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Piano dell'opera di Angelo Renzi

La Barra di Napoli nella storia

11.5f Il Periodo Liberale (1900-1914)

di Angelo Renzi

Ti amo e ti odio. Come questo sia possibile,

non lo so. Ma lo sento. E mi tormento.

(da Catullo)

Né con te, né senza di te,

io posso vivere.

(da Ovidio)

olio su tela, 129x100 cm – anno 1705 (ca.). Tolosa, Musée des Augustins. Francesco Solimena (Canale di Serino, Avellino, 4 ottobre 1657 - La Barra di Napoli, 5 aprile 1747) "Ritratto di donna" Una donna, di cui non si conosce il nome, con i suoi gioielli deposti (o da indossare?) in un piatto d’argento: rappresenta forse, allegoricamente, la città di Napoli ... e perché non La Barra?

 

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Quel che sappiamo di Giacomo Corradini …

501. Era nato a Sent, in Svizzera, nel 1844, ed il cognome originario sembra fosse Conradin.

Sent è una località situata in Bassa Engadina, sul lato sinistro del fiume Inn, non molto distante dal confine italiano. Fino al 2014 era un Comune autonomo ma, a partire dal 2015, è stato accorpato al Comune di Scuol, insieme ad altri Comuni parimenti soppressi. Attualmente, Sent conta circa 900 abitanti, e vi è ancora visibile il Palazzo Corradini, edificato nel 1828.   

502. Poco dopo l’unità d’Italia, Giacomo si stabilì a Livorno presso lo zio Casper; di qui, nel 1872, arrivò a Napoli, insieme ad un altro suo compaesano svizzero, presumibilmente il Mathieu[177], e per 10 anni, fino al 1882, esercitò l’attività di “negoziante”, con il cognome italianizzato Corradini.

Nel 1882, come abbiamo visto, acquistò la “Carafa, Cas & C.” costituendo la “Società Metallurgica Giacomo Corradini”, che fu poi ereditata dal figlio Andrea.

503. Alla fine del secolo, la “Metallurgica Corradini” aveva circa 500 operai più 50 impiegati, rispetto ai circa 200 operai del 1882; ed era, nel suo settore, la più importante industria del Sud.

L’azienda fu poi quasi totalmente distrutta dai bombardamenti anglo-americani durante la Seconda Guerra Mondiale e messa in liquidazione nel 1949.

Nel 1956, la “Federazione Italiana dei Consorzi Agrari” acquistò lo “stabilimento metallurgico inattivo … composto, oltre che da padiglione e costruzioni varie ad uso industriale, anche di case di civili abitazioni e di ruderi di fabbricati, per una superficie complessiva di circa 29.169 mq … posta in parte su demanio marittimo in concessione”.

… e di sua figlia Margherita

504. Margherita Mara Corradini, figlia di Giacomo, nata a Napoli il 5 dicembre 1880 e morta a Scuol il 5 luglio 1964, fu una valente pittrice, assai nota nella prima metà del Novecento: perfino il re d’Italia Vittorio Emanuele III si avvalse della sua opera come “ritrattista”.

Margherita ripercorse all’indietro il cammino del padre, nel senso che ritornò a vivere in Svizzera, anche se in realtà viaggiò moltissimo, in tutta Europa ed anche in America, prima per studiare con i più valenti “ritrattisti” dell’epoca e poi per partecipare attivamente alla vita artistica.

Risulta comunque che, nel 1913-14, compì un lungo viaggio a Tripoli con il padre, ormai settantenne; ed un suo quadro, intitolato “Mio padre”, fu esposto alla Biennale di Venezia del 1922.

Margherita Mara Corradini

Il Capo I: come nacque l’acciaieria a Bagnoli

505. Sulla situazione industriale fin qui descritta, calarono dunque le disposizioni della Legge speciale del 1904.

Il Capo I della Legge, all’art. 17, recava: 

“La maggiore escavazione di minerale, prevista nei contratti che regolano l'affitto delle reali miniere dell'Elba, dei terreni ferriferi del Giglio e delle fonderie di ferro di Follonica, rispettati i diritti acquisiti dagli stabilimenti di fusione attualmente esistenti, sarà concessa con obbligo espresso di destinare il minerale escavato, fino a concorrenza di 200.000 tonnellate, a soddisfare i bisogni degli industriali aventi stabilimenti nelle provincie meridionali ed a preferenza in quella di Napoli.

I fonditori che usufruiranno di tale concessione avranno dal canto loro l'obbligo di dare i loro prodotti, portati a Napoli, ad un prezzo non maggiore di quello che per tali prodotti si praticherà in Genova”.

L’ILVA a Bagnoli

506. “A sollecitare quell’art.17 erano stati in particolare due imprenditori locali, Carlo Betocchi e Teodoro Cutolo, cointeressati nella Società Ferriere Italiane, grossa impresa che progettava l’ampliamento dei suoi altiforni di Torre Annunziata per produrre acciaio a ciclo integrale.

Ma la concorrenza non lasciò disco verde. Il gruppo Terni, che era il concessionario dei giacimenti di ferro dell’isola d’Elba e godeva del sostegno di due poderosi istituti bancari (la Banca Commerciale ed il Credito Italiano), rispose fulmineamente alla sfida, costituendo nel 1905 la Società anonima ILVA (Ilva è il nome latino dell’isola d’Elba) ed impiantando uno stabilimento nella zona di Bagnoli, non ancora servita dal raccordo ferroviario ma prospiciente il mare”[178].

Il cartello siderurgico-bancario

507. Ben presto si formò, appoggiato dalle grandi banche del Nord, un potente cartello siderurgico, costituito bensì dalle 5 maggiori industrie italiane del settore (Terni, Savona, Ligure, Elba e ILVA) ma rappresentato solo dall’ILVA a livello di gestione e di mercato, onde poter usufruire dei vantaggi previsti dalla Legge speciale.

“Una concentrazione abbastanza forte, anche in sede politica, da esigere che lo Stato provvedesse alla costruzione di un molo sulla costa di Bagnoli, all’allacciamento con la rete ferroviaria di questa nuova zona industriale, ed alla conferma del vincolo sulla destinazione del ferro elbàno”[179].

Il cartello nella zona orientale di Napoli

508. Il cartello siderurgico-bancario profittò al massimo della situazione privilegiata in cui veniva a trovarsi e, a suo tempo, si premurò anche di prolungarla, ottenendo da governo e parlamento, nel marzo 1911, il rinnovo della “Legge speciale (cosiddetta) per Napoli”, con la proroga per altri dieci anni delle esenzioni fiscali e delle commesse riservate, e nuovi stanziamenti per le opere infrastrutturali

Oltre ad impiantare nuovi stabilimenti, il cartello inglobò di fatto, con passi inesorabili, anche tutti quelli già pre-esistenti nel settore, che provvide poi a “ristrutturare” sia dal punto di vista organizzativo che da quello finanziario.

La zona franca nella Cartina Chiurazzi 1918

509. Nella zona orientale, in particolare, il cartello si impadronì sia delle Officine Meccaniche[180] sia della Società Ferriere Italiane[181], ed ebbe un ruolo decisivo nella trasformazione societaria dell'industria di Pattison, che divenne nel 1904 la “Officine e Cantieri Napoletani Pattison S.p.A.”, e della Metallurgica Corradini, che nel 1906 divenne “Società Metallurgica Corradini S.p.A.” con Andrea Corradini, figlio di Giacomo, in qualità di amministratore delegato.

Il cartello: opinione riepilogativa

510. Quali che fossero le intenzioni del buon Nitti[182], il cartello industriale–bancario che si formò in conseguenza della “Legge speciale per Napoli” del 1904, non si poneva certo l’obiettivo di “far diventare il Sud come il Nord” dal punto di vista industriale, né tantomeno quello di migliorare complessivamente le condizioni di vita delle persone nel Sud.

Esso era, per sua natura, solamente una più moderna ed aggressiva “macchina per la spremitura” del maggior profitto possibile, sfruttando la disponibilità di mano d’opera a basso costo, e le condizioni statali di favore, che trovava nella zona di Napoli.

511. Il padronato industriale dell’Italia del Nord, “illuminato, progressista e giolittiano”, era in quel periodo disponibile a concessioni nei confronti della aristocrazia operaia settentrionale, organizzata sotto la bandiera dei socialisti riformisti[183], ma in compenso intendeva cogliere fino in fondo la opportunità di ampliare l’area dei propri investimenti profittevoli, che Nitti gli aveva così generosamente apparecchiato nell’Italia meridionale.

512. In particolare, degni èmuli di capitalisti come Jacopo Bozza, a noi già noto[184], gli industriali del cartello adottarono una linea di condotta decisamente autoritaria ed aggressiva.

