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Quel che sappiamo di
Giacomo Corradini …
501. Era nato a Sent, in Svizzera, nel 1844, ed
il cognome originario sembra fosse Conradin.
Sent
è una località situata in Bassa Engadina, sul lato
sinistro del fiume Inn, non molto distante dal confine
italiano. Fino al 2014 era un Comune autonomo ma, a
partire dal 2015, è stato accorpato al Comune di
Scuol, insieme ad altri Comuni parimenti soppressi.
Attualmente, Sent conta circa 900 abitanti, e vi
è ancora visibile il Palazzo Corradini, edificato
nel 1828.
502. Poco dopo l’unità d’Italia, Giacomo si stabilì a
Livorno presso lo zio Casper; di qui, nel 1872, arrivò a
Napoli, insieme ad un altro suo compaesano svizzero,
presumibilmente il Mathieu,
e per 10 anni, fino al 1882, esercitò l’attività di
“negoziante”, con il cognome italianizzato Corradini.
Nel 1882, come abbiamo visto, acquistò la
“Carafa, Cas & C.”
costituendo la “Società Metallurgica Giacomo Corradini”,
che fu poi ereditata dal figlio Andrea.
503. Alla fine del secolo, la “Metallurgica Corradini”
aveva circa 500 operai più 50 impiegati, rispetto ai
circa 200 operai del 1882; ed era, nel suo settore, la
più importante industria del Sud.
L’azienda fu poi quasi totalmente distrutta dai
bombardamenti anglo-americani durante la Seconda Guerra
Mondiale e messa in liquidazione nel 1949.
Nel 1956, la “Federazione Italiana dei Consorzi Agrari”
acquistò lo “stabilimento metallurgico inattivo …
composto, oltre che da padiglione e costruzioni varie ad
uso industriale, anche di case di civili abitazioni
e di ruderi di fabbricati, per una superficie
complessiva di circa 29.169 mq … posta in parte su
demanio marittimo in concessione”.
… e di sua figlia
Margherita
504. Margherita Mara Corradini, figlia di Giacomo, nata
a Napoli il 5 dicembre 1880 e morta a Scuol il 5
luglio 1964, fu una valente pittrice, assai nota nella
prima metà del Novecento: perfino il re d’Italia
Vittorio Emanuele III si avvalse della sua opera come
“ritrattista”.
Margherita ripercorse all’indietro il cammino del padre,
nel senso che ritornò a vivere in Svizzera, anche se in
realtà viaggiò moltissimo, in tutta Europa ed anche in
America, prima per studiare con i più valenti
“ritrattisti” dell’epoca e poi per partecipare
attivamente alla vita artistica.
Risulta comunque che, nel 1913-14, compì un lungo
viaggio a Tripoli con il padre, ormai settantenne; ed un
suo quadro, intitolato “Mio padre”, fu esposto alla
Biennale di Venezia del 1922.
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Margherita Mara Corradini |
Il Capo I: come nacque
l’acciaieria a Bagnoli
505. Sulla situazione industriale fin qui descritta,
calarono dunque le disposizioni della Legge speciale del
1904.
Il Capo I della Legge, all’art. 17, recava:
“La maggiore escavazione di minerale, prevista nei
contratti che regolano l'affitto delle reali miniere
dell'Elba, dei terreni ferriferi del Giglio e delle
fonderie di ferro di Follonica, rispettati i diritti
acquisiti dagli stabilimenti di fusione attualmente
esistenti, sarà concessa con obbligo espresso di
destinare il minerale escavato, fino a concorrenza
di 200.000 tonnellate, a soddisfare i bisogni degli
industriali aventi stabilimenti nelle provincie
meridionali ed a preferenza in quella di Napoli.
I fonditori che usufruiranno di tale concessione avranno
dal canto loro l'obbligo di dare i loro prodotti,
portati a Napoli, ad un prezzo non maggiore di quello
che per tali prodotti si praticherà in Genova”.
L’ILVA a Bagnoli
506. “A sollecitare quell’art.17 erano stati in
particolare due imprenditori locali, Carlo Betocchi
e Teodoro Cutolo, cointeressati nella Società
Ferriere Italiane, grossa impresa che progettava
l’ampliamento dei suoi altiforni di Torre Annunziata per
produrre acciaio a ciclo integrale.
Ma la concorrenza non lasciò disco verde. Il gruppo
Terni, che era il concessionario dei giacimenti di
ferro dell’isola d’Elba e godeva del sostegno di due
poderosi istituti bancari (la Banca Commerciale
ed il Credito Italiano), rispose fulmineamente
alla sfida, costituendo nel 1905 la Società anonima ILVA
(Ilva è il nome latino dell’isola d’Elba) ed
impiantando uno stabilimento nella zona di Bagnoli, non
ancora servita dal raccordo ferroviario ma prospiciente
il mare”.
Il cartello
siderurgico-bancario
507. Ben presto si formò, appoggiato dalle grandi banche
del Nord, un potente cartello siderurgico,
costituito bensì dalle 5 maggiori industrie italiane del
settore (Terni, Savona, Ligure, Elba e ILVA) ma
rappresentato solo dall’ILVA a livello di gestione e di
mercato, onde poter usufruire dei vantaggi previsti
dalla Legge speciale.
“Una concentrazione abbastanza forte, anche in sede
politica, da esigere che lo Stato provvedesse alla
costruzione di un molo sulla costa di Bagnoli,
all’allacciamento con la rete ferroviaria di questa
nuova zona industriale, ed alla conferma del vincolo
sulla destinazione del ferro elbàno”.
Il cartello nella
zona orientale di Napoli
508. Il cartello siderurgico-bancario profittò al
massimo della situazione privilegiata in cui veniva a
trovarsi e, a suo tempo, si premurò anche di
prolungarla, ottenendo da governo e parlamento, nel
marzo 1911, il rinnovo della “Legge speciale
(cosiddetta) per Napoli”, con la proroga per altri
dieci anni delle esenzioni fiscali e delle
commesse riservate, e nuovi stanziamenti per le
opere infrastrutturali.
Oltre ad impiantare nuovi stabilimenti, il cartello
inglobò di fatto, con passi inesorabili, anche tutti
quelli già pre-esistenti nel settore, che provvide poi a
“ristrutturare” sia dal punto di vista organizzativo che
da quello finanziario.
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La zona franca nella Cartina Chiurazzi
1918 |
509. Nella zona orientale, in particolare, il
cartello si impadronì sia delle Officine
Meccaniche
sia della Società Ferriere Italiane,
ed ebbe un ruolo decisivo nella trasformazione
societaria dell'industria di Pattison, che divenne
nel 1904 la “Officine e Cantieri Napoletani Pattison
S.p.A.”, e della Metallurgica Corradini, che nel 1906
divenne “Società Metallurgica Corradini S.p.A.” con
Andrea Corradini, figlio di Giacomo, in qualità di
amministratore delegato.
Il cartello:
opinione riepilogativa
510. Quali che fossero le intenzioni del buon Nitti,
il cartello industriale–bancario che si formò in
conseguenza della “Legge speciale per Napoli” del 1904,
non si poneva certo l’obiettivo di “far diventare il Sud
come il Nord” dal punto di vista industriale, né
tantomeno quello di migliorare complessivamente le
condizioni di vita delle persone nel Sud.
Esso era, per sua natura, solamente una più moderna ed
aggressiva “macchina per la spremitura” del maggior
profitto possibile, sfruttando la disponibilità di mano
d’opera a basso costo, e le condizioni statali di
favore, che trovava nella zona di Napoli.
511. Il padronato industriale dell’Italia del Nord,
“illuminato, progressista e giolittiano”, era in quel
periodo disponibile a concessioni nei confronti della
aristocrazia operaia settentrionale, organizzata sotto
la bandiera dei socialisti riformisti,
ma in compenso intendeva cogliere fino in fondo la
opportunità di ampliare l’area dei propri investimenti
profittevoli, che Nitti gli aveva così generosamente
apparecchiato nell’Italia meridionale.
512. In particolare, degni èmuli di capitalisti come
Jacopo Bozza, a noi già noto,
gli industriali del cartello adottarono una linea
di condotta decisamente autoritaria ed aggressiva.
Si arrivò al paradosso che gli scontri sociali più acuti
di quel periodo (nel 1908 alle Officine Meccaniche; e
nel 1912-13 alle acciaierie di Torre Annunziata)
iniziarono non perché gli operai richiedessero
migliori condizioni economiche e normative, ma perché
gli industriali, nell’àmbito dei processi di
ristrutturazione aziendale da essi perseguiti, volevano
imporre aumenti dell’orario di lavoro, diminuzione dei
salari reali, lavoro a cottimo, licenziamenti a
discrezione, regolamenti disciplinari interni di tipo
sempre più rigidamente militare, etc. etc.
E purtroppo, nonostante la apprezzabile resistenza
operaia, ci riuscirono.
513. Intanto, si profilava all’orizzonte il grande
pascolo dei profitti di guerra, che andarono
anch’essi, è quasi inutile dirlo, in gran parte a
vantaggio dell’accumulazione del capitale in poche mani,
e ben poco a migliorare le condizioni di vita e di
lavoro degli operai.
Le Officine Ferroviarie
Meridionali (OFM)
514. Tra i primi
opifici realizzati nella “zona franca” prevista dalla
Legge speciale del 1904, vanno segnalate le “Officine
Ferroviarie Meridionali (OFM)”, fondate da Tommaso
Astarita già nel novembre 1904, con un capitale iniziale
di lire 1.500.000.
Su un terreno
paludoso della zona orientale di Napoli, nel quartiere
del Vasto (attualmente Corso Meridionale e Via Giovanni
Porzio), venne edificato un esteso stabilimento, per la
costruzione e riparazione di materiale mobile
ferroviario e tranviario … che arrivò perfino ad essere
esportato in Portogallo per la famosa linea dei tram di
Lisbona.
515. Presso le OFM si
costruivano carrozze a trazione elettrica, tramviarie e
ferroviarie, di qualsiasi tipo e qualsiasi scartamento:
vi erano reparti per la grande
e la piccola fucinatura, per la lavorazione meccanica
del ferro, una grande segheria, un grande reparto per la
lavorazione meccanica del legno, grandi tettoie e
fabbricati chiusi per il montaggio dei telai, dei
carrelli e delle casse, reparti di tappezzeria, locali
per la verniciatura, etc.
