli proprio in quel
periodo.
 |
|
Marc Monnier |
168. I suoi genitori erano giunti a Napoli nel 1832,
poco dopo la sua nascita, e qui divennero proprietari
dell’Hotel de Genève che il giovane Marc ereditò
nel 1855.
Si trovava certamente a Napoli nel 1860, al momento
dell’entrata in città del Garibaldi il 7 settembre; poco
dopo, il 7 dicembre, si sposò con una francese, di nome
Hélène Dufour, e partì in viaggio di nozze, rientrando
poi a Napoli l’8 gennaio 1861.
Nel 1864, alla morte della madre, vendette l’albergo e
si trasferì definitivamente a Ginevra, laddove divenne
professore universitario e poi anche Rettore.
169. Con lui ha inizio la fallàce tradizione
storiografica secondo la quale la camorra sarebbe
soltanto “un residuo del passato e tirannico regime
borbonico, che il nuovo e liberale Stato unitario sta
adesso combattendo energicamente …”
Lasceremo perciò da parte la cornice ideologica della
sua opera, prendendo tuttavia, dal quadro da lui
dipinto, le “notizie raccolte e documentate”.
L’organizzazione
170. “In Napoli v'erano 12 centri, uno per quartiere:
ognuno di questi centri suddividevasi in parànze
speciali, le quali agivano per loro conto e facevano
combriccola e borsa a parte. Esamineremo in appresso i
diversi mestieri di queste piccole società anonime.
Constatiamo soltanto che ogni centro (quindi, ogni
quartiere) aveva il suo capo (chiamato Capintrìto
o capo-società; i 12 capintrìti eleggevano poi, fra di
loro, un Capintèsta, che era il capo supremo; i
camorristi carcerati eleggevano fra di loro un
Capintrito del carcere, che però cessava dall’incarico
al momento della scarcerazione).
I capintrìti erano eletti da coloro che dovevano
ad essi obbedire. Erano certamente onnipotenti, ma non
potevano prendere gravi provvedimenti, senza consultare
i loro sottoposti. Ogni camorrista, che non subisse
pena, aveva voto consultivo e deliberativo.
Nulla èravi di più grottesco di queste riunioni
gravissime, ove plebei malfattori discutevano con
imperturbabile correttezza
sulle più
piccole minuzie. Ma nulla èravi di più terribile,
allorché con la stessa calma e la stessa gravità
prendevano a trattare questioni di vita e di morte!
171. Il capo era potente più per il suo valore personale che
per l'importanza delle sue attribuzioni. I camorristi
sceglievano per dirigerli l'uomo più imperioso e più
coraggioso … ma l'eletto non diventava che il presidente
delle riunioni e il cassiere della comitiva: come
presidente, aveva il diritto di convocarle; come
cassiere, godeva di un potere considerevole, perché egli
stesso distribuiva la camorra.
Camorra
è infatti il nome della società in generale, ma più
particolarmente denota i fondi della cassa comune.
Il prodotto delle estorsioni compiute chiamàvasi anche
baràttolo”.
La gestione della cassa comune
172. “E mi basta qui notare come tutto il danaro guadagnato
era consegnato al capo; il quale designava un
Contaiuòlo (contabile) incaricato di tenere i
registri e segnarvi esattamente la parte del
baràttolo, che spettava ad ognuno; èravi anche
talvolta sotto i suoi ordini un Capo-carusiéllo
(capo della cassa), che conservava il danaro.
Per ultimo v'era un Segretario, scelto fra i rari
compagni che avean frequentato
le scuole; questi dovea giurare
sulla croce, o sopra pugnali incrociati, lo che
equivaleva, di non rivelar a chicchessia, neppur ai
fratelli, ciò che il capo illetterato gli avea fatto
l'onore di dettargli …
La distribuzione del baràttolo avea luogo le domeniche:
la facea il capo, il quale di suo pieno diritto
riteneva, in questa occorrenza, le ammende inflitte per
infrazioni leggiere, e liquidava i piccoli affari
privati dei suoi sottoposti. Fatte tali prelevazioni,
divideva fra essi colla massima esattezza il prodotto
della camorra. Ma anzi tutto, egli avea prelevato per sé
la parte del leone, come era di giustizia”.