Si arrivò al paradosso che gli scontri sociali più acuti di quel periodo (nel 1908 alle Officine Meccaniche; e nel 1912-13 alle acciaierie di Torre Annunziata) iniziarono non perché gli operai richiedessero migliori condizioni economiche e normative, ma perché gli industriali, nell’àmbito dei processi di ristrutturazione aziendale da essi perseguiti, volevano imporre aumenti dell’orario di lavoro, diminuzione dei salari reali, lavoro a cottimo, licenziamenti a discrezione, regolamenti disciplinari interni di tipo sempre più rigidamente militare, etc. etc.

E purtroppo, nonostante la apprezzabile resistenza operaia, ci riuscirono.

513. Intanto, si profilava all’orizzonte il grande pascolo dei profitti di guerra, che andarono anch’essi, è quasi inutile dirlo, in gran parte a vantaggio dell’accumulazione del capitale in poche mani, e ben poco a migliorare le condizioni di vita e di lavoro degli operai.

Le Officine Ferroviarie Meridionali (OFM)[185]

514. Tra i primi opifici realizzati nella “zona franca” prevista dalla Legge speciale del 1904, vanno segnalate le “Officine Ferroviarie Meridionali (OFM)”, fondate da Tommaso Astarita già nel novembre 1904, con un capitale iniziale di lire 1.500.000.

Su un terreno paludoso della zona orientale di Napoli, nel quartiere del Vasto (attualmente Corso Meridionale e Via Giovanni Porzio), venne edificato un esteso stabilimento, per la costruzione e riparazione di materiale mobile ferroviario e tranviario … che arrivò perfino ad essere esportato in Portogallo per la famosa linea dei tram di Lisbona.

515. Presso le OFM si costruivano carrozze a trazione elettrica, tramviarie e ferroviarie, di qualsiasi tipo e qualsiasi scartamento: vi erano reparti per la grande e la piccola fucinatura, per la lavorazione meccanica del ferro, una grande segheria, un grande reparto per la lavorazione meccanica del legno, grandi tettoie e fabbricati chiusi per il montaggio dei telai, dei carrelli e delle casse, reparti di tappezzeria, locali per la verniciatura, etc. 

Nelle OFM i veicoli venivano costruiti in tutti i loro più minuti particolari e, per la bontà della costruzione e l’accuratezza della esecuzione, queste Officine erano al livello delle più rinomate case italiane costruttrici di materiale mobile ferroviario e tramviario, malgrado la lontananza dai centri di produzione delle materie prime, che le mettevano in stato di evidente inferiorità rispetto alle concorrenti.

Tram elettrico in costruzione presso le OFM

516. Nel marzo 1914, il capitale venne portato a 4 milioni, allo scopo di rilevare le pre-esistenti, e non distanti, officine della “SOFIA (Società Officine Ferroviarie Italiane Anonima)”, anch'esse costruttrici di rotabili ferroviari.

Durante la guerra del 1915-18, le OFM fornirono ogni tipo di materiale necessario all’artiglieria, ed estesero la loro attività alla incipiente costruzione di aerei, dapprima militari e poi anche civili.

Velivolo in costruzione presso le OFM

517. Così, dopo la Grande Guerra, le Officine avevano un capitale di 7 milioni, interamente versato, e due stabilimenti, entrambi in zona franca: uno al Vasto (Corso Orientale) dove era la Direzione Generale; e l’altro noto come Officine della Bùfola, alla Madonna delle Mosche.

E proprio nel 1918, le OFM vennero acquisite dall’ing. Nicola Romeo (1876-1938), nativo di Sant'Antimo in provincia di Napoli, il quale, unendole ad altre già da lui controllate, iniziò una fiorente attività di costruzione non solo di nuovi aerei ma anche di automobili… questa, però, è un’altra storia: è la storia della “ALFA-Romeo”.

OFM Stabilimento della Bùfola

518. Per quanto ora ci riguarda, basti dire che nel 1936 gli stabilimenti napoletani delle OFM furono acquistati dalla “Società italiana Ernesto Breda per le costruzioni meccaniche” che, dal 1º ottobre del 1936, diede loro il nome di “Industrie Meccaniche e Aeronautiche Meridionali (IMAM)” e poi, dal 1949, di “Industrie Meccaniche Meridionali (IMM)” perché, da quella data, la produzione aereonautica fu riservata alla “Aer-Fer” di Pomigliano d’Arco.

Nicolas Appert (1749-1841): facìmme ‘e buttéglie

519. Un discorso a parte merita, infine, il settore conserviero ovvero agro-alimentare.

Il decennio precedente la Prima Guerra Mondiale (1905-1915), fu di considerevole crescita per il settore conserviero italiano.

In particolare, nella provincia di Napoli, accanto agli stabilimenti maggiori di Cirio e Del Gàizo, si erano sviluppate decine di piccole e medie industrie (Bevilacqua, Curcio, Paudice, Santarsiero, etc.) che avevano consentito alla Campania di raggiungere il primato nazionale sia per numero di esercizi sia per addetti.

Ciò era stato possibile per la notevole intensificazione della produzione di pomodori, e per l'assoluto successo delle esportazioni italiane che, dai 34.535 quintali del 1898, erano giunte ai 467.565 quintali del 1913”[186].

520. Per raccontare questa storia dall’inizio, dobbiamo però partire dalla Francia …

Nicolas Appert era un venditore di dolci. Nel 1810, presentò una sua invenzione al governo francese, che gli diede la scelta fra l'iscrizione di un brevetto o un premio di 12.000 franchi. Appert scelse il premio e lo stesso anno 1810 pubblicò “L’arte di conservare per più anni tutte le sostanze animali e vegetali”.

La sua invenzione consisteva, in effetti, nel metodo per la conservazione dei cibi tramite le bottiglie con chiusura ermetica: bastava levare l'aria e chiudere ermeticamente la bottiglia con un tappo; la bottiglia doveva poi essere avvolta in una tela; ed infine immersa in acqua bollente fino a quando il cibo non fosse cotto.

Essendo nativo della regione francese della Champagne, Appert utilizzò inizialmente per la sua invenzione proprio le bottiglie di champagne, che erano molto resistenti nella cottura in acqua bollente, riempiendole con i più svariati alimenti: sia vegetali, come piselli, fagioli, etc.; sia animali, come carne e pollame; sia anche uova o latte; e perfino piatti già cucinati … così che la “Casa di Appert” divenne la prima fabbrica di alimenti in vasi di vetro al mondo.

Nicolas Appert (1749-1841)

521. Il metodo di Appert era molto semplice e si diffuse rapidamente in tutta Europa, grazie anche al fatto che venne adottato su larga scala dagli eserciti di Napoleone Bonaparte durante le varie “campagne” di conquista.

Anche nel Regno di Napoli, dunque, alla metà del decennio francese (1805-1815), giunse l’usanza di fa’ ‘e buttéglie che si diffuse ben presto in quasi tutte le famiglie: interi clan familiari, uomini donne vecchi e bambini, lavoravano insieme, intorno a grossi tavoli all’aperto, a tagliare pomodori e riempirne fino all’orlo le bottiglie, che poi venivano tappate e fatte bollire in grossi bidoni; qualcuna delle bottiglie “scoppiava” durante la cottura ma era comunque assicurata la riserva di pomodori per tutto l’anno.

L’industria conserviera inglese

522. Fu però un inglese, Pierre Durand (1766-1822), ad utilizzare per la prima volta dei recipienti di alluminio e di stagno invece delle bottiglie. Non a caso, siamo nella patria, ed al tempo, della prima rivoluzione industriale. E così, altri due inglesi, Bryan Donkin e John Hall, svilupparono praticamente l’idea, dando vita ad una vera e propria industria conserviera, che a sua volta cominciò a produrre, su larga scala, cibi in scatola per l’esercito inglese.

Francesco Cirio (1836-1900)

523. Per quanto riguarda l’Italia, invece, ancorché nel Regno di Napoli la conserva dei pomodori fosse ampiamente diffusa a livello popolare già da subito dopo la scoperta di Appert (vedi sopra), il primo nome che viene solitamente fatto è quello del piemontese Francesco Cirio (1836-1900).

In realtà, ciò che è stato finora scritto su Francesco Cirio ha carattere ampiamente e prevalentemente commemorativo e apologetico. Manca tuttora una sua biografia scientificamente attendibile e la più documentata, al momento, sembra essere quella scritta da Luigi Agnello per il “Dizionario biografico degli italiani” nel 1981.

A quest’ultima faremo riferimento in seguito, per quanto riguarda notizie e dati, restando ovviamente sotto la responsabilità di chi scrive le analisi e le considerazioni aggiunte.

Francesco Cirio

524. Francesco Cirio nacque a Nizza Monferrato (Provincia di Asti, Regione Piemonte) proprio la notte di Natale del 1836, da Giuseppe e Luigia Berta.

Trascorse l'infanzia nel vicino paese di Fontanile, dove il padre, già fallito come mediatore di granaglie, si provò a esercitare, peraltro senza molta fortuna, una piccola rivendita di generi alimentari.