Nelle OFM i veicoli
venivano costruiti in tutti i loro più minuti
particolari e, per la bontà della costruzione e
l’accuratezza della esecuzione, queste Officine erano al
livello delle più rinomate case italiane costruttrici di
materiale mobile ferroviario e tramviario, malgrado la
lontananza dai centri di produzione delle materie prime,
che le mettevano in stato di evidente inferiorità
rispetto alle concorrenti.
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Tram elettrico in costruzione presso le
OFM |
516. Nel marzo
1914, il capitale venne portato a 4 milioni, allo scopo
di rilevare le pre-esistenti, e non distanti, officine
della “SOFIA (Società Officine Ferroviarie Italiane
Anonima)”, anch'esse costruttrici di rotabili
ferroviari.
Durante la guerra
del 1915-18, le OFM fornirono ogni tipo di materiale
necessario all’artiglieria, ed estesero la loro
attività alla incipiente costruzione di aerei,
dapprima militari e poi anche civili.
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Velivolo in costruzione presso le OFM |
517. Così, dopo la Grande
Guerra, le Officine avevano un capitale di 7 milioni,
interamente versato, e due stabilimenti, entrambi in
zona franca: uno al Vasto (Corso Orientale) dove era la
Direzione Generale; e l’altro noto
come Officine della Bùfola,
alla Madonna delle Mosche.
E proprio nel 1918,
le OFM vennero acquisite dall’ing. Nicola Romeo
(1876-1938), nativo di Sant'Antimo in provincia di
Napoli, il quale, unendole ad altre già da lui
controllate, iniziò una fiorente attività di costruzione
non solo di nuovi aerei ma anche di automobili… questa,
però, è un’altra storia: è la storia della
“ALFA-Romeo”.
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OFM Stabilimento della Bùfola |
518. Per quanto ora
ci riguarda, basti dire che nel 1936 gli stabilimenti
napoletani delle OFM furono acquistati dalla “Società
italiana Ernesto Breda per le costruzioni
meccaniche” che, dal
1º ottobre del 1936, diede loro il nome di “Industrie
Meccaniche e Aeronautiche Meridionali (IMAM)” e poi, dal
1949, di “Industrie Meccaniche Meridionali (IMM)”
perché, da quella data, la produzione aereonautica
fu riservata alla “Aer-Fer” di Pomigliano d’Arco.
Nicolas Appert
(1749-1841): facìmme ‘e buttéglie
519. Un discorso a parte merita, infine, il settore
conserviero ovvero agro-alimentare.
“Il
decennio precedente la Prima Guerra Mondiale
(1905-1915), fu di considerevole crescita per il settore
conserviero italiano.
In particolare, nella provincia di Napoli, accanto agli
stabilimenti maggiori di Cirio e Del Gàizo,
si erano sviluppate decine di piccole e medie industrie
(Bevilacqua, Curcio, Paudice, Santarsiero, etc.) che
avevano consentito alla Campania di raggiungere il
primato nazionale sia per numero di esercizi sia per
addetti.
Ciò era stato possibile per la notevole
intensificazione della produzione di pomodori, e per
l'assoluto successo delle esportazioni italiane
che, dai 34.535 quintali del 1898, erano giunte ai
467.565 quintali del 1913”.
520. Per raccontare questa storia dall’inizio, dobbiamo
però partire dalla Francia …
Nicolas Appert
era un venditore di dolci. Nel 1810, presentò una sua
invenzione al governo francese, che gli diede la scelta
fra l'iscrizione di un brevetto o un premio di 12.000
franchi. Appert scelse il premio e lo stesso anno 1810
pubblicò
“L’arte di conservare per più anni tutte le sostanze
animali e vegetali”.
La
sua invenzione consisteva, in effetti, nel metodo per la
conservazione dei cibi tramite le bottiglie con chiusura
ermetica: bastava levare l'aria e chiudere ermeticamente
la bottiglia con un tappo; la bottiglia doveva poi
essere avvolta in una tela; ed infine immersa in acqua
bollente fino a quando il cibo non fosse cotto.
Essendo nativo della regione francese della Champagne,
Appert utilizzò inizialmente per la sua invenzione
proprio le bottiglie di champagne, che erano
molto resistenti nella cottura in acqua bollente,
riempiendole con i più svariati alimenti: sia vegetali,
come piselli, fagioli, etc.; sia animali, come carne e
pollame; sia anche uova o latte; e perfino piatti già
cucinati … così che la “Casa di Appert” divenne la
prima fabbrica di alimenti in vasi di vetro al mondo.
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Nicolas Appert (1749-1841) |
521. Il metodo di Appert era molto semplice e si diffuse
rapidamente in tutta Europa, grazie anche al fatto che
venne adottato su larga scala dagli eserciti di
Napoleone Bonaparte durante le varie “campagne” di
conquista.
Anche nel Regno di Napoli, dunque, alla metà del
decennio francese (1805-1815), giunse l’usanza di fa’
‘e buttéglie che si diffuse ben presto in quasi
tutte le famiglie: interi clan familiari, uomini
donne vecchi e bambini, lavoravano insieme, intorno a
grossi tavoli all’aperto, a tagliare pomodori e
riempirne fino all’orlo le bottiglie, che poi venivano
tappate e fatte bollire in grossi bidoni; qualcuna delle
bottiglie “scoppiava” durante la cottura ma era comunque
assicurata la riserva di pomodori per tutto l’anno.
L’industria conserviera
inglese
522. Fu però un inglese, Pierre Durand (1766-1822),
ad utilizzare per la prima volta dei recipienti di
alluminio e di stagno invece delle bottiglie. Non a
caso, siamo nella patria, ed al tempo, della prima
rivoluzione industriale. E così, altri due inglesi,
Bryan Donkin e John Hall, svilupparono
praticamente l’idea, dando vita ad una vera e propria
industria conserviera, che a sua volta cominciò a
produrre, su larga scala, cibi in scatola per l’esercito
inglese.
Francesco Cirio
(1836-1900)
523. Per quanto riguarda l’Italia, invece, ancorché nel
Regno di Napoli la conserva dei pomodori fosse
ampiamente diffusa a livello popolare già da subito dopo
la scoperta di Appert (vedi sopra), il primo nome che
viene solitamente fatto è quello del piemontese
Francesco Cirio (1836-1900).
In realtà, ciò che è stato finora scritto su Francesco
Cirio ha carattere ampiamente e prevalentemente
commemorativo e apologetico. Manca tuttora una sua
biografia scientificamente attendibile e la più
documentata, al momento, sembra essere quella scritta da
Luigi Agnello per il “Dizionario biografico degli
italiani” nel 1981.
A quest’ultima faremo riferimento in seguito, per quanto
riguarda notizie e dati, restando ovviamente sotto la
responsabilità di chi scrive le analisi e le
considerazioni aggiunte.
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Francesco Cirio |
524. Francesco Cirio nacque a Nizza Monferrato
(Provincia di Asti, Regione Piemonte) proprio la notte
di Natale del 1836, da
Giuseppe e Luigia Berta.
Trascorse l'infanzia nel vicino paese di Fontanile, dove il
padre, già fallito come mediatore di granaglie, si provò
a esercitare, peraltro senza molta fortuna, una piccola
rivendita di generi alimentari.
La condizione familiare disagiata gli impedì gli studi e lo
costrinse a lavorare fin dalla prima adolescenza: fu
sterratore ad Alessandria, garzone di pastificio a
Torino, manovale a Genova.
525. Nel 1850, a 14 anni di età, si stabilì a Torino, e
cominciò a fare il venditore ambulante di ortaggi,
sia in proprio, sia per conto di vari grossisti.
Ben presto si accorse che, nella contigua Francia, era
possibile vendere i prodotti agricoli italiani ad un
prezzo molto più alto che nella penisola, e così si
diede ad un avventuroso e precario traffico di
esportazione, al limite del contrabbando, spostandosi
continuamente fra varie località italiane e francesi, e
vendendo anche pesci, cacciagione e tartufi.
Il padre dell’industria
conserviera?
526. Fra un viaggio e l’altro, trovandosi a Parigi, ebbe
la possibilità di vedere come funzionava il metodo per
la conservazione di alimenti in bottiglia inventato da
Appert e così, rientrato a Torino, con il piccolo
capitale accumulato nei suoi traffici, impiantò una
prima e rudimentale fabbrichetta di conservazione dei
piselli, in un locale preso in fitto in Via Borgo Dora.
Era l’anno 1856 e, per questa pionieristica intrapresa,
Cirio viene considerato il “padre fondatore” dell’industria
conserviera in Italia.
527. In effetti, l’iniziativa ebbe successo: rapidamente
aumentò la produzione, spostandosi in ambienti più ampi
nello stesso quartiere, ed aprendo anche un accorsato
negozio (il sogno irrealizzato di suo padre!) in cui
vendere frutta e verdura, sia fresche sia “in conserva”.
I suoi prodotti risultarono premiati nelle “Esposizioni
agrarie” a livello locale (Torino, nel 1864 e nel 1865)
e persino nella “Esposizione universale” di Parigi del
1867, nella quale ricevette anche una medaglia per un
procedimento di salatura della carne da lui
inventato.
528. La produzione di conserve, ancora limitata
nel 1868 a 50 quintali di piselli e a poche decine di
chili di tartufi neri, … era già quadruplicata nel
seguente anno 1869, quando si estese a ridottissime
quantità di pomodori e di funghi; crebbe a più di 1.000
quintali nel 1871; a 4.400 nel 1876, quando cominciò a
comprendere asparagi, carciofi, pesche e pere; ed arrivò
a 10.000 quintali nel 1880.
Ma in realtà, più che all'industria conserviera,
Cirio dedicò il suo impegno, e legò il suo nome, alla
esportazione di generi alimentari freschi.
La mentalità del
venditore ambulante
529. La sua mentalità, a quanto pare, non fu mai
quella dell’imprenditore industriale, conserviero
o di altro settore, ma sempre quella del
venditore ambulante, acquisita fin da piccolo:
comprare ad un prezzo, il più basso possibile, e
rivendere ad un altro prezzo, il più alto possibile.
Non aveva, e non si curò di conseguire, né le competenze
tecnico-scientifiche degli ingegneri inglesi, come un
Pattison o un Guppy; né la genialità creativa degli
inventori francesi, come un Appert; né la preparazione
giuridico-economica della borghesia napoletana, come un
Maurizio Capuano.