Il linguaggio
173. “La camorra somiglia a tutte le sètte del mondo in quanto
ha usi particolari e linguaggio speciale.
Così i capi hanno il titolo di Masto, Sì masto o
Capo-Masto (signore, padrone, maestro,
capo-maestro); quest'ultimo titolo dàvasi a coloro che
avevano maggiore notorietà.
Quando un semplice compagno (questo nome appartiene di
diritto a tutti gli affiliati) dirige nella via la
parola a uno de' capi, gli dice col cappello alla mano:
- Masto, volete niente? Quanto al semplice
compagno, esso non ha diritto che al titolo di Sì,
abbreviativo di Signore.
174. Nel linguaggio della setta, ubbidienza equivale ad
ordine; freddare o stutàre ad uccidere;
dormente a morto. L'uomo derubato chiàmasi
agnello o soggetto; l'oggetto rubato,
morto o rufo; la tangente percepita, sbruffo;
il ricettatore, graffo; il coltello, martino,
punta o misericordia; l'arme a fuoco,
bocca, tofa o buonbas; il revolver
tic tac, o bo-botta; le pattuglie gatti,
neri o sorci; il commissario di polizia
capo-lasagna; l'ispettore tre lasagne; il
lasagnàro era il sergente di gendarmeria; l'aspàrago
(sparagio) il semplice gendarme; il palo la
spia; la serpentina la piastra; chiantale
il cambiar discorso. Il verbo accammuffare
significava togliere altrui. Quando un picciotto
prendeva sopra di sé il delitto di un camorrista, egli
se lo accollava”.
Le dispute interne
175. “Fra i compagni ogni alterco doveva cessare dietro
l'ordine di un terzo, che riferiva al capo il motivo
della disputa: questi si interponeva arbitro; ma se la
decisione non appagava i contendenti, ricorrevano alla
giustizia del coltello (la cosiddetta zumpàta).
In questo caso il duello era più serio della tirata
di musco che serviva di prova ai picciotti. Si
feriva nella cassa, ossia nel mezzo del petto”.
Anzianità e malattia
176. “Il camorrista poteva rinunziare alla sua qualità, ma non
abbandonare giammai completamente la setta; non era
astretto ai doveri, alla disciplina di essa, non ne
partecipava i profitti, ma conservava, a malgrado di
ciò, alquanta influenza e considerazione. Aveva il
diritto di dare consigli e il potere di farsi ascoltare;
la sua rinunzia era considerata come un'abdicazione, non
come una decadenza. La società rispettava sempre in lui
l'antico compagno.
I vecchi camorristi erano soccorsi; la vedova e i figli di
quegli che era morto sotto le armi al servizio della
setta riscuotevano esattamente una pensione; i malati
erano assistiti, i morti vendicati …”
Mamme, Gran Mamma e
Mammasantissima
177. La Bella Società aveva i suoi tribunali che si chiamavano
Mamme “perché le mamme giudicano non con la
penna, come i tribunali del Re, ma col cuore e con la
mente”.
Vi era una Mamma per ogni quartiere, presieduta dal
capintrìto locale; e una Gran Mamma, che
aveva competenza su tutta la città, era presieduta dal
capintèsta e si riuniva per le decisioni più
importanti: nell’esercizio delle sue funzioni di
presidente della Gran Mamma, il capintèsta
aveva il titolo di Mammasantissima.
Il verbale di una
riunione della Gran Mamma nel 1822
178. Che cosa però significasse, in concreto, “giudicare non
con la penna ma con il cuore e con la mente” possiamo
capirlo da un documento del febbraio 1822, che è il vero
e proprio verbale di una riunione della Gran Mamma,
sequestrato dalla polizia borbonica in seguito ad una
irruzione.
179. La Gran Mamma era riunita per discutere il caso di un tal
Giovanni Esposito, detto Core ‘e cane, il quale
aveva, niente di meno, ucciso il suo capintrìto,
anche se, a quanto pare, in un momento di ubriachezza.