La condizione familiare disagiata gli impedì gli studi e lo costrinse a lavorare fin dalla prima adolescenza: fu sterratore ad Alessandria, garzone di pastificio a Torino, manovale a Genova.

525. Nel 1850, a 14 anni di età, si stabilì a Torino, e cominciò a fare il venditore ambulante di ortaggi, sia in proprio, sia per conto di vari grossisti.

Ben presto si accorse che, nella contigua Francia, era possibile vendere i prodotti agricoli italiani ad un prezzo molto più alto che nella penisola, e così si diede ad un avventuroso e precario traffico di esportazione, al limite del contrabbando, spostandosi continuamente fra varie località italiane e francesi, e vendendo anche pesci, cacciagione e tartufi.

Il padre dell’industria conserviera?

526. Fra un viaggio e l’altro, trovandosi a Parigi, ebbe la possibilità di vedere come funzionava il metodo per la conservazione di alimenti in bottiglia inventato da Appert e così, rientrato a Torino, con il piccolo capitale accumulato nei suoi traffici, impiantò una prima e rudimentale fabbrichetta di conservazione dei piselli, in un locale preso in fitto in Via Borgo Dora.

Era l’anno 1856 e, per questa pionieristica intrapresa, Cirio viene considerato il “padre fondatore” dell’industria conserviera in Italia. 

527. In effetti, l’iniziativa ebbe successo: rapidamente aumentò la produzione, spostandosi in ambienti più ampi nello stesso quartiere, ed aprendo anche un accorsato negozio (il sogno irrealizzato di suo padre!) in cui vendere frutta e verdura, sia fresche sia “in conserva”.

I suoi prodotti risultarono premiati nelle “Esposizioni agrarie” a livello locale (Torino, nel 1864 e nel 1865) e persino nella “Esposizione universale” di Parigi del 1867, nella quale ricevette anche una medaglia per un procedimento di salatura della carne da lui inventato.

528. La produzione di conserve, ancora limitata nel 1868 a 50 quintali di piselli e a poche decine di chili di tartufi neri, … era già quadruplicata nel seguente anno 1869, quando si estese a ridottissime quantità di pomodori e di funghi; crebbe a più di 1.000 quintali nel 1871; a 4.400 nel 1876, quando cominciò a comprendere asparagi, carciofi, pesche e pere; ed arrivò a 10.000 quintali nel 1880.

Ma in realtà, più che all'industria conserviera, Cirio dedicò il suo impegno, e legò il suo nome, alla esportazione di generi alimentari freschi.

La mentalità del venditore ambulante

529. La sua mentalità, a quanto pare, non fu mai quella dell’imprenditore industriale, conserviero o di altro settore, ma sempre quella del venditore ambulante, acquisita fin da piccolo: comprare ad un prezzo, il più basso possibile, e rivendere ad un altro prezzo, il più alto possibile.

Non aveva, e non si curò di conseguire, né le competenze tecnico-scientifiche degli ingegneri inglesi, come un Pattison o un Guppy; né la genialità creativa degli inventori francesi, come un Appert; né la preparazione giuridico-economica della borghesia napoletana, come un Maurizio Capuano.

530. Il suo problema, uno e duplice, che egli peraltro cercò di risolvere con metodi alquanto approssimativi, era in sostanza: da una parte, aumentare la produzione agricola in Italia, per adeguarla all’aumentato volume delle esportazioni; e dall’altra, migliorarne la possibilità di trasporto in treno.

E fu l’unità d’Italia, ovvero la conquista militare di tutta la penisola da parte dei piemontesi, a fare la sua fortuna, come quella di altri, grandi e piccoli, trafficanti piemontesi di varia specie.

Nel nuovo regime, formalmente “liberale” e di “libera concorrenza di mercato”, usufruì in realtà di cospicui appoggi da parte di vari governi (Depretis, Crispi, di Rudinì …) e delle grandi banche del Nord, nonché di una decisiva “convenzione di favore” da parte della “Società delle Ferrovie dell’Alta Italia”, grazie alla quale eseguiva lucrose spedizioni anche per conto terzi. 

Tutto ciò è ampiamente documentato da Luigi Agnello.

I vagoni di Cirio

531. Nella primavera del 1869, spedì il primo vagone completo di ortaggi oltre il confine, da Napoli a Vienna, ma all’arrivo il carico risultò deteriorato ed invendibile; ed anche le spedizioni successive più fortunate non riuscirono, comunque, nemmeno a coprire le spese di trasporto.

Solo quando ottenne, nel 1870, dalla “Società delle Ferrovie dell'Alta Italia”, facilitazioni di tariffa e di velocità, il suo commercio, dal Sud al Nord d’Italia e soprattutto all’estero, cominciò a svilupparsi con ritmo accelerato:

-      nel 1871, spediva 60 vagoni, di cui 53 fuori d’Italia;

-      nel 1873, ne spediva 409, di cui 325 all'estero; 

-      nel 1875, ne spediva 651, di cui 580 all'estero, per la maggior parte in Austria, Germania, Ungheria e Russia, con un carico complessivo di 49.571 quintali.

532. E dopo il rinnovo della Convenzione con la “Società delle Ferrovie dell'Alta Italia” nel 1875, e la stipula di analoghe Convenzioni con altre Società ferroviarie italiane ed estere:     

-      nel 1876, spediva 1.188 vagoni;

-      nel 1877, 1.673;

-      nel 1878, 1.746;

-      nel 1879, 2.508;

-      nel 1880, ben 4.519 vagoni, arrivando a Londra, Parigi, Amsterdam, Bruxelles, Praga, Varsavia, San Pietroburgo … 

533. Intanto, cominciò ad esportare anche per conto terzi, con i quali si univa costituendo nuove Società, in modo da poter continuare ad usufruire dei suoi privilegi ferroviari.

Nacquero così:

-      nel 1875, la Società in nome collettivo “Esportazione uova di Verona” (1875), che nei primi cinque anni di esercizio esportò 6.266 vagoni.

-      nel 1879, la ditta “Polenghi-Lombardo-Cirio e C.” di Codogno, che esportava burro e formaggi.

534. Nel 1878, ottenne un altro importante riconoscimento alla “Esposizione universale” di Parigi di quell’anno.

Capì subito l'importanza dei nuovi vagoni frigoriferi, che cominciavano a circolare in Europa, e li introdusse in Italia, inducendo il ministro dei Lavori Pubblici, E. Mezzanotte, a presentare un progetto di legge, col quale se ne autorizzava la sperimentazione sulle linee ferroviarie nazionali, e che venne approvato dalle Camere nel maggio 1879.

Lo stesso Cirio fabbricava o faceva fabbricare i vagoni e chiedeva alle stazioni ferroviarie la sola trazione. Il suo parco di vetture speciali si arricchì presto di carri predisposti per il trasporto di pollame e di carri-serbatoio destinati al trasporto dei vini.

Esso era tutelato da attestati di privativa industriale e divenne così imponente che infine, per gestirlo, egli si unì alla Unione banche piemontese e subalpina costituendo, il 25 giugno 1894, la società in accomandita semplice “Vagoni Cirio” di Torino.

Troppi vagoni … tutti a lui, e niente a noi?

535. In definitiva, Cirio arrivò a fare uscire dall’Italia un numero di vagoni superiore a quello messo insieme da tutti i suoi concorrenti … tanto che il commerciante veronese De Cecco arrivò a dire: "Se non vi si mette riparo, Cirio diventerà padrone d'Italia”.

I suoi rivali si appellarono perciò, virtuosamente, ai sacri princìpi liberali e scatenarono una vivace campagna giornalistica e libellistica, che lo accusava di “concorrenza sleale” e di “violazione delle regole del mercato”, perché godeva della non disinteressata protezione delle Ferrovie Alta Italia, e per di più frodava anche queste, trasgredendo la clausola della convenzione che gli vietava di eseguire spedizioni per conto terzi.

Cirio auto-certifica le sue virtù

536. E si arrivò, così, al punto che lo stesso Cirio fu chiamato a rendere conto del suo operato davanti alla “Commissione parlamentare d'inchiesta sull'esercizio delle ferrovie italiane”, istituita nel 1878 e che tenne udienze nelle principali città dell'Italia settentrionale, tra l'aprile e il settembre del 1879.

Davanti alla commissione, il Cirio spiegò, naturalmente, che il suo successo era dovuto soltanto alle sue capacità di imprenditore; negò, ovviamente, di corrompere i dirigenti delle Società ferroviarie per ottenere le sue facilitazioni; e si attribuì, direttamente, anche una vera e propria “rivoluzione agricola”, che sarebbe avvenuta grazie a lui.

La “rivoluzione agricola”?