530. Il suo problema, uno e duplice, che egli peraltro
cercò di risolvere con metodi alquanto approssimativi,
era in sostanza: da una parte, aumentare la produzione
agricola in Italia, per adeguarla all’aumentato volume
delle esportazioni; e dall’altra, migliorarne la
possibilità di trasporto in treno.
E fu l’unità d’Italia, ovvero la conquista
militare di tutta la penisola da parte dei piemontesi, a
fare la sua fortuna, come quella di altri, grandi e
piccoli, trafficanti piemontesi di varia specie.
Nel nuovo regime, formalmente “liberale” e di “libera
concorrenza di mercato”, usufruì in realtà di cospicui
appoggi da parte di vari governi (Depretis, Crispi, di
Rudinì …) e delle grandi banche del Nord, nonché di una
decisiva “convenzione di favore” da parte della “Società
delle Ferrovie dell’Alta Italia”, grazie alla quale
eseguiva lucrose spedizioni anche per conto terzi.
Tutto ciò è ampiamente documentato da Luigi Agnello.
I vagoni di Cirio
531. Nella primavera del 1869, spedì il primo vagone
completo di ortaggi oltre il confine, da Napoli a
Vienna, ma all’arrivo il carico risultò deteriorato ed
invendibile; ed anche le spedizioni successive più
fortunate non riuscirono, comunque, nemmeno a coprire le
spese di trasporto.
Solo quando ottenne, nel 1870, dalla “Società delle
Ferrovie dell'Alta Italia”, facilitazioni di tariffa e
di velocità, il suo commercio, dal Sud al Nord d’Italia
e soprattutto all’estero, cominciò a svilupparsi con
ritmo accelerato:
-
nel 1871, spediva 60 vagoni, di cui 53 fuori d’Italia;
-
nel 1873, ne spediva 409, di cui 325 all'estero;
-
nel 1875, ne spediva 651, di cui 580 all'estero, per la
maggior parte in Austria, Germania, Ungheria e Russia,
con un carico complessivo di 49.571 quintali.
532. E dopo il rinnovo della Convenzione con la “Società
delle Ferrovie dell'Alta Italia” nel 1875, e la stipula
di analoghe Convenzioni con altre Società ferroviarie
italiane ed estere:
-
nel 1876, spediva 1.188 vagoni;
-
nel 1877, 1.673;
-
nel 1878, 1.746;
-
nel 1879, 2.508;
-
nel 1880, ben 4.519 vagoni, arrivando a Londra, Parigi,
Amsterdam, Bruxelles, Praga, Varsavia, San Pietroburgo
…
533. Intanto, cominciò ad esportare anche per conto
terzi, con i quali si univa costituendo nuove
Società, in modo da poter continuare ad usufruire dei
suoi privilegi ferroviari.
Nacquero così:
-
nel 1875, la Società in nome collettivo “Esportazione
uova di Verona” (1875), che nei primi cinque anni di
esercizio esportò 6.266 vagoni.
-
nel 1879, la ditta “Polenghi-Lombardo-Cirio e C.” di
Codogno, che esportava burro e formaggi.
534. Nel 1878, ottenne un altro importante
riconoscimento alla “Esposizione universale” di Parigi
di quell’anno.
Capì subito l'importanza dei nuovi vagoni frigoriferi,
che cominciavano a circolare in Europa, e li introdusse
in Italia, inducendo il ministro dei Lavori Pubblici, E.
Mezzanotte, a presentare un progetto di legge, col quale
se ne autorizzava la sperimentazione sulle linee
ferroviarie nazionali, e che venne approvato dalle
Camere nel maggio 1879.
Lo stesso Cirio fabbricava o faceva fabbricare i vagoni
e chiedeva alle stazioni ferroviarie la sola trazione.
Il suo parco di vetture speciali si arricchì presto di
carri predisposti per il trasporto di pollame e di
carri-serbatoio destinati al trasporto dei vini.
Esso era tutelato da attestati di privativa industriale
e divenne così imponente che infine, per gestirlo, egli
si unì alla Unione banche piemontese e subalpina
costituendo, il 25 giugno 1894, la società in
accomandita semplice “Vagoni Cirio” di Torino.
Troppi vagoni … tutti a
lui, e niente a noi?
535. In definitiva, Cirio arrivò a fare uscire
dall’Italia un numero di vagoni superiore a quello messo
insieme da tutti i suoi concorrenti … tanto che il
commerciante veronese De Cecco arrivò a dire: "Se non vi
si mette riparo, Cirio diventerà padrone d'Italia”.
I suoi rivali si appellarono perciò, virtuosamente, ai
sacri princìpi liberali e scatenarono una vivace
campagna giornalistica e libellistica, che lo accusava
di “concorrenza sleale” e di “violazione delle regole
del mercato”, perché godeva della non disinteressata
protezione delle Ferrovie Alta Italia, e per di più
frodava anche queste, trasgredendo la clausola della
convenzione che gli vietava di eseguire spedizioni per
conto terzi.
Cirio auto-certifica le
sue virtù
536. E si arrivò, così, al punto che lo stesso Cirio fu
chiamato a rendere conto del suo operato davanti alla
“Commissione parlamentare d'inchiesta sull'esercizio
delle ferrovie italiane”, istituita nel 1878 e che tenne
udienze nelle principali città dell'Italia
settentrionale, tra l'aprile e il settembre del 1879.
Davanti alla commissione, il Cirio spiegò,
naturalmente, che il suo successo era dovuto
soltanto alle sue capacità di imprenditore; negò,
ovviamente, di corrompere i dirigenti delle Società
ferroviarie per ottenere le sue facilitazioni; e si
attribuì, direttamente, anche una vera e propria
“rivoluzione agricola”, che sarebbe avvenuta grazie a
lui.
La “rivoluzione
agricola”?
537. Circa quest’ultimo punto, in realtà, era accaduto
semplicemente che, avendo egli il problema di adeguare
la produzione agricola in Italia al crescente traffico
delle sue esportazioni, lo aveva in parte risolto
orientando alcuni proprietari terrieri verso le
coltivazioni dei prodotti più richiesti dai mercati
europei, rifornendoli anche di semi e vincolandosi in
anticipo all’acquisto dei prodotti stessi.
Ciò era indubbiamente molto profittevole per lui,
ma … era veramente ciò di cui aveva bisogno un popolo,
come quello italiano, che in larga maggioranza si
alimentava ancora poco e male, mentre scoppiavano
addirittura rivolte per la mancanza di pane?
L’acquisto a prezzi stracciati delle terre demaniali ed
ecclesiastiche da parte della nuova borghesia agraria ed
il bassissimo costo della manodopera contadina: era
questo che faceva sì che i prodotti agricoli in Italia
costassero poco, e che permetteva perciò a Cirio di
realizzare ingenti guadagni, rivendendoli all’estero ad
un prezzo molto più alto.
L’intoccabile
538. Comunque, la “Commissione parlamentare d'inchiesta
sull'esercizio delle ferrovie italiane”, come quasi
tutte le Commissioni parlamentari d’inchiesta in Italia,
servì in pratica a … nulla, e Cirio proseguì
indisturbato nel suo comportamento, forse “il-liberale”
ma che gli fruttava un sacco di soldi,
toccando l'apice del suo
prestigio nelle “Esposizioni nazionali” di Milano (1881)
e di Torino (1884). Era ormai diventato
intoccabile.
E non fu certo un caso se, poco dopo la chiusura della
commissione d’inchiesta, acquistò in quota maggioritaria
la “Società anonima deposito vini” di Stradella, il
paese natale di Agostino Depretis, alla quale era
co-interessato come azionista lo stesso Depretis, e la
rese una delle più moderne del tempo, aumentando così di
molto anche gli introiti di Depretis …
La “Società anonima di
esportazione agricola Cirio” (1885-1898)
539. Il 1°gennaio 1885 nacque la “Società anonima di
esportazione agricola Cirio” con sede a Torino e con
capitale appartenente in parte allo stesso Cirio, in
parte a grandi banche del Nord, ed in parte ad altri
singoli soggetti privati, fra cui uomini politici,
dirigenti bancari e banchieri.
Nessun azionista poteva avere più di 20 voti, quale che
fosse il numero delle azioni da lui possedute. Ma Cirio
venne nominato direttore generale per 10 anni, con il
compenso personale del 40% degli utili realizzati, e col
diritto di partecipare alle riunioni del Consiglio di
amministrazione con voto deliberativo.
540. Ben presto, però, sorsero contrasti fra gli altri
proprietari ed il Cirio, “al quale anche i più convinti
estimatori non riconoscevano attitudini amministrative
pari allo spirito di intrapresa” …
La Società finì con l’indebitarsi pesantemente con le
banche, ed evitò il fallimento solo grazie al soccorso
dell’allora presidente del Consiglio, Francesco Crispi,
personalmente sollecitato dal Cirio in un drammatico
scambio di telegrammi, nel luglio 1889.
Sembrò poi risollevarsi grazie all’intervento della
Banca di Credito Mobiliare, ma non riuscì a sopravvivere
al successivo crollo di quest’ultima, finendo così la
sua vita nell’agosto 1898, quando cambiò denominazione
in “La Codigoro, Società anonima agricola industriale”,
con sede in Ferrara.
Gli ultimi anni
541. Nel frattempo, però, Cirio aveva imparato a non
fidarsi troppo delle banche, e pensò di avvalersi delle
sue amicizie politiche per cercare di risolvere in altro
modo il suo “problema agricolo”.
Questa volta l’idea era quella di ottenere dallo
Stato la concessione di terreni demaniali
incolti (= terre a costo quasi zero), da
bonificare con il lavoro gratuito di detenuti (=
manodopera a costo zero), in modo da ottenere
prodotti agricoli con una spesa complessiva estremamente
bassa, da poter poi rivendere, con lauti suoi guadagni,
allo Stato stesso (per l’esercito) oppure
all’estero.
542. Ma non trovò appoggi sufficienti per questo tipo di
progetti, decisamente “troppo” truffaldini … e si lanciò
allora nell’ultima impresa della sua vita, che aveva
stavolta una maggiore coloritura di utopia sociale:
bonificare sì terre incolte, ma affidandole a famiglie
contadine in regime di mezzadria o addirittura a vere e
proprie cooperative agricole.
La colonia agricola di
Terracina (1896-1899)
543. Alla fine dell'aprile 1896, il Cirio ottenne in
enfitèusi perpetua dal Comune di Terracina 5.000 ettari
di terreni improduttivi presso San Felice Circeo, dove
si accinse a realizzare il suo progetto di colonia
agricola, che chiamò “Principessa Elena di Napoli”.