La Gran Mamma, in quella circostanza, era composta, oltre che
dal Mammasantissima presidente, da altri quattro
compagni autorevoli nonché dal contaiuòlo in
qualità di verbalizzante.
180. Dopo regolare dibattimento, sentiti l’accusato ed i
testimoni, e senza tener conto della supplica scritta
presentata da Antonietta Lo Fierro, innamorata
dell’imputato, “che proprio non c’entra in mezzo alla
causa” … la Gran Mamma “dopo aver fatto recitare ad alta
voce a tutti i presenti un paternostro, un’avemaria e un
gloriapatri per le anime del purgatorio” decise che …
“poiché il friéno (= il codice della camorra),
come il contaiuòlo nostro compagno può
riscontrare, dice che chi stuta un superiore deve
essere stutàto, ordiniamo e comandiamo, ai due
giovanotti che l’arrestarono, di stutare Core ‘e cane
con due pugnetùre alla scatoletta (= due
coltellate al petto)”.
Fortunatamente per Giovanni Esposito, l’irruzione della
polizia, avvertita dalla sua fidanzata, lo salvò, almeno
in quella circostanza, dalla pena di morte.
Le origini
181. Ma quando e come era nata la Bella Società? Seguiamo in
proposito l’opinione dello storico inglese
John Dickie (“Onorate società -
Origini ed ascesa di mafia, camorra e ndràngheta”, Ed.
Laterza, 2012):
“La camorra è nata in galera … Il predominio della
criminalità organizzata dietro le sbarre delle prigioni
era una realtà che nell’Italia meridionale andava avanti
da secoli … perché era più semplice ed economico
delegare il controllo quotidiano delle carceri ai
detenuti più spietati”.
Le autorità carcerarie si servivano, cioè, di alcuni
detenuti che facevano da “caporali” e da “spie” sui
rimanenti, godendo in cambio di migliori condizioni
carcerarie per se stessi e della possibilità di
estorcere agli altri i pochi soldi che avevano, i
vestiti, le razioni di cibo, e quant’altro eventuale …
182. “All’inizio dell’Ottocento, gli estorsori delle
prigioni si trasformarono in una vera e propria
società segreta, che attecchì anche nel mondo
extra-carcerario.
La storia dell’origine spagnola della camorra è una
sciocchezza. Anzi, con ogni probabilità, è una
sciocchezza … propinata in primo luogo dai camorristi
stessi. Più o meno come il racconto dei tre cavalieri
spagnoli Osso, Mastrosso e Carcagnosso … nella versione
ufficiale della ndràngheta sulle proprie origini.
Le regole e i rituali della Onorata Società derivavano
quasi sicuramente … dalla Massoneria e da altre sette,
come la Carboneria della prima metà dell’Ottocento, più
o meno modellate su di essa”.
183. Molto probabilmente, già prima del tentativo
insurrezionale del 1820, i cospiratori “carbonari”
imprigionati nel Regno delle due Sicilie entrarono in
contatto con i “caporali” delle carceri, che poterono
così apprendere da loro i vantaggi, e le regole, di una
vera e propria struttura organizzata.
La fondazione “ufficiale”
del 1820
184. In ogni caso, è ben noto che, dopo lunga
preparazione cospirativa, nel luglio 1820 la Carboneria
suscitò la sollevazione della guarnigione militare di
Nola, ad opera dei due sottotenenti Michele Morelli e
Giuseppe Silvati, alla quale aderì anche il generale
Guglielmo Pepe.
Ferdinando I di Borbone accordò la richiesta
“Costituzione spagnola del 1812”, le conseguenti
elezioni si svolsero il 3 settembre, ed il Parlamento
venne convocato per la seduta inaugurale il 1°ottobre,
nella grande chiesa dello Spirito Santo.