537. Circa quest’ultimo punto, in realtà, era accaduto semplicemente che, avendo egli il problema di adeguare la produzione agricola in Italia al crescente traffico delle sue esportazioni, lo aveva in parte risolto orientando alcuni proprietari terrieri verso le coltivazioni dei prodotti più richiesti dai mercati europei, rifornendoli anche di semi e vincolandosi in anticipo all’acquisto dei prodotti stessi.

Ciò era indubbiamente molto profittevole per lui, ma … era veramente ciò di cui aveva bisogno un popolo, come quello italiano, che in larga maggioranza si alimentava ancora poco e male, mentre scoppiavano addirittura rivolte per la mancanza di pane?

L’acquisto a prezzi stracciati delle terre demaniali ed ecclesiastiche da parte della nuova borghesia agraria ed il bassissimo costo della manodopera contadina: era questo che faceva sì che i prodotti agricoli in Italia costassero poco, e che permetteva perciò a Cirio di realizzare ingenti guadagni, rivendendoli all’estero ad un prezzo molto più alto.

L’intoccabile

538. Comunque, la “Commissione parlamentare d'inchiesta sull'esercizio delle ferrovie italiane”, come quasi tutte le Commissioni parlamentari d’inchiesta in Italia, servì in pratica a … nulla, e Cirio proseguì indisturbato nel suo comportamento, forse “il-liberale” ma che gli fruttava un sacco di soldi, toccando l'apice del suo prestigio nelle “Esposizioni nazionali” di Milano (1881) e di Torino (1884). Era ormai diventato intoccabile. 

E non fu certo un caso se, poco dopo la chiusura della commissione d’inchiesta, acquistò in quota maggioritaria la “Società anonima deposito vini” di Stradella, il paese natale di Agostino Depretis, alla quale era co-interessato come azionista lo stesso Depretis, e la rese una delle più moderne del tempo, aumentando così di molto anche gli introiti di Depretis …

La “Società anonima di esportazione agricola Cirio” (1885-1898)

539. Il 1°gennaio 1885 nacque la “Società anonima di esportazione agricola Cirio” con sede a Torino e con capitale appartenente in parte allo stesso Cirio, in parte a grandi banche del Nord, ed in parte ad altri singoli soggetti privati, fra cui uomini politici, dirigenti bancari e banchieri.

Nessun azionista poteva avere più di 20 voti, quale che fosse il numero delle azioni da lui possedute. Ma Cirio venne nominato direttore generale per 10 anni, con il compenso personale del 40% degli utili realizzati, e col diritto di partecipare alle riunioni del Consiglio di amministrazione con voto deliberativo.

540. Ben presto, però, sorsero contrasti fra gli altri proprietari ed il Cirio, “al quale anche i più convinti estimatori non riconoscevano attitudini amministrative pari allo spirito di intrapresa” …

La Società finì con l’indebitarsi pesantemente con le banche, ed evitò il fallimento solo grazie al soccorso dell’allora presidente del Consiglio, Francesco Crispi, personalmente sollecitato dal Cirio in un drammatico scambio di telegrammi, nel luglio 1889.

Sembrò poi risollevarsi grazie all’intervento della Banca di Credito Mobiliare, ma non riuscì a sopravvivere al successivo crollo di quest’ultima, finendo così la sua vita nell’agosto 1898, quando cambiò denominazione in “La Codigoro, Società anonima agricola industriale”, con sede in Ferrara.

Gli ultimi anni

541. Nel frattempo, però, Cirio aveva imparato a non fidarsi troppo delle banche, e pensò di avvalersi delle sue amicizie politiche per cercare di risolvere in altro modo il suo “problema agricolo”[187].

Questa volta l’idea era quella di ottenere dallo Stato la concessione di terreni demaniali incolti (= terre a costo quasi zero), da bonificare con il lavoro gratuito di detenuti (= manodopera a costo zero), in modo da ottenere prodotti agricoli con una spesa complessiva estremamente bassa, da poter poi rivendere, con lauti suoi guadagni, allo Stato stesso (per l’esercito) oppure all’estero.    

542. Ma non trovò appoggi sufficienti per questo tipo di progetti, decisamente “troppo” truffaldini … e si lanciò allora nell’ultima impresa della sua vita, che aveva stavolta una maggiore coloritura di utopia sociale: bonificare sì terre incolte, ma affidandole a famiglie contadine in regime di mezzadria o addirittura a vere e proprie cooperative agricole.

La colonia agricola di Terracina (1896-1899)

543. Alla fine dell'aprile 1896, il Cirio ottenne in enfitèusi perpetua dal Comune di Terracina 5.000 ettari di terreni improduttivi presso San Felice Circeo, dove si accinse a realizzare il suo progetto di colonia agricola, che chiamò “Principessa Elena di Napoli”.

Il 12 ottobre 1897, venne costituita la “Società anonima per la colonizzazione dei terreni incolti in Italia”, con sede a Roma e con capitale sociale sottoscritto in larga parte dallo stesso Cirio.

544. Nel corso del 1898, la Società sistemò 12 poderi di 12 ettari ciascuno, condotti a mezzadria e coltivati in gran parte a vigneto, e per il resto a cereali, a patate e a prati, interrotti da alberi fruttiferi e gelsi.

Nel 1899, organizzò altri 12 poderi, e già si prefiggeva di estendere la colonia fino a 20.000 ettari, quando morì a Roma il 9 gennaio 1900.

La “Società generale delle conserve alimentari Cirio” (1900)

545. Pochi giorni dopo, il 27 gennaio 1900, venne costituita, anche con il concorso di alcuni familiari ed amici di Cirio, la “Società generale delle conserve alimentari Cirio”, con sede in San Giovanni a Teduccio (Napoli).

Ma, con questa Società, Francesco Cirio nulla aveva a che vedere: “non è suo il progetto, non è sua l'idea, non è suo il capitale. Cirio è solo un omaggio al suo nome”.

Il capitale, a parte alcuni piccoli azionisti di minoranza (Pietro e Clemente Cirio, Bandini, Narizzano …), era della famiglia lombarda dei Signorini, e il progetto e l’idea erano anzitutto di Pietro Signorini.

Pietro Signorini (1871-1916)

546. I Signorini erano una famiglia di piccoli proprietari terrieri, con alcune “cascine” in Casalpusterlengo, non lontano da Lodi.

Pietro Signorini, in particolare, era cresciuto nel mito dei vagoni tricolorati di Cirio, che allora passavano per tante stazioni dell’Italia del Nord e all’estero, ma era ben più attrezzato di lui, dal punto di vista culturale ed imprenditoriale.

Pietro Signorini (1871 - 1916)

547. Egli comprese bene che, dopo l’unità d’Italia, era l’ex Regno delle due Sicilie la “terra promessa” per i capitalisti del Nord ma, proprio come i grandi imprenditori della generazione precedente (gli inglesi Pattison e Guppy, lo svizzero Corradini …), vi si trasferì, non solo investendo in essa i suoi capitali, ma facendone la sua scelta di vita.

E grazie alla sua intuizione, poi sviluppata dal fratello Paolo, i Signorini possono essere considerati una delle, non molte, famiglie benestanti del Nord che hanno praticato un “capitalismo sociale” ovvero che non hanno visto il Sud solo come una colonia da sfruttare, ma come un territorio da far crescere sulle sue proprie basi storiche e culturali, e crescendo insieme alle persone che lo abitano. 

La “Cirio” dei Signorini

548. Così … “Quando a San Giovanni a Teduccio c’erano i Signorini … all’insegna del pomodoro rosso e turgido … si era creata una leggenda napoletana: la leggenda della Cirio del Primo Novecento”[188].

“Entrare a far parte della famiglia Cirio era un sogno di tutti i giovani di San Giovanni a Teduccio, Barra e Ponticelli. Era una scuola, di vita e di lavoro. Io entrai come stagionale, poi operaio di quinto livello. Sino a quando, dopo scarsi quindici anni, Don Paolo mi chiamò in ufficio e mi disse che aveva una lettera per me. Ero diventato impiegato di primo livello, il massimo. Se mi è permesso dire, ogni volta che vedo i Signorini io mi commuovo” (Antonio Durante, ex dipendente della Cirio).

549. “Per tutti era Don Paolo. Di nome e di fatto. Riverito in tutta Napoli con quel Don ossequioso e spagnolesco che era l’equivalente di un appellativo monarchico. Don Paolo. Quasi a testimoniare gratificazione, condiscendenza, lustro. E lui, per risposta, illuminava il suo faccione bonario con un sorriso aperto, che … arricchiva di una carica umana … l’esponente di una delle famiglie tra le più blasonate del capitalismo meridionale: i Signorini.