Il 12 ottobre 1897, venne costituita la “Società anonima
per la colonizzazione dei terreni incolti in
Italia”, con sede a Roma e con capitale sociale
sottoscritto in larga parte dallo stesso Cirio.
544. Nel corso del 1898, la Società sistemò 12 poderi di
12 ettari ciascuno, condotti a mezzadria e
coltivati in gran parte a vigneto, e per il resto a
cereali, a patate e a prati, interrotti da alberi
fruttiferi e gelsi.
Nel 1899, organizzò altri 12 poderi, e già si prefiggeva
di estendere la colonia fino a 20.000 ettari, quando
morì a Roma il 9 gennaio 1900.
La “Società generale
delle conserve alimentari Cirio” (1900)
545. Pochi giorni dopo, il 27 gennaio 1900, venne
costituita, anche con il concorso di alcuni familiari ed
amici di Cirio, la “Società generale delle conserve
alimentari Cirio”, con sede in San Giovanni a
Teduccio (Napoli).
Ma, con questa Società, Francesco Cirio nulla aveva a
che vedere: “non è suo il progetto, non è sua l'idea,
non è suo il capitale. Cirio è solo un omaggio al suo
nome”.
Il capitale, a parte alcuni piccoli azionisti di
minoranza (Pietro e Clemente Cirio, Bandini, Narizzano
…), era della famiglia lombarda dei Signorini, e
il progetto e l’idea erano anzitutto di Pietro
Signorini.
Pietro Signorini (1871-1916)
546. I Signorini erano una famiglia di piccoli
proprietari terrieri, con alcune “cascine” in
Casalpusterlengo, non lontano da Lodi.
Pietro Signorini,
in particolare, era cresciuto nel mito dei vagoni
tricolorati di Cirio, che allora passavano per tante
stazioni dell’Italia del Nord e all’estero, ma era ben
più attrezzato di lui, dal punto di vista culturale ed
imprenditoriale.
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Pietro Signorini (1871 - 1916) |
547. Egli comprese bene che, dopo l’unità d’Italia, era
l’ex Regno delle due Sicilie la “terra promessa” per i
capitalisti del Nord ma, proprio come i grandi
imprenditori della generazione precedente (gli inglesi
Pattison e Guppy, lo svizzero Corradini …), vi si
trasferì, non solo investendo in essa i suoi capitali,
ma facendone la sua scelta di vita.
E grazie alla sua intuizione, poi sviluppata dal
fratello Paolo, i Signorini possono essere
considerati una delle, non molte, famiglie benestanti
del Nord che hanno praticato un “capitalismo sociale”
ovvero che non hanno visto il Sud solo come una colonia
da sfruttare, ma come un territorio da far crescere
sulle sue proprie basi storiche e culturali, e crescendo
insieme alle persone che lo abitano.
La “Cirio” dei Signorini
548. Così … “Quando a San Giovanni a Teduccio c’erano i
Signorini … all’insegna del pomodoro rosso e turgido …
si era creata una leggenda napoletana: la leggenda della
Cirio del Primo Novecento”.
“Entrare a far parte della famiglia Cirio era un
sogno di tutti i giovani di San Giovanni a Teduccio,
Barra e Ponticelli. Era una scuola, di vita e di lavoro.
Io entrai come stagionale, poi operaio di quinto
livello. Sino a quando, dopo scarsi quindici anni,
Don Paolo mi chiamò in ufficio e mi disse che aveva
una lettera per me. Ero diventato impiegato di primo
livello, il massimo. Se mi è permesso dire, ogni volta
che vedo i Signorini io mi commuovo” (Antonio Durante,
ex dipendente della Cirio).
549. “Per tutti era Don Paolo. Di nome e di
fatto. Riverito in tutta Napoli con quel Don
ossequioso e spagnolesco che era l’equivalente di un
appellativo monarchico. Don Paolo. Quasi a testimoniare
gratificazione, condiscendenza, lustro. E lui, per
risposta, illuminava il suo faccione bonario con un
sorriso aperto, che … arricchiva di una carica umana …
l’esponente di una delle famiglie tra le più blasonate
del capitalismo meridionale: i Signorini.
Ma
come e perché questo imprenditore è entrato nel mito, al
punto da essere additato, per la sua creatività e
intraprendenza, come esempio da manuale, da uno
scrittore straniero, Morris West, in un memorabile
saggio su Napoli, “Les
enfants du soleil”?
Paolo Signorini (1884-1966)
550. Paolo Signorini nasce a Casalpusterlengo (Lodi),
allora in provincia di Milano, il 27 ottobre del 1884.
Una formazione negli studi commerciali, assorbita e
completata in Svizzera, e poi ampliata con lunghe
permanenze all’estero, in Germania, Inghilterra, America
del Nord, e con viaggi in tutto il Continente europeo,
in Asia Minore e nell’Africa Settentrionale. Sin dagli
anni giovanili, orienta i suoi studi verso le tecniche
di incremento dell’esportazione dei prodotti
conservati.
551. “Nel 1906, si trasferisce a Napoli, chiamato dal
fratello Pietro, amministratore delegato della
Società generale delle conserve alimentari Cirio,
come direttore dello stabilimento di Castellammare di
Stabia.
E 10 anni dopo, nel 1916, alla morte di Pietro a soli 45
anni di età,
chi
se non Don Paolo può ricevere in eredità la guida
dell’azienda? E Don Paolo sale nella cabina di comando.
Non più braccio destro del fratello Pietro, ma capo
assoluto.
552. Da allora, per un intero mezzo secolo (1916-1966)
di intelligente ed appassionato lavoro, si reca tutti i
giorni, puntualmente alle otto, nella sede della sua
azienda, a San Giovanni a Teduccio, e
trasforma la Società generale delle conserve
alimentari Cirio nel più importante complesso
industriale conserviero d'Europa, ed il comparto
alimentare in uno dei settori più attivi dell'economia
nazionale”.
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Paolo Signorini (1884 - 1966) |
Due idee sempre attuali …
553. Un suo slogan è “una fabbrica per ogni prodotto
della terra”: l’idea, semplice e grande, è quella di
modernizzare la agricoltura meridionale, valorizzandone
i tradizionali prodotti tipici, e collegarla
organicamente allo sviluppo dell’industria.
E’
tale e tanto, in Paolo Signorini, il convincimento
dell’importanza di questa simbiosi tra mondo agricolo e
mondo industriale conserviero, che si dichiara
disponibile ad offrire ogni sostegno finanziario a
proprietari di piccoli appezzamenti di terreno, che non
abbiano la possibilità di accollarsi in proprio le spese
necessarie per nuovi investimenti … attaccando così
alla radice due nemici mortali del contadino
meridionale: l’usuraio e il mediatore.
554. Ed a proposito di usurai … un altro suo slogan, che
appare tuttora di stretta attualità, è “La Cirio: un
convento ricco con frati poveri”, che stava a
significare che i soldi devono rimanere in azienda
per finanziare la continua crescita, senza dover
ricorrere alle banche.
La sua Cirio doveva macinare utili non per regalare un
dolce far niente ai suoi azionisti, ma per migliorarsi
continuamente, senza aiuti esterni da parte dello
Stato o delle banche, ed a vantaggio anche del
territorio circostante e delle persone che lo abitavano.
555. Gli operai della Cirio furono infatti i primi della
zona orientale ad usufruire di una rete di servizi
assistenziali, culturali, sportivi e ricreativi,
finanziati dall’azienda e che si estendevano a tutto il
territorio … Ne rimane memoria nello stadio, tuttora
attivo e denominato “Caduti di Brema”, fatto costruire
da Paolo Signorini per ospitare le nascenti glorie della
squadra di calcio della “Barrese”.
… ed i loro risultati
556. I vecchi stabilimenti di Castellammare di Stabia,
San Giovanni a Teduccio, Torino, Mondragone e Paestum
vengono ampliati e modernizzati … e sorgono, da zero,
gli impianti di Taranto, Pontecagnano, Pagani, Vignola
in provincia di Modena, Asti, Porto Ercole presso
Orbetello, Vieste Garganico in provincia di Foggia,
Sezze Romano, Mariano di Parma …
557. Sorge, in particolare, il nuovo grande stabilimento
di Viglièna, sulla spiaggia di San Giovanni a Teduccio,
frutto della collaborazione con la
Continental Can Company
e
meraviglia della tecnica dell’epoca, entrato in
produzione nel 1932 per la fabbricazione di 600.000
scatoli di banda stagnata al giorno: il più grande
d’Europa, ancora negli anni Sessanta del Novecento. E
contestualmente nasce anche “La Lattografica”, una
società specializzata nella litografia della
banda stagnata.
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Lo stabilimento fatto costruire da Paolo
Signorini a Vigliena |
558. Sorge a Capua uno zuccherificio, capace di produrre
70.000 quintali di zucchero l’anno, impegnando 5.600.000
bietole: un impianto che è il primo esempio di
trasferimento dell’industria saccarifera nell’Italia
meridionale.
559. Sorgono da zero, trasformando terre in condizioni
di abbandono, ben 5 aziende agricole modello … l’azienda
della Fagianeria, a Piana di Caiazzo, laddove su
terreni un tempo acquitrinosi, dominio di bufale
selvagge, si eleva un complesso zootecnico che desta
l’ammirazione di tecnici italiani e stranieri per
l’avanzata concezione … l’azienda della Balzana,
in
località Santa Maria la Fossa, con 400 capi di
bestiame …
La
Cirio è la prima in Italia a importare addirittura, per
via aerea, dal Canada, tori “di alta genealogia”, per
garantire la migliore qualità possibile dell’armento.
Investe nel latte Berna, prodotto inizialmente in
comproprietà con la Nestlè di Vevey, e poi in proprio,
dopo il divorzio dal colosso svizzero.
560. Mette radici nelle Americhe. Negli USA viene creata
la “Cirio Inc.”, con sede a New York 101 Park Avenue,
per curare direttamente la vendita nel grande mercato di
oltre Atlantico, e si stabiliscono
importanti rapporti di collaborazione agro-industriale
in Argentina ed in Brasile con l’Istituto Brasileiro do
Cafè.