185. Poco dopo, nel dicembre di quello stesso anno 1820,
nella chiesa di S. Caterina a Formiello, nei pressi
della Porta Capuana, si riunì anche il primo
“Parlamento” della camorra: i principali esponenti
criminali dei 12 quartieri storici di Napoli, ivi
convenuti, fondarono ufficialmente la Bella Società
Riformata (laddove “riformata” sta per “confederata”), e
diedero anche alla setta la sua prima “Costituzione”, il
cui preambolo iniziale diceva che “La Bella Società
Riformata ha per fattore Dio (niente di meno),
per consigliere S. Giuseppe, e per protettrice la Mamma
Santa Immacolata”.
Naturalmente, questa camorra delle origini, a differenza
della Carboneria, non aveva alcuna connotazione
politica, come è chiaramente espresso in una sorta di
inno che è stato tramandato:
Nuje nun simmo Cravunàri
Nuje nun simmo Rialìsti,
nuje facimmo ‘e Cammurìsti
e jammo nculo a chilli e a chisti.
Il primo capintesta:
Pasquale Capuozzo
186. I nomi dei primi capintesta non sono noti,
se non per più o meno plausibili congetture, e del resto
un articolo del friéno diceva esplicitamente che,
tranne i 12 capintrìti che lo eleggevano,
“chiunque cerca, con mezzi leciti o illeciti, di
conoscere di persona il Gran Capo di Società è reo di
morte”.
Tale articolo fu di certo abbandonato in seguito, vista
la difficoltà a farlo veramente osservare, ma fu
evidentemente sufficiente per tutelare presso i posteri
l’anonimato dei primi capintesta.
187. Tuttavia, una tradizione ancor viva agli inizi del
Novecento raccontava che il primo capintesta fu un
ferracavalli di Porta Capuana di nome Pasquale Capuozzo.
A quanto pare, Il Capuozzo rimase capintesta dal 1820
fino al 1824, quando venne semplicemente ucciso nel
sonno dalla moglie (di professione “mammàna” ovvero
“levatrice”), convinta che il marito la tradisse con una
signorina di famiglia borghese.
In onore del suo primo capintesta e per ricordare le
circostanze della sua morte, la Bella Società decise di
offrire, ogni anno, un corredo da sposa e una dote in
denaro a 12 ragazze del popolo, sorteggiate fra le più
povere dei 12 quartieri della città: la “dote del
capintesta” veniva assegnata il giorno 8 dicembre, festa
dell’Immacolata Concezione, considerata la “protettrice”
della Società (vedi sopra, n°185).
Il capintesta
irregolare: Aniello Ausiello
188. Oltre al “fondatore” Capuozzo, l’unico capintesta
della prima metà dell’Ottocento di cui sia rimasto il
nome è l’irregolare Aniello Ausiello, attivo
negli anni intorno al 1840.
Irregolare
fu infatti la sua ascesa al vertice
dell’organizzazione, perché non avvenne attraverso la
normale elezione da parte del Consiglio dei 12
capintrìti ma perché lui insultò, sfidò e vinse, con
quattro zumpàte nello stesso giorno, altrettanti
capintrìti a lui ostili; fino a quel momento, del resto,
Ausiello non era nemmeno capintrito ma un semplice
camorrista, specializzato nel riscuotere tangenti
sull’acquisto dei cosiddetti “scarti di reggimento”
ovvero i cavalli ormai malandati che venivano venduti
all’asta dall’esercito borbonico.
Irregolare
fu poi il suo esercizio della massima autorità
camorristica, perché non si limitò a gestire il
barattolo delle normali attività, ma si mise a
vendere, in proprio, armi e cavalli ai banditi che
infestavano le strade delle province.
Irregolare
fu anche il termine del suo mandato, perché non
si concluse con un normale pensionamento, ma con la sua
fuga da Napoli allor quando si accorse di essere
diventato ormai inviso alla quasi totalità dei
componenti l’organizzazione ad ogni livello.
Irregolare,
da ultimo, fu anche il suo comportamento verso la moglie
Nannina ‘a pizzicàta: la abbandonò infatti in
città quando lui divenne uccel di bosco e la poveretta
si vide rifiutare dalla Società anche il “trattamento
pensionistico” che le sarebbe spettato se fosse rimasta
vedova: esasperata, sfidò a duello, con la spadella
di Genova, la moglie del nuovo capintesta, ma ne
uscì sconfitta.