Ma come e perché questo imprenditore è entrato nel mito, al punto da essere additato, per la sua creatività e intraprendenza, come esempio da manuale, da uno scrittore straniero, Morris West, in un memorabile saggio su Napoli, “Les enfants du soleil”?[189]

Paolo Signorini (1884-1966)

550. Paolo Signorini nasce a Casalpusterlengo (Lodi), allora in provincia di Milano, il 27 ottobre del 1884.

Una formazione negli studi commerciali, assorbita e completata in Svizzera, e poi ampliata con lunghe permanenze all’estero, in Germania, Inghilterra, America del Nord, e con viaggi in tutto il Continente europeo, in Asia Minore e nell’Africa Settentrionale. Sin dagli anni giovanili, orienta i suoi studi verso le tecniche di incremento dell’esportazione dei prodotti conservati. 

551. “Nel 1906, si trasferisce a Napoli, chiamato dal fratello Pietro, amministratore delegato della Società generale delle conserve alimentari Cirio, come direttore dello stabilimento di Castellammare di Stabia.

E 10 anni dopo, nel 1916, alla morte di Pietro a soli 45 anni di età, chi se non Don Paolo può ricevere in eredità la guida dell’azienda? E Don Paolo sale nella cabina di comando. Non più braccio destro del fratello Pietro, ma capo assoluto.

552. Da allora, per un intero mezzo secolo (1916-1966) di intelligente ed appassionato lavoro, si reca tutti i giorni, puntualmente alle otto, nella sede della sua azienda, a San Giovanni a Teduccio, e trasforma la Società generale delle conserve alimentari Cirio nel più importante complesso industriale conserviero d'Europa, ed il comparto alimentare in uno dei settori più attivi dell'economia nazionale”[190].

Paolo Signorini (1884 - 1966)

Due idee sempre attuali …

553. Un suo slogan è “una fabbrica per ogni prodotto della terra”: l’idea, semplice e grande, è quella di modernizzare la agricoltura meridionale, valorizzandone i tradizionali prodotti tipici, e collegarla organicamente allo sviluppo dell’industria.  

E’ tale e tanto, in Paolo Signorini, il convincimento dell’importanza di questa simbiosi tra mondo agricolo e mondo industriale conserviero, che si dichiara disponibile ad offrire ogni sostegno finanziario a proprietari di piccoli appezzamenti di terreno, che non abbiano la possibilità di accollarsi in proprio le spese necessarie per nuovi investimenti … attaccando così alla radice due nemici mortali del contadino meridionale: l’usuraio e il mediatore.

554. Ed a proposito di usurai … un altro suo slogan, che appare tuttora di stretta attualità, è “La Cirio: un convento ricco con frati poveri”, che stava a significare che i soldi devono rimanere in azienda per finanziare la continua crescita, senza dover ricorrere alle banche. La sua Cirio doveva macinare utili non per regalare un dolce far niente ai suoi azionisti, ma per migliorarsi continuamente, senza aiuti esterni da parte dello Stato o delle banche, ed a vantaggio anche del territorio circostante e delle persone che lo abitavano.

555. Gli operai della Cirio furono infatti i primi della zona orientale ad usufruire di una rete di servizi assistenziali, culturali, sportivi e ricreativi, finanziati dall’azienda e che si estendevano a tutto il territorio … Ne rimane memoria nello stadio, tuttora attivo e denominato “Caduti di Brema”, fatto costruire da Paolo Signorini per ospitare le nascenti glorie della squadra di calcio della “Barrese”. 

… ed i loro risultati

556. I vecchi stabilimenti di Castellammare di Stabia, San Giovanni a Teduccio, Torino, Mondragone e Paestum vengono ampliati e modernizzati … e sorgono, da zero, gli impianti di Taranto, Pontecagnano, Pagani, Vignola in provincia di Modena, Asti, Porto Ercole presso Orbetello, Vieste Garganico in provincia di Foggia, Sezze Romano, Mariano di Parma …

557. Sorge, in particolare, il nuovo grande stabilimento di Viglièna, sulla spiaggia di San Giovanni a Teduccio, frutto della collaborazione con la Continental Can Company e meraviglia della tecnica dell’epoca, entrato in produzione nel 1932 per la fabbricazione di 600.000 scatoli di banda stagnata al giorno: il più grande d’Europa, ancora negli anni Sessanta del Novecento. E contestualmente nasce anche “La Lattografica”, una società specializzata nella litografia della banda stagnata.

Lo stabilimento fatto costruire da Paolo Signorini a Vigliena

558. Sorge a Capua uno zuccherificio, capace di produrre 70.000 quintali di zucchero l’anno, impegnando 5.600.000 bietole: un impianto che è il primo esempio di trasferimento dell’industria saccarifera nell’Italia meridionale.

559. Sorgono da zero, trasformando terre in condizioni di abbandono, ben 5 aziende agricole modello … l’azienda della Fagianeria, a Piana di Caiazzo, laddove su terreni un tempo acquitrinosi, dominio di bufale selvagge, si eleva un complesso zootecnico che desta l’ammirazione di tecnici italiani e stranieri per l’avanzata concezione … l’azienda della Balzana, in località Santa Maria la Fossa, con 400 capi di bestiame …

La Cirio è la prima in Italia a importare addirittura, per via aerea, dal Canada, tori “di alta genealogia”, per garantire la migliore qualità possibile dell’armento.

Investe nel latte Berna, prodotto inizialmente in comproprietà con la Nestlè di Vevey, e poi in proprio, dopo il divorzio dal colosso svizzero.

560. Mette radici nelle Americhe. Negli USA viene creata la “Cirio Inc.”, con sede a New York 101 Park Avenue, per curare direttamente la vendita nel grande mercato di oltre Atlantico, e si stabiliscono importanti rapporti di collaborazione agro-industriale in Argentina ed in Brasile con l’Istituto Brasileiro do Cafè.

561. Ma sopra tutto, come noto, l’immagine della Cirio nel mondo è legata ai celebri pomodori pelati della pura qualità “San Marzano”: il più tipico ortaggio campàno, esaltato fin dalla mitologia antica, ed opportunamente valorizzato … “dopo la Venere di Milo, non c’è niente al mondo di più perfetto del San Marzano”.

Come natura crea, Cirio conserva

562. “Certo è che, agli inizi degli anni Sessanta, quando questo imponente apparato trova la sua articolazione compiuta in 15 stabilimenti, che hanno nel triangolo Napoli-Caserta-Salerno il loro centro vitale, la Cirio di Paolo Signorini può rivendicare il giusto orgoglio di un primato assoluto, basato sulla più ampia diversificazione produttiva:

- dalla preparazione di pomodori pelati, concentrato di pomodoro, sottaceti, legumi in scatola, frutta allo sciroppo, confetture, che è il privilegio di San Giovanni a Teduccio, alla fabbricazione di scatole di latta, di cui Viglièna è all’avanguardia;

- dalla produzione di pomodori pelati e legumi freschi a Castellammare di Stabia, all’analogo impianto di Pagani;

- dalle rinomate salse di pomodoro, prodotte a Paestum, Mondragone e Sezze Romano, all’inscatolamento di pomodori pelati e concentrati di pomodoro a Pontecagnano;

- dalla lavorazione di ciliege e conserve di pomodoro a Vignola, alla fabbricazione di carciofi in scatola a Sezze Romano;

- dalla lavorazione di piselli e del tomato Ketchup “Rubra” a Villafranca, alla produzione di acciughe e sardine all’olio a Porto Ercole e a Vieste Garganico; 

- dal latte condensato ed evaporato a Sala Consilina, alla produzione di zucchero a Capua.

Ed ancora:

- dagli allevamenti animali di razze pregiate per il miglioramento del patrimonio zootecnico, agli aiuti finanziari ai pescatori dei motopescherecci in Adriatico e nel Tirreno per la pesca delle sardine; alle vaste tenute e ai vivai di frutteti.

563. E’ una grande azienda integrata, in cui i vari impianti in essa articolati lavorano razionalmente alla stessa causa, senza dispersione di energie lavorative ed economiche”[191].

E lo slogan pubblicitario “Come natura crea, Cirio conserva” entra a far parte dell’inconscio collettivo, non solo degli italiani.

La nave senza il capitano

564. Ma quando Paolo Signorini muore, il 1°aprile del 1966, nell’antica Villa vesuviana di Resìna da lui fatta restaurare e che ancor oggi porta il nome di “Villa Signorini”, si spengono anche il cuore e la mente del vasto corpo della “Cirio”.

Senza l’antico capitano che stava ogni giorno al timone, la nave comincia a sbandare sempre più vistosamente: prima si incaglia nelle sabbie mobili del sistema delle Partecipazioni Statali e poi naufraga sugli scogli delle successive privatizzazioni truffaldine politico-affaristiche …

Villa Signorini - Via Roma, 43 Ercolano - Napoli

565. Infine, il glorioso stabilimento di San Giovanni a Teduccio, ridotto quasi allo stato di rudere dopo un lungo periodo di abbandono, è acquisito dall’Università di Napoli, che ne fa una delle sue sedi. E così … (vedi l’immagine sottostante).