561. Ma sopra tutto, come noto, l’immagine della Cirio
nel mondo è legata ai celebri pomodori pelati della pura
qualità “San Marzano”: il più tipico ortaggio campàno,
esaltato fin dalla mitologia antica, ed opportunamente
valorizzato … “dopo la Venere di Milo, non c’è niente al
mondo di più perfetto del San Marzano”.
Come natura crea, Cirio
conserva
562. “Certo è che, agli inizi degli anni Sessanta,
quando questo imponente apparato trova la sua
articolazione compiuta in 15 stabilimenti, che hanno nel
triangolo Napoli-Caserta-Salerno il loro centro vitale,
la Cirio di Paolo Signorini può rivendicare il
giusto orgoglio di un primato assoluto, basato
sulla più ampia diversificazione produttiva:
-
dalla preparazione di pomodori pelati, concentrato di
pomodoro, sottaceti, legumi in scatola, frutta allo
sciroppo, confetture, che è il privilegio di San
Giovanni a Teduccio, alla fabbricazione di scatole di
latta, di cui Viglièna è all’avanguardia;
-
dalla produzione di pomodori pelati e legumi freschi a
Castellammare di Stabia, all’analogo impianto di Pagani;
-
dalle rinomate salse di pomodoro, prodotte a Paestum,
Mondragone e Sezze Romano, all’inscatolamento di
pomodori pelati e concentrati di pomodoro a Pontecagnano;
-
dalla lavorazione di ciliege e conserve di pomodoro a
Vignola, alla fabbricazione di carciofi in scatola a
Sezze Romano;
-
dalla lavorazione di piselli e del tomato Ketchup
“Rubra” a Villafranca, alla produzione di acciughe e
sardine all’olio a Porto Ercole e a Vieste Garganico;
-
dal latte condensato ed evaporato a Sala Consilina, alla
produzione di zucchero a Capua.
Ed
ancora:
-
dagli allevamenti animali di razze pregiate per il
miglioramento del patrimonio zootecnico, agli aiuti
finanziari ai pescatori dei motopescherecci in Adriatico
e nel Tirreno per la pesca delle sardine; alle vaste
tenute e ai vivai di frutteti.
563. E’ una grande azienda integrata, in cui i vari
impianti in essa articolati lavorano razionalmente alla
stessa causa, senza dispersione di energie lavorative ed
economiche”.
E
lo slogan pubblicitario “Come
natura crea, Cirio conserva”
entra a far parte dell’inconscio collettivo, non solo
degli italiani.
La nave senza il capitano
564. Ma quando Paolo Signorini muore, il 1°aprile del
1966, nell’antica Villa vesuviana di Resìna da lui fatta
restaurare e che ancor oggi porta il nome di “Villa
Signorini”, si spengono anche il cuore e la mente del
vasto corpo della “Cirio”.
Senza l’antico capitano che stava ogni giorno al timone,
la nave comincia a sbandare sempre più vistosamente:
prima si incaglia nelle sabbie mobili del sistema delle
Partecipazioni Statali e poi naufraga sugli scogli delle
successive privatizzazioni truffaldine
politico-affaristiche …
 |
|
Villa Signorini - Via Roma, 43 Ercolano -
Napoli |
565. Infine, il glorioso stabilimento di San Giovanni a
Teduccio, ridotto quasi allo stato di rudere dopo un
lungo periodo di abbandono, è acquisito dall’Università
di Napoli, che ne fa una delle sue sedi. E così … (vedi
l’immagine sottostante).
 |
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Presentazione del libro in occasione del
centenario della morte di Pietro Signorini |
Vincenzo Del Gàizo
(1844-1905)
566. Francesco Cirio era piemontese. La famiglia
Signorini era lombarda. Tutta napoletana è invece la
parallela vicenda della famiglia Del Gàizo.
Vincenzo Del Gàizo
fu, insieme a Francesco Cirio, un pioniere
dell’industria conserviera in Italia e, come lui,
impegnato primariamente nell’esportazione di
prodotti agricoli.
Nel 1880, diede vita ad una piccola azienda che man mano
indirizzò verso la produzione di ortaggi per i luoghi e
nelle stagioni in cui il prodotto fresco mancava.
Una simile attività era prevalentemente diretta verso
l’esportazione: soprattutto negli Stati Uniti, laddove
aveva successo presso gli emigrati italiani legati alle
loro abitudini alimentari, “per la buona qualità del
prodotto, e per la competitività del prezzo dovuta ad un
costo del lavoro tenuto molto basso”.
567. Vincenzo si trasferì perciò negli Stati Uniti,
lasciando l'azienda alla moglie ed ai figli, fra i quali
Luigi apparve subito il più interessato e capace.
Così, mentre il padre continuava i suoi viaggi americani
per espandere e consolidare l'area di mercato della sua
azienda, il giovane Luigi, non ancora ventenne, assumeva
l'onere della conduzione, coadiuvato dai fratelli
Florindo e Pasquale.
Luigi Del Gàizo
(1881-1953) e i suoi fratelli
568. Nell’anno 1900, precedendo sia pur di poco i
Signorini, i Del Gaizo impiantarono a San Giovanni a
Teduccio (Napoli) il primo stabilimento conserviero
con macchinari moderni e tecnologicamente avanzato.
Nel 1905, però, moriva improvvisamente Vincenzo Del
Gaizo, e fu deciso che fosse Florindo a trasferirsi a
New York.
Solo una decina di anni dopo, nell'estate del 1914,
Luigi Del Gaizo otteneva il significativo riconoscimento
della nomina a “Cavaliere del Lavoro”, per aver
trasformato, con genialità di indirizzo organizzativo
e tecnico, … una modesta azienda conserviera ... in uno
dei maggiori organismi industriali italiani di conserve
alimentari.
569. La Prima Guerra Mondiale favorì ulteriormente la
crescita dell’azienda: questa volta, i destinatari non
erano più soltanto gli italiani emigrati in America, ma
i soldati italiani in trincea al fronte, per i quali lo
Stato doveva necessariamente approntare proficui appalti
di fornitura.
Grazie dunque alla patriottica “partecipazione allo
sforzo bellico”, Del Gaizo si ritrovò, dopo la guerra,
con un capitale notevolmente accresciuto, che utilizzò
per diversificare gli investimenti, fino ad allora
concentrati nel settore conserviero, attraverso
“partecipazioni azionarie” alla proprietà di banche e di
aziende di altri settori.
La “Del Gàizo-Santarsiero”
570. Nel novembre del 1920, unì la sua azienda a quella
dei fratelli Santarsiero, che operavano con successo a
Castellammare di Stabia.
Fu così costituita la Del Gaizo-Santarsiero & C.,
Società per azioni di conserve alimentari in San
Giovanni a Teduccio, con Luigi Del Gaizo amministratore
delegato, ed un capitale sociale di 4 milioni, al quale
partecipavano:
-
per il 72,5%, in uno col conferimento di fabbricati e
macchinari, i 5 fratelli Del Gaizo (Luigi, Florindo,
Pasquale, Antonio e Raffaele) ed il cognato Giuseppe
Zomack;
-
per il 19,5%, i fratelli Vincenzo e Giuseppe Santarsiero;
-
per il 4% ciascuno, l'industriale Gianserico Granata ed
il banchiere Caprioli.
 |
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Operaie dell'industria Del Gaizo
Santarsiero - foto Parisio |
571. L’unione si rivelò subito felice. Il fratello
Florindo continuava ad operare negli Stati Uniti, mentre
Luigi e Pasquale, con i Santarsiero, si impegnavano a
raggiungere una sempre maggiore potenzialità produttiva.
Così, nel marzo del 1923, fu deciso di raddoppiare il
capitale da 4 ad 8 milioni, ed in pochi anni venne
portato fino a 20 milioni.
La situazione nel 1925
572. All’apice del suo successo imprenditoriale,
nell’ottobre del 1925, al Primo Congresso per lo
sviluppo economico del Mezzogiorno, organizzato dal
Commissario straordinario della Camera di commercio di
Napoli Biagio Borriello, Luigi Del Gaizo svolse una
importante relazione sull'incremento dell'industria
delle conserve alimentari.
Egli articolò il suo intervento in tre punti:
intensificazione della produzione agricola;
miglioramento della stessa; industrializzazione
nazionale della produzione agraria.
Osservò come esistessero in Italia già 500 stabilimenti,
e ormai l'industria conserviera avesse raggiunto il
sesto posto nel complesso dell'esportazione nazionale.
Per l'immediato futuro, c'era da prevedere un ulteriore
incremento del settore, dovuto anche al provvedimento
governativo di riduzione della tassa di
fabbricazione dello zucchero, destinato alla lavorazione
di marmellate e frutta zuccherata, da 400 a 100 lire al
quintale.
573. Ed un ancor più grande sviluppo degli stabilimenti
della provincia di Napoli sarebbe stato possibile,
soprattutto se si fosse realizzato il disegno, del quale
il Del Gaizo era uno dei principali sostenitori, di
allargamento della zona franca industriale di Napoli,
includendovi il comune di San Giovanni a Teduccio, per
consentire lo sfruttamento dei vantaggi previsti dalla
legislazione speciale per la città.
A questa richiesta, il nascente regime fascista
accedette invero prontamente, attraverso il Règio
Decreto N°2183 del 15 novembre 1925, pubblicato
sulla Gazzetta Ufficiale N°293 del 18 dicembre 1925,
recante la: “Aggregazione al Comune di Napoli dei Comuni
di Barra, Ponticelli, San Giovanni a Teduccio e San
Pietro a Patierno”.
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Il Prefetto e il Federale in visita allo
stabilimento Del Gaizo -Santarsiero di San Giovanni a
Teduccio |
La crisi del 1929
574. A partire però dagli anni Trenta, anche il settore
conserviero fu, progressivamente ed in modo sempre più
grave, colpito dagli effetti della crisi mondiale del
1929, così come più tardi dalla politica
autarchica del regìme, che osteggiava le
esportazioni.
In particolare, ed inoltre, la Del Gaizo-Santarsiero
perdeva terreno rispetto all'altra leader del
settore, la Cirio di Paolo Signorini.
Luigi Del Gaizo dovette quindi abbandonare la posizione
di relativo distacco, fino ad allora mantenuta, ed
avvicinarsi maggiormente al regime, riuscendo così ad
ottenere, nell’autunno del 1934, in una situazione di
particolare difficoltà per l’azienda, un importante
sussidio governativo di 10 milioni di lire.