Il capintrito Michele Aitollo detto
Michele ‘a nubiltà
189. Sempre nella prima metà dell’Ottocento, è invece
scritto nell’Albo d’onore della Bella Società il nome di
Michele Aitollo, capintrito del quartiere Porto negli
anni Trenta, e detto, per i suoi modi signorili, Michele
‘a nubiltà.
Figlio di un sommozzatore ed ex sommozzatore lui stesso,
la sua rendita principale era costituita dalle tangenti
imposte a tutti i pescivendoli del quartiere Porto.
A tale rendita, egli però volle sempre far
corrispondere, per così dire, un servizio reale: di
bassa statura, coi capelli rossi ed il corpo quasi
interamente ricoperto di tatuaggi “religiosi”
(crocifissi, santi, madonne, perfino una grotta di
Betlemme al completo …), ogni giovedì sedeva in un basso
della Rua Catalana e, assistito da due uscieri, riceveva
in udienza la gente del popolo, che andava da lui per le
piccole e grandi controversie di ogni tipo. Lui
ascoltava le parti, ascoltava i testimoni, sentiva la
vox pòpuli e poi emanava, su due piedi,
inappellabili e salomoniche sentenze.
190. Perdette la moglie e cinque figli nel colera del
1836-37 ma, per tutta reazione, si mise a disposizione
delle autorità nel far applicare le misure
igieniche-sanitarie allora previste e nell’aiutare
monaci ed infermieri nella loro opera di assistenza.
Passato il colera, nel 1838, con un altro atto di
nobiltà, si risposò ormai cinquantenne con una ragazza
quindicenne di nome Concettina Avitabile, figlia di un
venditore ambulante di olive, la quale era stata sedotta
e abbandonata da un pescivendolo, che s’era poi involato
arruolandosi su una nave inglese.
191. Nel 1839, in occasione del primo anniversario di
matrimonio, volle aggiungere un nuovo tatuaggio ai molti
che già aveva: il nome di Concettina sul braccio
sinistro. Subito dopo l’intervento, però, il braccio
iniziò a gonfiarsi; venne poi una fortissima febbre e,
nel giro di soli tre giorni, una dolorosissima morte.
“Me l’hanno ucciso!” esclamò Concettina e tale era pure
la vox pòpuli: il giorno dopo, il tatuatore, a
torto o a ragione, venne rinvenuto cadavere con un
profondo taglio alla vena giugulare, nella sua bottega
del Piliéro.
Tore ‘e Criscienzo:
la camorra “politica”
192. Nel 1849, assurse a capintesta Salvatore De
Crescenzo, detto Tore ‘e Criscienzo, nato nel
1816.
E’ sotto di lui che la camorra iniziò a diventare
“politica”, fino a svolgere un ruolo decisivo nelle
vicende del Risorgimento e nella stessa nascita dello
Stato italiano.
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Tore 'e Criscienzo |
193 - “La camorra, che un tempo si annidava come uno
scarafaggio negli angoli più squallidi del Regno delle
due Sicilie, ora comincia ad arrampicarsi lungo le
fessure della struttura sociale e ad infestare le
istituzioni rappresentative del Regno d’Italia.
Al termine del Risorgimento, la camorra non era più un
problema che allignava in quei luoghi dove lo Stato
non riusciva ad arrivare, era un problema che
insidiava dall’interno lo Stato stesso”.
Camorristi e liberali
prima del 1860: in de’ Sivo
194. Lo storico borbonico Giacinto de’ Sivo
scrive:
“(I camorristi)
erano molti, di qua e di là del faro; e sì come era loro
istituzione il non impacciarsi di politica, nel 1848
s'erano valùti de' torbidi, ma poco, solo sul finire, vi
s'eran mescolati.
Il
governo (borbonico), e prima e dopo, tentò
d'estirpare questo flagello della società civile; li
reprimeva, li puniva, li teneva in carceri e al confine,
e sin sopra isole li relegava.