Presentazione del libro in occasione del centenario della morte di Pietro Signorini

Vincenzo Del Gàizo (1844-1905)

566. Francesco Cirio era piemontese. La famiglia Signorini era lombarda. Tutta napoletana è invece la parallela vicenda della famiglia Del Gàizo[192].

Vincenzo Del Gàizo fu, insieme a Francesco Cirio, un pioniere dell’industria conserviera in Italia e, come lui, impegnato primariamente nell’esportazione di prodotti agricoli.

Nel 1880, diede vita ad una piccola azienda che man mano indirizzò verso la produzione di ortaggi per i luoghi e nelle stagioni in cui il prodotto fresco mancava.

Una simile attività era prevalentemente diretta verso l’esportazione: soprattutto negli Stati Uniti, laddove aveva successo presso gli emigrati italiani legati alle loro abitudini alimentari, “per la buona qualità del prodotto, e per la competitività del prezzo dovuta ad un costo del lavoro tenuto molto basso”.

567. Vincenzo si trasferì perciò negli Stati Uniti, lasciando l'azienda alla moglie ed ai figli, fra i quali Luigi apparve subito il più interessato e capace.

Così, mentre il padre continuava i suoi viaggi americani per espandere e consolidare l'area di mercato della sua azienda, il giovane Luigi, non ancora ventenne, assumeva l'onere della conduzione, coadiuvato dai fratelli Florindo e Pasquale.

Luigi Del Gàizo (1881-1953) e i suoi fratelli

568. Nell’anno 1900, precedendo sia pur di poco i Signorini, i Del Gaizo impiantarono a San Giovanni a Teduccio (Napoli) il primo stabilimento conserviero con macchinari moderni e tecnologicamente avanzato.

Nel 1905, però, moriva improvvisamente Vincenzo Del Gaizo, e fu deciso che fosse Florindo a trasferirsi a New York.

Solo una decina di anni dopo, nell'estate del 1914, Luigi Del Gaizo otteneva il significativo riconoscimento della nomina a “Cavaliere del Lavoro”, per aver trasformato, con genialità di indirizzo organizzativo e tecnico, … una modesta azienda conserviera ... in uno dei maggiori organismi industriali italiani di conserve alimentari.

569. La Prima Guerra Mondiale favorì ulteriormente la crescita dell’azienda: questa volta, i destinatari non erano più soltanto gli italiani emigrati in America, ma i soldati italiani in trincea al fronte, per i quali lo Stato doveva necessariamente approntare proficui appalti di fornitura.

Grazie dunque alla patriottica “partecipazione allo sforzo bellico”, Del Gaizo si ritrovò, dopo la guerra, con un capitale notevolmente accresciuto, che utilizzò per diversificare gli investimenti, fino ad allora concentrati nel settore conserviero, attraverso “partecipazioni azionarie” alla proprietà di banche e di aziende di altri settori.

La “Del Gàizo-Santarsiero”

570. Nel novembre del 1920, unì la sua azienda a quella dei fratelli Santarsiero, che operavano con successo a Castellammare di Stabia.

Fu così costituita la Del Gaizo-Santarsiero & C., Società per azioni di conserve alimentari in San Giovanni a Teduccio, con Luigi Del Gaizo amministratore delegato, ed un capitale sociale di 4 milioni, al quale partecipavano:

-      per il 72,5%, in uno col conferimento di fabbricati e macchinari, i 5 fratelli Del Gaizo (Luigi, Florindo, Pasquale, Antonio e Raffaele) ed il cognato Giuseppe Zomack;

-      per il 19,5%, i fratelli Vincenzo e Giuseppe Santarsiero;

-      per il 4% ciascuno, l'industriale Gianserico Granata ed il banchiere Caprioli. 

Operaie dell'industria Del Gaizo Santarsiero - foto Parisio

571. L’unione si rivelò subito felice. Il fratello Florindo continuava ad operare negli Stati Uniti, mentre Luigi e Pasquale, con i Santarsiero, si impegnavano a raggiungere una sempre maggiore potenzialità produttiva.

Così, nel marzo del 1923, fu deciso di raddoppiare il capitale da 4 ad 8 milioni, ed in pochi anni venne portato fino a 20 milioni.

La situazione nel 1925

572. All’apice del suo successo imprenditoriale, nell’ottobre del 1925, al Primo Congresso per lo sviluppo economico del Mezzogiorno, organizzato dal Commissario straordinario della Camera di commercio di Napoli Biagio Borriello, Luigi Del Gaizo svolse una importante relazione sull'incremento dell'industria delle conserve alimentari.

Egli articolò il suo intervento in tre punti: intensificazione della produzione agricola; miglioramento della stessa; industrializzazione nazionale della produzione agraria.

Osservò come esistessero in Italia già 500 stabilimenti, e ormai l'industria conserviera avesse raggiunto il sesto posto nel complesso dell'esportazione nazionale.

Per l'immediato futuro, c'era da prevedere un ulteriore incremento del settore, dovuto anche al provvedimento governativo di riduzione della tassa di fabbricazione dello zucchero, destinato alla lavorazione di marmellate e frutta zuccherata, da 400 a 100 lire al quintale.

573. Ed un ancor più grande sviluppo degli stabilimenti della provincia di Napoli sarebbe stato possibile, soprattutto se si fosse realizzato il disegno, del quale il Del Gaizo era uno dei principali sostenitori, di allargamento della zona franca industriale di Napoli, includendovi il comune di San Giovanni a Teduccio, per consentire lo sfruttamento dei vantaggi previsti dalla legislazione speciale per la città.

A questa richiesta, il nascente regime fascista accedette invero prontamente, attraverso il Règio Decreto N°2183 del 15 novembre 1925, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale N°293 del 18 dicembre 1925, recante la: “Aggregazione al Comune di Napoli dei Comuni di Barra, Ponticelli, San Giovanni a Teduccio e San Pietro a Patierno”.

Il Prefetto e il Federale in visita allo stabilimento Del Gaizo -Santarsiero di San Giovanni a Teduccio

La crisi del 1929

574. A partire però dagli anni Trenta, anche il settore conserviero fu, progressivamente ed in modo sempre più grave, colpito dagli effetti della crisi mondiale del 1929, così come più tardi dalla politica autarchica del regìme, che osteggiava le esportazioni.

In particolare, ed inoltre, la Del Gaizo-Santarsiero perdeva terreno rispetto all'altra leader del settore, la Cirio di Paolo Signorini.

Luigi Del Gaizo dovette quindi abbandonare la posizione di relativo distacco, fino ad allora mantenuta, ed avvicinarsi maggiormente al regime, riuscendo così ad ottenere, nell’autunno del 1934, in una situazione di particolare difficoltà per l’azienda, un importante sussidio governativo di 10 milioni di lire. 

575. La tendenza negativa tuttavia continuò, non solo per la Del Gaizo-Santarsiero, ma per tutto il settore conserviero in Campania, penalizzato a favore di altre regioni, anzitutto l’Emilia.

Comunque sia, nel 1939, alla vigilia della guerra mondiale, la Cirio aveva un capitale di 61 milioni e circa 5.000 dipendenti; la Del Gaizo-Santarsiero aveva invece ridotto il suo capitale a 12 milioni, con 4.000 dipendenti.

La guerra e dopo

576. Durante la Seconda Guerra Mondiale, anche lo stabilimento Del Gaizo, come quello di Corradini (vedi sopra) e tanti altri, fu quasi totalmente distrutto dai bombardamenti anglo-americani.

Dopo la guerra, e caduto il fascismo, Luigi Del Gaizo fece ricostruire la sua fabbrica e partecipò attivamente alla rinascita dell’Unione degli Industriali, cercando sempre, tuttavia, di mantenere una certa distanza dalla politica.

577. Così, nel novembre del 1952, fu nominato presidente dell’Istituto per lo sviluppo economico dell’Italia meridionale (I.SV.E.I.MER.), istituto di credito industriale costituito dal Banco di Napoli e dalla Cassa per il Mezzogiorno, perché la sua figura dava garanzie di competenza e di indipendenza rispetto alle pressioni partitiche.

Ma dopo soli pochi mesi, il 14 aprile 1953, proprio durante una riunione del Consiglio di amministrazione, incontrò improvvisa morte, all’età di 72 anni.

Una visita a Barra nel 1902

578. Nel contesto generale fin qui descritto, si inserisce la vicenda specifica di Barra. Secondo i dati del censimento del 1901, Barra aveva in quell’anno 11.975 abitanti, su un territorio di 841 ettari.

Vi erano: 3 fabbriche di prodotti chimici; 3 fabbriche di conserve alimentari; 2 concerie di pelli; 1 industria per la macinazione di cereali; 1 fabbrica di spirito, con annesso opificio per la correzione dell’alcool; 1 opificio per la tessitura della seta; 1 segheria; 1 fabbrica di botti e barili; 1 fabbrica di corde armoniche.