575. La tendenza negativa tuttavia continuò, non solo
per la Del Gaizo-Santarsiero, ma per tutto il
settore conserviero in Campania, penalizzato a favore di
altre regioni, anzitutto l’Emilia.
Comunque sia, nel 1939, alla vigilia della guerra
mondiale, la Cirio aveva un capitale di 61
milioni e circa 5.000 dipendenti; la Del
Gaizo-Santarsiero aveva invece ridotto il suo
capitale a 12 milioni, con 4.000 dipendenti.
La guerra e dopo
576. Durante la Seconda Guerra Mondiale, anche lo
stabilimento Del Gaizo, come quello di Corradini (vedi
sopra) e tanti altri, fu quasi totalmente distrutto dai
bombardamenti anglo-americani.
Dopo la guerra, e caduto il fascismo, Luigi Del Gaizo
fece ricostruire la sua fabbrica e partecipò attivamente
alla rinascita dell’Unione degli Industriali, cercando
sempre, tuttavia, di mantenere una certa distanza dalla
politica.
577. Così, nel novembre del 1952, fu nominato presidente
dell’Istituto per lo sviluppo economico dell’Italia
meridionale (I.SV.E.I.MER.), istituto di credito
industriale costituito dal Banco di Napoli e dalla
Cassa per il Mezzogiorno, perché la sua figura dava
garanzie di competenza e di indipendenza rispetto alle
pressioni partitiche.
Ma dopo soli pochi mesi, il 14 aprile 1953, proprio
durante una riunione del Consiglio di amministrazione,
incontrò improvvisa morte, all’età di 72 anni.
Una visita a Barra nel
1902
578. Nel contesto generale fin qui descritto, si
inserisce la vicenda specifica di Barra. Secondo i dati
del censimento del 1901, Barra aveva in
quell’anno 11.975 abitanti, su un territorio di 841
ettari.
Vi erano: 3 fabbriche di prodotti chimici; 3 fabbriche
di conserve alimentari; 2 concerie di pelli; 1 industria
per la macinazione di cereali; 1 fabbrica di spirito,
con annesso opificio per la correzione dell’alcool; 1
opificio per la tessitura della seta; 1 segheria; 1
fabbrica di botti e barili; 1 fabbrica di corde
armoniche.
579. Il territorio rimaneva comunque fondamentalmente
agricolo, come nei secoli precedenti.
La “Rivista Agraria” diretta dal prof. Oreste Bordiga,
in data 2 febbraio 1902 (anno XII, n°5, Pòrtici),
riporta la seguente interessante descrizione di “Una
gita nell’agro di Ponticelli”,
che riguarda, come vedremo, anche il territorio di
Barra:
“… Si passò allora ad una visita delle circostanti
campagne, tutte ad orti, che offrono l’esempio della
coltura più intensiva.
Esse fanno parte di quella conca fertilissima che
sta fra le pendici occidentali del Vesuvio ed i colli di
Poggioreale e Capodichino, salendo dal mare alla linea
d’impluvio che la separa dal bacino dei Règi Lagni.
Questa regione, attraversata dal Sebéto,
comprende il territorio della Volla o Bolla e le paludi
o orti ad oriente di Napoli e nei territorii di S.
Giovanni, Barra, Cèrcola, Ponticelli, etc.
 |
|
Contadini delle paludi - 1837 |
580. Meno di un secolo fa, essa era in gran parte
pantanosa, ed ora è pressoché tutta coltivata ad
ortaglie, il cui affitto varia dalle 450 alle 900 lire
ad ettaro.
La facilità di avere concimi organici, abbondanti ed a
buon mercato, dalla città di Napoli e dai grossi centri
vicini, è quella che favorisce più di tutto la coltura
in parola, i cui prodotti poi trovano ivi appunto un
larghissimo mercato di consumo.
A tutto questo, si aggiunge poi l’esistenza di una falda
d’acqua sotterranea che nell’estate, in taluni luoghi,
non è più profonda di 2 metri e nei punti più elevati
non trovasi al di là di 7 ad 8, e serve ad una copiosa
irrigazione, elevandola col mezzo di norie o
centimoli.
Di queste, oggidì un gran numero è con secchi di zingo e
maneggi ed ingranaggi di ferro; però se ne incontrano
tuttora molte costruite in legno e così rozzamente da
non poter utilizzare che una minima quota della forza
dell’animale che le muove”.
 |
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Contadini delle paludi in una stampa
dell'Ottocento |
Gli aspàragi del Sig.
Carmine Perna
581. Fatta questa descrizione generale, il racconto poi
prosegue:
“Ci recammo a Barra, dove visitammo terreni e
stabilimento del bravo orticoltore sig. Carmine Perna
e specialmente le sue asparagiàie. Esse coprono
diverse moggia di superficie e vengono piantate con
zampe che il sig. Perna ottiene da apposito tratto,
mediante la semina delle piantine.
Lungo il muro che circonda l’orto, egli ne ha pure
impiantato una per la produzione di asparagi precoci,
che comincia a raccogliere in questi mesi
(gennaio-febbraio) e che gli fruttano una discreta
somma di danaro. Ed ecco come procede per ottenerli…”
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Asparagi (Asparagus officinalis) |
E non solo aspàragi …
582. “Nella ortaglia che possiede, il sig. Perna coltiva
estesamente pomodori che, nel piccolo
stabilimento suo, converte subito in conserva.
Ivi attende pure alla preparazione di frutta
giuleppate ed in sciroppi in iscatole di latta:
industria che da noi avrebbe assai più largo avvenire,
se non vi fosse d’ostacolo l’eccessiva carezza dello
zucchero, dovuta agli aggravi fiscali.
Nella zona da lui posseduta, il sig. Perna piantò filari
di peschi, oggidì ancora novelli, con un ordine e
una simmetria che raramente si riscontrano in questo
paese, ma che sono tanto necessari alla buona coltura
delle piante fruttifere. Il modo con cui la chioma dei
peschi era stata preparata e disposta colla potatura
rivelava da sé il buon frutticoltore”.
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Alberi di pesco (Prunus pèrsica) |
Anche dopo la nascita
della “zona franca industriale”
583. Anche la Legge speciale del 1904, e la conseguente
crescita della “zona industriale” ad oriente di Napoli,
non mutarono sostanzialmente il dato di fatto della
prevalenza, in Barra, dell’economia agricola.
Infatti, nel 1911, il dott. Teodoro De Caprariis,
Assistente della Cattedra Ambulante di Agricoltura per
il Molise, e già Addetto all’Ufficio di Statistica
Agraria di Portici, in un suo scritto su “Gli orti
irrigui di Napoli”,
osservava:
“E’ qui senz’altro noto che, in conseguenza
dell’ampliamento della cinta della città, e specialmente
per la formazione della zona franca industriale,
si è oggi verificata la graduale scomparsa delle più
vicine e classiche padùli di Napoli, le quali si
potevano considerare come la vera dispensa dei
commestibili orticoli giornalieri per la grande
metropoli partenopea.
E’ prematuro dire se ciò sia stato un bene o un male, e
non tocca a me sostenere l’una o l’altra tesi a tal
proposito.
584. Certo è che, per naturale conseguenza, si è avuta
la intensificazione degli orti irrigui più
distanti, con la completa trasformazione in colture
orticole dei terreni migliori dei Comuni finitimi dianzi
indicati (S. Giovanni a Teduccio, Barra,
Ponticelli e S. Pietro a Paterno).
E ciò era necessario per poter soddisfare le maggiori
richieste dei consumatori, e il crescente bisogno, a
causa del progressivo aumento della popolazione della
città di Napoli per la iniziata trasformazione
industriale”.
Vantaggi
e limiti dell’economia padulàna
585. Nel 1911, il De Caprariis descrive un territorio
sostanzialmente simile a quello del 1902, elogiando la
fertilità naturale del suolo vulcanico, la copiosa
irrigazione garantita dal Sebéto e dalla falda acquifera
superficiale, la concimazione organica con spazzature e
letame delle stalle della città, la mitezza del clima,
etc …
“E così, l’intima unione dell’interesse dell’uomo e
delle favorevoli condizioni naturali, rende oltremodo
eccezionale lo sfruttamento dei terreni destinati a
padùli.
Dai conti analitici riportati, appare evidente l’utile
netto della coltura, che l’ortolano ricava in misura
piuttosto soddisfacente.
586. Questi però potrebbero rendere molto di più, se
fossero maggiormente conosciuti e diffusi i progressi
dell’orticoltura straniera: la introduzione di nuove
varietà di ortaggi, la tecnica delle primizie,
etc.”
In tal modo “si otterrebbero senza dubbio prodotti
grossi, belli e delicati, tali da guadagnare i migliori
mercati di consumo … e da superare quelli delle più
raffinate colture orticole francesi.
Ma purtroppo la produzione degli ortaggi è ancora, nelle
nostre padùli, affidata a rozzi ortolani,
ignoranti di ogni progresso scientifico, malgrado che
sieno lavoratori costanti e affezionati all’arte loro”.
Come vive il
padulàno all’inizio del Novecento
587. Quest’ultima osservazione permette al De Caprariis
di iniziare a descrivere la vita quotidiana del
“coltivatore degli orti di Napoli”:
“Il padulàno ha l’abitazione nell’orto, come è
agevole vedere dalle tipiche e bianche casette
coloniche, ora isolate, ora aggruppate a tre, a quattro,
disseminate in gran numero nella zona ortense del
territorio di Napoli.
Generalmente sono costituite da due ambienti a
pianterreno: cucina e piccola stalla. Il piano
superiore, a cui si accede per la scaletta esterna in
muratura, si compone di una o due camere da letto, a
seconda dell’importanza dell’orto e della famiglia.
A ridosso della casetta, negli orti in cui l’irrigazione
si effettua con le acque tratte dal sottosuolo con la
nòria (‘o ‘ngegno), vi è la vasca in muratura per
la raccolta dell’acqua, che serve pure a lavare le
ortaglie, prima di portarle al mercato. Dalla vasca
parte il canale di irrigazione principale, costantemente
in muratura.
La nòria, coperta quasi sempre da una tettoia, è mossa
dall’asinello o da un piccolo cavallo, i quali, come
vedremo in appresso, formano parte principale del
capitale dell’ortolano.
588. Di fronte alla grande produzione dell’orto, …
l’ortolano ha bisogno di un capitale di scorta
relativamente piccolo.