195. Ma trovavano protezione in altri camorristi,
vestiti alla borghese, che di più grosse mercèdi
facevan mercato, e preparavano la camorra in grande, per
divorare con la rivoluzione le ricchezze dello Stato.
Costoro,
col pretesto di liberare la patria, valendosi delle
persecuzioni della polizia contro quelli, di leggieri
li tirarono a sé; e già da più anni assoldàti,
vivendo con tali paghe, facevano il mestiero con più
agio e men rumore.
196. Venuto, a questi ultimi anni, Luigi Aiossa a
direttore di polizia, visto non valere legalità, trovati
documenti della setta, ne agguantò più centinaia e li
spartì per l'isole.
I
faziosi, che avevano essi stessi indotto il direttore a
quel passo, subito gridarono all' illegalità; i giornali
torinesi vomitavano insulti; e da questo, i
congiuratori trassero opportunità di stringersi meglio
con la camorra”.
Camorristi e liberali
prima del 1860: in Monnier
197. La tesi dello storico borbonico circa l’alleanza
organica fra liberali e camorra è sostanzialmente
confermata, pur cercando di attenuarne il significato e
l’importanza, anche dallo storico liberale Marc Monnier:
“Fra questi audaci furfanti, che si assumevano qualità
di capi del popolo, e un gentiluomo napolitano, che non
ho bisogno di nominare, ebbe luogo un colloquio.
(Il gentiluomo napolitano era Gennaro Sambiase, duca di
San Donato, che aveva combattuto sulle barricate nel
1848 e da quel momento era ricercato dalla polizia
borbonica; continuò anche dopo il 1860 a rimanere in
contatto con la camorra, servendosene a scopo
elettorale).
198. Eransi dati appuntamento in un quartiere lontano,
dietro l'Albergo de' Poveri. Vi si condussero con
precauzione, col cappello che cuopriva la lor faccia,
giungendo l'uno dopo l'altro, e avvicinandosi ai primi
arrivati con un certo segno che facean con le labbra e
che somigliava al rumore di un bacio, ed era il segnale
di riconoscimento.
(Riuniti che furono … sia i camorristi sia il
cospiratore liberale cominciarono a parlare contro il
governo borbonico).
199. Ma i camorristi … rimproverarono al gentiluomo la
rivoluzione del 1848. Gli dissero ciò che ho già notato,
che questo moto non era scoppiato nel popolo e per il
popolo: che i borghesi, letterati e ben vestiti, non
aveano pensato che a loro stessi, lasciando da parte la
povera gente: che, se un nuovo cambiamento dovea
avvenire, la santa canaglia non intendea abbandonarne i
vantaggi a coloro che aveano già delle piastre: che,
infine, c’era bisogno di danaro, di molto danaro, per
suscitare una rivolta, e che, per cominciare, ogni
capo-popolo, vale a dire ogni capo-camorrista, esigeva
una gratificazione di 10 mila ducati …
Così, ognuno di essi ricevé provvisioni fisse,
regolate a seconda del numero degli uomini che
rappresentava … Vi erano de' decurioni e de' centurioni,
che si riconoscevano a un segnale in carta pecora che
portavano sopra di essi; ma questo segnale, in cui
leggevasi la parola Ordine (era la parola del
comitato segreto), non era per gli uomini della camorra
che una lettera di cambio permanente.
La setta si diceva liberale e preparava ogni giorno una
dimostrazione ostile al governo, ma si limitava (per
ora) a prepararla. Non mirava che alle piastre”.
Però, per i gentiluomini liberali, giunse infine il
momento di “passare all’incasso”.
continua
Renzo De Felice – “Mussolini il rivoluzionario”,
Ed. Einaudi, 1965.
Erminio Fonzo –
“Storia dell’Associazione Nazionalista
Italiana”, Edizioni Scientifiche Italiane, 2017.
Vedi sopra, n°90, punto 7.
Vedi n°192 ibidem: Prima piaga, parte seconda,
cap. II e III. Di Mastriani, vedi anche “La
malavita”, Ed. Guida, 2016.