579. Il territorio rimaneva comunque fondamentalmente agricolo, come nei secoli precedenti.

La “Rivista Agraria” diretta dal prof. Oreste Bordiga, in data 2 febbraio 1902 (anno XII, n°5, Pòrtici), riporta la seguente interessante descrizione di “Una gita nell’agro di Ponticelli”[193], che riguarda, come vedremo, anche il territorio di Barra:

“… Si passò allora ad una visita delle circostanti campagne, tutte ad orti, che offrono l’esempio della coltura più intensiva.

Esse fanno parte di quella conca fertilissima che sta fra le pendici occidentali del Vesuvio ed i colli di Poggioreale e Capodichino, salendo dal mare alla linea d’impluvio che la separa dal bacino dei Règi Lagni.

Questa regione, attraversata dal Sebéto, comprende il territorio della Volla o Bolla e le paludi o orti ad oriente di Napoli e nei territorii di S. Giovanni, Barra, Cèrcola, Ponticelli, etc.

Contadini delle paludi - 1837

580. Meno di un secolo fa, essa era in gran parte pantanosa, ed ora è pressoché tutta coltivata ad ortaglie, il cui affitto varia dalle 450 alle 900 lire ad ettaro.

La facilità di avere concimi organici, abbondanti ed a buon mercato, dalla città di Napoli e dai grossi centri vicini, è quella che favorisce più di tutto la coltura in parola, i cui prodotti poi trovano ivi appunto un larghissimo mercato di consumo.

A tutto questo, si aggiunge poi l’esistenza di una falda d’acqua sotterranea che nell’estate, in taluni luoghi, non è più profonda di 2 metri e nei punti più elevati non trovasi al di là di 7 ad 8, e serve ad una copiosa irrigazione, elevandola col mezzo di norie o centimoli.

Di queste, oggidì un gran numero è con secchi di zingo e maneggi ed ingranaggi di ferro; però se ne incontrano tuttora molte costruite in legno e così rozzamente da non poter utilizzare che una minima quota della forza dell’animale che le muove”.

Contadini delle paludi in una stampa dell'Ottocento

Gli aspàragi del Sig. Carmine Perna

581. Fatta questa descrizione generale, il racconto poi prosegue:

“Ci recammo a Barra, dove visitammo terreni e stabilimento del bravo orticoltore sig. Carmine Perna e specialmente le sue asparagiàie.  Esse coprono diverse moggia di superficie e vengono piantate con zampe che il sig. Perna ottiene da apposito tratto, mediante la semina delle piantine.

Lungo il muro che circonda l’orto, egli ne ha pure impiantato una per la produzione di asparagi precoci, che comincia a raccogliere in questi mesi (gennaio-febbraio) e che gli fruttano una discreta somma di danaro. Ed ecco come procede per ottenerli…”

Asparagi (Asparagus officinalis)

E non solo aspàragi …

582. “Nella ortaglia che possiede, il sig. Perna coltiva estesamente pomodori che, nel piccolo stabilimento suo, converte subito in conserva.

Ivi attende pure alla preparazione di frutta giuleppate ed in sciroppi in iscatole di latta: industria che da noi avrebbe assai più largo avvenire, se non vi fosse d’ostacolo l’eccessiva carezza dello zucchero, dovuta agli aggravi fiscali[194].

Nella zona da lui posseduta, il sig. Perna piantò filari di peschi, oggidì ancora novelli, con un ordine e una simmetria che raramente si riscontrano in questo paese, ma che sono tanto necessari alla buona coltura delle piante fruttifere. Il modo con cui la chioma dei peschi era stata preparata e disposta colla potatura rivelava da sé il buon frutticoltore”.

Alberi di pesco (Prunus pèrsica)

Anche dopo la nascita della “zona franca industriale”

583. Anche la Legge speciale del 1904, e la conseguente crescita della “zona industriale” ad oriente di Napoli, non mutarono sostanzialmente il dato di fatto della prevalenza, in Barra, dell’economia agricola.

Infatti, nel 1911, il dott. Teodoro De Caprariis, Assistente della Cattedra Ambulante di Agricoltura per il Molise, e già Addetto all’Ufficio di Statistica Agraria di Portici, in un suo scritto su “Gli orti irrigui di Napoli”[195], osservava:

“E’ qui senz’altro noto che, in conseguenza dell’ampliamento della cinta della città, e specialmente per la formazione della zona franca industriale, si è oggi verificata la graduale scomparsa delle più vicine e classiche padùli di Napoli, le quali si potevano considerare come la vera dispensa dei commestibili orticoli giornalieri per la grande metropoli partenopea.

E’ prematuro dire se ciò sia stato un bene o un male, e non tocca a me sostenere l’una o l’altra tesi a tal proposito.

584. Certo è che, per naturale conseguenza, si è avuta la intensificazione degli orti irrigui più distanti, con la completa trasformazione in colture orticole dei terreni migliori dei Comuni finitimi dianzi indicati (S. Giovanni a Teduccio, Barra, Ponticelli e S. Pietro a Paterno).

E ciò era necessario per poter soddisfare le maggiori richieste dei consumatori, e il crescente bisogno, a causa del progressivo aumento della popolazione della città di Napoli per la iniziata trasformazione industriale”.

Vantaggi e limiti dell’economia padulàna

585. Nel 1911, il De Caprariis descrive un territorio sostanzialmente simile a quello del 1902, elogiando la fertilità naturale del suolo vulcanico, la copiosa irrigazione garantita dal Sebéto e dalla falda acquifera superficiale, la concimazione organica con spazzature e letame delle stalle della città, la mitezza del clima, etc …  

“E così, l’intima unione dell’interesse dell’uomo e delle favorevoli condizioni naturali, rende oltremodo eccezionale lo sfruttamento dei terreni destinati a padùli.

Dai conti analitici riportati, appare evidente l’utile netto della coltura, che l’ortolano ricava in misura piuttosto soddisfacente.

586. Questi però potrebbero rendere molto di più, se fossero maggiormente conosciuti e diffusi i progressi dell’orticoltura straniera: la introduzione di nuove varietà di ortaggi, la tecnica delle primizie, etc.”     

In tal modo “si otterrebbero senza dubbio prodotti grossi, belli e delicati, tali da guadagnare i migliori mercati di consumo … e da superare quelli delle più raffinate colture orticole francesi.

Ma purtroppo la produzione degli ortaggi è ancora, nelle nostre padùli, affidata a rozzi ortolani, ignoranti di ogni progresso scientifico, malgrado che sieno lavoratori costanti e affezionati all’arte loro”.

Come vive il padulàno all’inizio del Novecento

587. Quest’ultima osservazione permette al De Caprariis di iniziare a descrivere la vita quotidiana del “coltivatore degli orti di Napoli”:

“Il padulàno ha l’abitazione nell’orto, come è agevole vedere dalle tipiche e bianche casette coloniche, ora isolate, ora aggruppate a tre, a quattro, disseminate in gran numero nella zona ortense del territorio di Napoli.

Generalmente sono costituite da due ambienti a pianterreno: cucina e piccola stalla. Il piano superiore, a cui si accede per la scaletta esterna in muratura, si compone di una o due camere da letto, a seconda dell’importanza dell’orto e della famiglia.

A ridosso della casetta, negli orti in cui l’irrigazione si effettua con le acque tratte dal sottosuolo con la nòria (‘o ‘ngegno), vi è la vasca in muratura per la raccolta dell’acqua, che serve pure a lavare le ortaglie, prima di portarle al mercato. Dalla vasca parte il canale di irrigazione principale, costantemente in muratura.

La nòria, coperta quasi sempre da una tettoia, è mossa dall’asinello o da un piccolo cavallo, i quali, come vedremo in appresso, formano parte principale del capitale dell’ortolano.

588. Di fronte alla grande produzione dell’orto, … l’ortolano ha bisogno di un capitale di scorta relativamente piccolo.

Oltre agli attrezzi semplici e comuni, occorrenti per la lavorazione del terreno, come zappe, vanghe, zappette o sarchielli, rastrelli, piantatoi, cesti, corbi, corbelli per la raccolta dei prodotti, l’ortolano possiede un asinello o un piccolo cavallo e un carretto, col quale al mattino, di buona ora, trasporta gli ortaggi per venderli al mercato o in giro per le vie della città, donde ritorna col carretto carico di immondizie o letame.

Egli ha bisogno di capitale circolante solo per l’acquisto di semi (qualora non li produca direttamente), di piantine, di sostanze anti-crittogamiche ed insetticide, e di qualche concime azotato (nitrato di soda o solfato ammonico) che appena da qualche anno in qua incomincia ad usare.

E’ rarissimo che l’ortolano ricorra a mano d’opera avventizia, perché tutto il lavoro occorrente per l’orto viene fatto dalla famiglia”.

Contadina delle paludi

Il Comune di Barra nel periodo giolittiano

589. Contadini e piccola plebe paesana, che costituivano la gran maggioranza della popolazione, continuavano comunque a non avere diritto di voto, e l’amministrazione comunale rimaneva nelle mani di una piccola minoranza di piccoli borghesi[196].   