Oltre agli attrezzi semplici e comuni, occorrenti per la
lavorazione del terreno, come zappe, vanghe, zappette o
sarchielli, rastrelli, piantatoi, cesti, corbi, corbelli
per la raccolta dei prodotti, l’ortolano possiede un
asinello o un piccolo cavallo e un carretto, col quale
al mattino, di buona ora, trasporta gli ortaggi per
venderli al mercato o in giro per le vie della città,
donde ritorna col carretto carico di immondizie o
letame.
Egli ha bisogno di capitale circolante solo per
l’acquisto di semi (qualora non li produca
direttamente), di piantine, di sostanze
anti-crittogamiche ed insetticide, e di qualche concime
azotato (nitrato di soda o solfato ammonico) che appena
da qualche anno in qua incomincia ad usare.
E’ rarissimo che l’ortolano ricorra a mano d’opera
avventizia, perché tutto il lavoro occorrente per l’orto
viene fatto dalla famiglia”.
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Contadina delle paludi |
Il Comune di Barra nel
periodo giolittiano
589. Contadini e piccola plebe paesana, che costituivano
la gran maggioranza della popolazione, continuavano
comunque a non avere diritto di voto, e
l’amministrazione comunale rimaneva nelle mani di una
piccola minoranza di piccoli borghesi.
Dal
punto di vista normativo, abbiamo visto che, nel 1889,
il Crispi aveva modificato la Legge sulle
amministrazioni comunali e provinciali del 1865: anche
in base alla nuova legge, tuttavia, nei Comuni con meno
di 10.000 abitanti (e Barra era allora fra questi), i
Sindaci continuavano ad essere nominati dal governo con
Règio Decreto.
L’elezione del Sindaco da parte del Consiglio
comunale venne estesa a tutti i Comuni solo
con la Legge n°346 del 29 luglio 1896, confluita poi nel
Testo Unico n°164 del 4 maggio 1898. Nuovi testi unici
furono successivamente emanati nel 1908 e nel 1915, ma
senza apportare modifiche sostanziali.
Il
Sindaco rimaneva in carica 3 anni ed era sempre
rieleggibile, purché conservasse la carica di
consigliere comunale, perché potevano candidarsi solo i
consiglieri comunali in carica; era eletto a scrutinio
segreto; la seduta era valida solo se presenti i due
terzi dei consiglieri assegnati al Comune.
Beniamino Caccavale, dal 1896 al 1899, e poi Antonio
Napolitano, furono perciò i primi due Sindaci ad essere
eletti in seno al Consiglio comunale.
590. Si deve anche osservare che, dal 1°gennaio 1903,
Barra diventò Comune “aperto” ai fini del “dazio sul
consumo”:
“Trasformazione tributaria sui nuovi bisogni e servizi”
(Delibera N°276 del 6 ottobre 1902).
“Approvazione in seconda lettura, giusta autorizzazione
prefettizia, del deliberato sulla trasformazione
tributaria” (Delibera N°281 del 12 ottobre 1902).
Il Cavalier Augusto
Sanfelice di Bagnoli (marzo-settembre 1904)
591. Dopo la “Accettazione delle dimissioni del Sindaco
Sig. Napolitano Antonio” (Delibera N°475 del 7 marzo
1904), arrivò un terzo Règio Commissario
Straordinario: il Cav. Augusto Sanfelice di Bagnoli.
592. A questo terzo Commissario, oltre le attività
consuete di verifica e riordino degli uffici comunali,
di riassetto economico e normativo del personale, etc.
si deve la importante “Istituzione di un Ufficio Tecnico
Municipale” (Delibera N°19 del 14 giugno 1904).
Fu
lui altresì ad avviare le procedure per la costruzione
della Traversa Spinelli (“una
piccola traversa stradale di accesso alla fermata
sezionale del tram”).
593. Fronteggiò inoltre baldanzosamente uno sciopero
dei macellai barresi che chiedevano “un aumento sui
prezzi per la vendita di carne vaccina macellata, per
scarsezza di bestie” e fecero “mancare la carne per
parecchi giorni”.
“Considerato che, in questo stato di cose, non pochi
cittadini e villeggianti reclamarono insistentemente a
questa Amministrazione un efficace intervento, per
assicurare ai diversi infermi un alimento tanto
necessario, e vista inutile ogni trattativa … altro
rimedio non v’era che mettere in vendita la carne per
conto del Municipio”.
Sanfelice, per non cedere alle richieste degli
scioperanti, organizzò quindi addirittura una sorta di
provvisoria “macelleria comunale”, ma questo provocò per
il Comune “una eccedenza di spese di lire 270,36 da
sgravarsi sul fondo spese impreviste”.
Il marchese Cesare De
Riso (settembre 1904 – luglio 1905)
594. Il nuovo passivo finì dunque sulle spalle del
successivo Sindaco, che fu il marchese Cesare De Riso,
il quale non poté far altro che …
“Applicazione della sovra-imposta comunale per
l’anno 1905” (Delibera N°18 del 10 novembre 1904).
595. Il marchese De Riso restò in carica solo pochi
mesi:
“Insediamento del nuovo Consiglio comunale” (Delibera
N°1 del 20 settembre 1904).
“Nomina del Sindaco, in persona del Sig. Marchese Cesare
De Riso” (Delibera N°2 del 20 settembre 1904).
“Accettazione delle dimissioni del Sindaco Sig. De Riso
Cesare” (Delibera N°56 del 21 luglio 1905).
596. Oltre a ratificare gli Atti del precedente
Commissario Sanfelice, cercò di fare una politica di
contenimento delle spese e di risanamento del bilancio,
che durò tanto poco quanto il suo mandato.
Di
lui si possono però meritoriamente menzionare:
-
“Regolarizzazione di fitto col Sig. Torricelli
Arcangelo per locale scolastico
(Delibera N°45 del 2 giugno 1905);
-
“Approvazione del Regolamento della Banda Civica
Municipale” (Delibera N°52 del 2 giugno 1905), della
quale diremo più estesamente a suo luogo.
Il Sindaco Cristoforo
Caccavale (1905-1918)
597. Successore del marchese De Riso fu Cristofaro
Caccavale, che può essere considerato il vero e
proprio Sindaco “giolittiano” di Barra e rimase in
carica, fra alti e bassi, dalla metà del 1905 fin quasi
al termine della Prima guerra mondiale, allor quando,
esattamente il 10 febbraio 1918, arrivò il decreto di
scioglimento del Consiglio comunale, con nuovo (e
quarto) commissariamento del Comune … ahi noi! … per
irregolarità e malversazioni “grossolane” almeno quanto
quelle di circa 45 anni prima (1873).
598. Il Caccavale dovette confrontarsi con problemi
“tradizionali” come quello del cimitero e quello dei
“cani vaganti”, le eruzioni del Vesuvio e “le lave
dell’acqua”, ma anche fare i conti con le “modernità”
del Novecento, come l’elettrificazione e la ormai
imprescindibile esigenza di impiantare le condutture
idriche.
Le seppellitrici (1905)
599. Per il cimitero, si era da tempo provveduto alla
“Approvazione del progetto per la costruzione di una
casa sul cimitero per il custode” (Delibera N°630
del 20 marzo 1884).
Il Comune provvedeva regolarmente a nominare il custode
e l’aiuto-custode, nonché il prete cappellano, e queste
nomine, salvo casi eccezionali, erano a tempo
indeterminato ovvero fino al pensionamento.
600. I posti di “seppellitore”, invece, erano ancora, di
fatto se non più di diritto, appannaggio ereditario
di alcune famiglie e, in assenza di eredi maschi,
ereditavano le donne:
“Visto che, nel bilancio comunale, alla voce assegno
al personale del cimitero trovansi due stanziamenti:
per annue lire 153 ad una seppellitrice, e di
lire 72 ad una supplente… le cui funzioni erano e
sono disimpegnate dalle nominate Concetta Bruno e
Cristina Balisciano, madre e figlia, …
Visto altresì il decesso della seppellitrice titolare
Concetta Bruno, per il che occorre il rimpiazzo
nell’interesse del servizio necroscopico …
DELIBERA
nominare Cristina Balisciano seppellitrice titolare
di questo cimitero, con l’assegno annuo di lire 153 da
pagarsi a rate mensili di lire 12,75 … e di abolire e
sopprimere il posto di aiutante seppellitrice”.
Quando Cristina Balisciano avrà dei figli, si vedrà …
I cani: tasse, accalappiatori e pubblico canile
601. Per i cani, vi era ovviamente l’apposita tassa,
confermata anche dalla Legge crispina del 1889,
e diligentemente regolamentata dal Comune:
“Approvazione di regolamento per la tassa sui cani”
(Delibera N°80 del 5 dicembre 1889).
“I 1.000 cani di Barra garantiranno un introito
di Lire 10.890, derivanti da: Lire 8 per ogni cane
denunziato; Lire 4 per cani da caccia e mastini da
guardia; Lire 1 per tutti quelli non compresi negli
esenti …” Erano infatti esentati “i cani adibiti alla
guardia delle greggi e i cani-guida per non-vedenti”.
Non tutto, però, poteva essere regolamentato. E così …
“La Giunta comunale …
in seguito alla seduta del 18 settembre 1906, delibera
che … dal bilancio corrente, fondo disponibile … sia
prelevata la somma di lire 45 a favore degli
accalappiatori di cani vaganti Francesco Piccolo e
Antonio Della Monica che, previa disposizione della
competente autorità municipale, eseguirono in questo
Comune la razzia per numero 45 cani vaganti nello
intervento di due notti …
in data 18 luglio 1910, delibera pagarsi la somma di
lire 3,50 al falegname Gennaro Russo, in transazione
della somma di lire 4, quale importo per la riparazione
della porta di ingresso del pubblico canile ove
vengono rinchiusi i cani vaganti …”
Inizia l’elettrificazione
della Circum-vesuviana (1905)
602. Delle vicende della Circum-vesuviana di Barra,
abbiamo già scritto: dalla sua nascita nel 1890 come
“Società Anonima Ferrovia Napoli-Ottajano”, con un solo
binario e con trazione a vapore
[204], alla sua acquisizione da
parte della Società Meridionale di Elettricità (SME) di
Maurizio Capuano nel 1901[205].
Nel 1904, la stazione di Barra era ormai stazione-bivio
per le due linee che “avvolgevano” tutta la base del
Vesuvio, e cioè la Napoli-Ottaviano-Sarno e la
Napoli-Pompei-Poggiomarino: complessivamente, erano
circa 64 km di strada ferrata, che attraversava 23
Comuni: tutto con un solo binario e con trazione a
vapore.
603. La più recente Napoli-Pompei-Poggiomarino
venne modificata con treni a trazione elettrica a
partire ufficialmente dal 25 marzo 1905, mentre la più
antica Napoli-Ottaviano-Sarno rimase a vapore
fino al 1926, quando furono ultimati i lavori di
elettrificazione dell’intera linea.
L’eruzione del Vesuvio
nell’aprile del 1906
604. La “nuova” ferrovia circum-vesuviana della SME, ed
in particolare il suo tratto appena elettrificato,
ebbero, è proprio il caso di dirlo, il loro “battesimo
del fuoco” in occasione dell’eruzione del Vesuvio nel
1906.
605. “Veri miracoli ha compiuto, in questi giorni, la
Circum-vesuviana e tutti quei valentuomini che ne sono
l’anima, la forza, l’organismo: da Giuseppe Sirignano a
Emanuele Rocco al direttore Ingarami, tutti quanti
meritano la simpatia profonda e la profonda gratitudine
della gente, giacché è a loro, è alla loro abnegazione,
se la Circum-vesuviana ha potuto riattivare mirabilmente
i suoi trasporti, rendendo così servigi immensi
all’opera di salvataggio, prima, e dei soccorsi
organizzati, dopo …
Poiché la graziosa, simpatica ferrovia che abbraccia il
Vesuvio ed è abituata a trasportare quietamente un
migliaio di persone, diciamo così, al giorno, non può
trasportarne 50 mila. Ma ha fatto miracoli questa
ferrovia … sdoppiando, triplicando i suoi treni,
dall’alba a mezzanotte, partendo con le sue piattaforme
zeppe, coi suoi vagoni gremìti, subendo gli assalti più
impetuosi ad ogni piccola stazione intermedia …”
606. E’ ancora una volta Matilde Serao
a descrivere gli eventi, in una serie di articoli
apparsi su “Il giorno” e poi raccolti e pubblicati in
volume con il titolo leopardiano “Sterminatòr Vesèvo -
Diario dell’eruzione aprile 1906”.
La Pasqua di Giuseppe
Moscati
607. Quell’eruzione iniziò infatti il 4 aprile 1906 e
divenne progressivamente più intensa con l’apertura di
nuove bocche il 5 e il 6.
Nella notte fra il 7 e l’8 aprile, si ebbe l’evento
forse più impressionante: lo sprofondamento della parte
superiore del cono del Vesuvio, a causa del quale
l’altezza del vulcano si abbassò, con un forte
terremoto, da circa 1.335 a circa 1.100 metri, tanto che
la cima del Vesuvio, che allora si trovava più in alto
di quella del Monte Somma, scese ad un livello
inferiore.
608. Il 10 aprile, il giovane medico ospedaliero
Giuseppe Moscati (1880-1927), di sua iniziativa e
contro il parere di superiori e di esperti, corse a
Torre del Greco e riuscì ad evacuare interamente
l’ospedale per gli anziani e i malati psichiatrici,
proprio un attimo prima che crollasse.
Il giorno 15 era la Pasqua. L’eruzione andò scemando a
partire dal giorno 12. Il giorno 21 si considerò
conclusa.
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S. Giuseppe Moscati |
609. I paesi più colpiti furono Ottajano (attualmente,
Ottaviano) e S. Giuseppe di Ottajano (attualmente, S.
Giuseppe Vesuviano); la lava investì e distrusse quasi
interamente anche Boscotrecase e si fermò a circa 100
metri da Torre Annunziata. Alla fine, si contarono 216
morti e 112 feriti.
Anche a Napoli si ebbero 11 morti e 30 feriti, per il
crollo di una tettoia del mercato di Monteoliveto, oltre
ai danni e crolli provocati dalle scosse in varie
abitazioni ed edifici pubblici.
Turisti nella catastrofe
610. L’evento divenne subito una sorta di attrazione
turistica per la “buona” borghesia italiana e straniera
dell’epoca … Lo constatava, con disappunto, la stessa
Serao, fin dal giorno 9:
“Non vada, no, solo, la gente in quei luoghi, ove le
scene della catastrofe vesuviana si svolgono in tutto il
loro orrore, per curiosità frivola e spregevole,
ma con occhi di compassione, ma con anima di carità!
Non sia uno sport visitare i paesi deserti e
squallidi, e le contrade ove la negra montagna della
lava si avanza in onde di pietre e in onde di fuoco; non
sia uno svago da narrare, al ritorno, fra le amiche e
gli amici, scendendo dal treno, dalla vettura, dagli
auto-mobili!”
611. “Ironia delle cose! Da giovedì scorso, 5 aprile, in
cui cominciò a piovere cenere dal Vesuvio … gli uffici
postali nostri hanno fatto partire oltre 4.000
scatolette di legno … Queste singolari scatolette
contenevano cenere del Vesuvio ... Sono inviate sino in
Australia, ma specialmente in Inghilterra e in America …
E si è osservato costantemente che questi invii eran
fatti da nomi stranieri: vale a dire che tutti i
forestieri di passaggio qui, o stabiliti a Napoli, o
venuti per veder l’eruzione, avevano pensato
immediatamente a raccoglier un poco di cenere, a
chiuderla in una scatoletta, e a inviarla ai loro
parenti, ai loro amici, alle loro innamorate, ai loro
flirts. Così!”
I
soldati
612. Gli “eroi” di quella eruzione, come scrisse Matilde
Serao, furono i soldati: prontamente inviati dal Governo
per i primi soccorsi alle popolazioni, i soldati si
impiegarono a liberare dalla cenere strade, campi e
cortili, a demolire case pericolanti, custodire beni
mobili e preziosi abbandonati, seppellire i morti,
portare i feriti agli ospedali, agevolare la fuga delle
persone verso i paesi vicini …
Barra nell’eruzione del
1906
613. Il territorio di Barra fu coinvolto soprattutto nel
fenomeno della “pioggia di cenere”. Nei Registri degli
Atti della Giunta Comunale di quell’ anno 1906 troviamo
le tracce di quel che avvenne:
“Per i gravissimi danni arrecati dall’eruzione del
Vesuvio, e dalla conseguente pioggia di cenere e
lapillo, … i proprietari e gli agricoltori hanno avuto
distrutto il raccolto che la terra, con la vegetazione
già inoltrata, prometteva”.
“Il Governo del Re, in considerazione di tali danni, per
venire incontro alle popolazioni della zona vesuviana,
colpita da sì immane disastro, ha ordinato la
sospensione della seconda rata del corrente anno della
imposta erariale. E l’illustrissimo signor
Intendente della Provincia … (ha ordinato) la
sospensione della sovra-imposta provinciale, con
invito a questa amministrazione di provvedere anche per
la sovra-imposta comunale”.
614. A Barra, arrivarono 8 carri di artiglieria per
provvedere allo sgombero della cenere vulcanica da
strade, tetti, giardini, terreni agricoli, etc.
Le truppe furono provvisoriamente “accasermate” (come
avverrà anche nel 1943 per le truppe Alleate durante la
Seconda Guerra Mondiale) nel cosiddetto “bosco Spinelli”
(= giardini e terreni agricoli di pertinenza della Villa
omonima) e rifornite, a spese del Comune, “di numero 4
lumi, numero 2 secchi, una carsella a petrolio, nonché
olio per le lanterne … il tutto fornito dal rivenditore
Carlo Jacone per la somma di lire 8,50 centesimi”.
La disponibilità dimostrata dalla famiglia Spinelli in
quella circostanza contribuì certamente alla scelta del
nome di Francesco Spinelli per la Traversa che proprio
in quel periodo si stava costruendo.
615. I soldati andarono via entro la fine dell’anno 1906
e così, all’inizio del 1907, troviamo che “la Giunta
comunale … constatato che altre parti del paese hanno
bisogno di essere sgomberate dalla cenere che il Vesuvio
ha depositato durante l’ultima eruzione, dà incarico ai
fratelli Cozzolino di sgomberare tutta la cenere
accumulatasi in località Scassone, Oliva, Tierzo e
Rondinella, i cui abitanti hanno espresso,
attraverso una petizione inviata al Sindaco, la
impraticabilità delle strade”.
E troviamo anche i “lavori di falegnameria eseguiti dal
maestro Pasquale Sasso, per la costruzione di alcuni
cassettoni di legno in difesa delle piante ombrellifere
sulla Piazza Umberto I (attuale Piazza De Franchis)
di questo Comune”: retribuiti con lire 69,00.
616. Del 1908, infine, è la “Nomina di un componente
effettivo e di un supplente nel Collegio arbitrale per
determinazione indennità fondi espropriati per
spese in dipendenza eruzione Vesuvio” (Delibera N°46 del
22 agosto 1908).
La contrada “Madonnella”
(1906)
617. A Napoli, in quelle mattine di aprile del 1906, si
trovava anche, come sempre, il padulàno barrese
Zi’ Ferdinando Punzo, per vendere al mercato i
prodotti della sua terra e, in un mucchio di rovine
causate dal terremoto, … “il suo occhio cadde su una
pietra colorata, sulla quale egli riconobbe l’effigie
della Madonna del Carmine. Non sapeva che si trattava di
una lavagna ma gli sembrò bella; senza alcuna
esitazione, caricò quella pietra sull’asino e si
avviò verso casa, senza soldi ma con la pancia piena
(nel frattempo, aveva mangiato 11 porzioni di spaghetti
dal maccarunàro) e una Madonna nella bisaccia”.
Aveva così inizio la piccola storia della Contrada
Madonnella, che avrebbe preso il nome proprio da quella
immagine portata a casa da Zì Ferdinando
[207].
continua
Antonio Ghirelli – “Storia di Napoli”, Ed.
Einaudi, 1973.
“Sud, l’antica fabbrica dell’Homo Faber”,
a cura di Giovanni Cesarino, Giornalista –
Dossier Unione Europea n°1/2009.
Vedi: Nicola De Ianni in “Dizionario biografico
degli italiani” (1988).
Vedi n°51 in “Il periodo liberale dal 1896 al
1900”.
Vedi n°169 in “Il periodo liberale dal 1860 al
1876”.
Vedi nn°42-43 in “Il periodo liberale dal 1896
al 1900”.
Vedi: Antonio Punzo - “La Madonnella – Storia di
una Contrada”, Tipografia Russo, Napoli, 1996.