Dal punto di vista normativo, abbiamo visto che, nel 1889, il Crispi aveva modificato la Legge sulle amministrazioni comunali e provinciali del 1865: anche in base alla nuova legge, tuttavia, nei Comuni con meno di 10.000 abitanti (e Barra era allora fra questi), i Sindaci continuavano ad essere nominati dal governo con Règio Decreto[197].   

L’elezione del Sindaco da parte del Consiglio comunale venne estesa a tutti i Comuni solo con la Legge n°346 del 29 luglio 1896, confluita poi nel Testo Unico n°164 del 4 maggio 1898. Nuovi testi unici furono successivamente emanati nel 1908 e nel 1915, ma senza apportare modifiche sostanziali.

Il Sindaco rimaneva in carica 3 anni ed era sempre rieleggibile, purché conservasse la carica di consigliere comunale, perché potevano candidarsi solo i consiglieri comunali in carica; era eletto a scrutinio segreto; la seduta era valida solo se presenti i due terzi dei consiglieri assegnati al Comune.

Beniamino Caccavale, dal 1896 al 1899, e poi Antonio Napolitano, furono perciò i primi due Sindaci ad essere eletti in seno al Consiglio comunale[198].  

590. Si deve anche osservare che, dal 1°gennaio 1903, Barra diventò Comune “aperto” ai fini del “dazio sul consumo”[199]:

“Trasformazione tributaria sui nuovi bisogni e servizi” (Delibera N°276 del 6 ottobre 1902).

“Approvazione in seconda lettura, giusta autorizzazione prefettizia, del deliberato sulla trasformazione tributaria” (Delibera N°281 del 12 ottobre 1902).  

Il Cavalier Augusto Sanfelice di Bagnoli (marzo-settembre 1904)

591. Dopo la “Accettazione delle dimissioni del Sindaco Sig. Napolitano Antonio” (Delibera N°475 del 7 marzo 1904), arrivò un terzo Règio Commissario Straordinario: il Cav. Augusto Sanfelice di Bagnoli[200].  

592. A questo terzo Commissario, oltre le attività consuete di verifica e riordino degli uffici comunali, di riassetto economico e normativo del personale, etc. si deve la importante “Istituzione di un Ufficio Tecnico Municipale” (Delibera N°19 del 14 giugno 1904).

Fu lui altresì ad avviare le procedure per la costruzione della Traversa Spinelli (“una piccola traversa stradale di accesso alla fermata sezionale del tram”)[201].

593. Fronteggiò inoltre baldanzosamente uno sciopero dei macellai barresi che chiedevano “un aumento sui prezzi per la vendita di carne vaccina macellata, per scarsezza di bestie” e fecero “mancare la carne per parecchi giorni”.

“Considerato che, in questo stato di cose, non pochi cittadini e villeggianti reclamarono insistentemente a questa Amministrazione un efficace intervento, per assicurare ai diversi infermi un alimento tanto necessario, e vista inutile ogni trattativa … altro rimedio non v’era che mettere in vendita la carne per conto del Municipio”.

Sanfelice, per non cedere alle richieste degli scioperanti, organizzò quindi addirittura una sorta di provvisoria “macelleria comunale”, ma questo provocò per il Comune “una eccedenza di spese di lire 270,36 da sgravarsi sul fondo spese impreviste”.

Il marchese Cesare De Riso (settembre 1904 – luglio 1905)

594. Il nuovo passivo finì dunque sulle spalle del successivo Sindaco, che fu il marchese Cesare De Riso, il quale non poté far altro che …

“Applicazione della sovra-imposta comunale per l’anno 1905” (Delibera N°18 del 10 novembre 1904).

595. Il marchese De Riso restò in carica solo pochi mesi:

“Insediamento del nuovo Consiglio comunale” (Delibera N°1 del 20 settembre 1904).

“Nomina del Sindaco, in persona del Sig. Marchese Cesare De Riso” (Delibera N°2 del 20 settembre 1904). 

“Accettazione delle dimissioni del Sindaco Sig. De Riso Cesare” (Delibera N°56 del 21 luglio 1905).

596. Oltre a ratificare gli Atti del precedente Commissario Sanfelice, cercò di fare una politica di contenimento delle spese e di risanamento del bilancio, che durò tanto poco quanto il suo mandato.

Di lui si possono però meritoriamente menzionare:

-      “Regolarizzazione di fitto col Sig. Torricelli Arcangelo per locale scolastico[202] (Delibera N°45 del 2 giugno 1905);

-      “Approvazione del Regolamento della Banda Civica Municipale” (Delibera N°52 del 2 giugno 1905), della quale diremo più estesamente a suo luogo.

Il Sindaco Cristoforo Caccavale (1905-1918)

597. Successore del marchese De Riso fu Cristofaro Caccavale, che può essere considerato il vero e proprio Sindaco “giolittiano” di Barra e rimase in carica, fra alti e bassi, dalla metà del 1905 fin quasi al termine della Prima guerra mondiale, allor quando, esattamente il 10 febbraio 1918, arrivò il decreto di scioglimento del Consiglio comunale, con nuovo (e quarto) commissariamento del Comune … ahi noi! … per irregolarità e malversazioni “grossolane” almeno quanto quelle di circa 45 anni prima (1873).

598. Il Caccavale dovette confrontarsi con problemi “tradizionali” come quello del cimitero e quello dei “cani vaganti”, le eruzioni del Vesuvio e “le lave dell’acqua”, ma anche fare i conti con le “modernità” del Novecento, come l’elettrificazione e la ormai imprescindibile esigenza di impiantare le condutture idriche.    

Le seppellitrici (1905)

599. Per il cimitero, si era da tempo provveduto alla “Approvazione del progetto per la costruzione di una casa sul cimitero per il custode” (Delibera N°630 del 20 marzo 1884).

Il Comune provvedeva regolarmente a nominare il custode e l’aiuto-custode, nonché il prete cappellano, e queste nomine, salvo casi eccezionali, erano a tempo indeterminato ovvero fino al pensionamento.

600. I posti di “seppellitore”, invece, erano ancora, di fatto se non più di diritto, appannaggio ereditario di alcune famiglie e, in assenza di eredi maschi, ereditavano le donne:

“Visto che, nel bilancio comunale, alla voce assegno al personale del cimitero trovansi due stanziamenti: per annue lire 153 ad una seppellitrice, e di lire 72 ad una supplente… le cui funzioni erano e sono disimpegnate dalle nominate Concetta Bruno e Cristina Balisciano, madre e figlia, …

Visto altresì il decesso della seppellitrice titolare Concetta Bruno, per il che occorre il rimpiazzo nell’interesse del servizio necroscopico …

DELIBERA

nominare Cristina Balisciano seppellitrice titolare di questo cimitero, con l’assegno annuo di lire 153 da pagarsi a rate mensili di lire 12,75 … e di abolire e sopprimere il posto di aiutante seppellitrice”. Quando Cristina Balisciano avrà dei figli, si vedrà …

I cani: tasse, accalappiatori e pubblico canile

601. Per i cani, vi era ovviamente l’apposita tassa, confermata anche dalla Legge crispina del 1889[203], e diligentemente regolamentata dal Comune:

“Approvazione di regolamento per la tassa sui cani” (Delibera N°80 del 5 dicembre 1889).

“I 1.000 cani di Barra garantiranno un introito di Lire 10.890, derivanti da: Lire 8 per ogni cane denunziato; Lire 4 per cani da caccia e mastini da guardia; Lire 1 per tutti quelli non compresi negli esenti …” Erano infatti esentati “i cani adibiti alla guardia delle greggi e i cani-guida per non-vedenti”.

Non tutto, però, poteva essere regolamentato. E così …

“La Giunta comunale …

in seguito alla seduta del 18 settembre 1906, delibera che … dal bilancio corrente, fondo disponibile … sia prelevata la somma di lire 45 a favore degli accalappiatori di cani vaganti Francesco Piccolo e Antonio Della Monica che, previa disposizione della competente autorità municipale, eseguirono in questo Comune la razzia per numero 45 cani vaganti nello intervento di due notti … 

in data 18 luglio 1910, delibera pagarsi la somma di lire 3,50 al falegname Gennaro Russo, in transazione della somma di lire 4, quale importo per la riparazione della porta di ingresso del pubblico canile ove vengono rinchiusi i cani vaganti …”

Inizia l’elettrificazione della Circum-vesuviana (1905)

602. Delle vicende della Circum-vesuviana di Barra, abbiamo già scritto: dalla sua nascita nel 1890 come “Società Anonima Ferrovia Napoli-Ottajano”, con un solo binario e con trazione a vapore [204], alla sua acquisizione da parte della Società Meridionale di Elettricità (SME) di Maurizio Capuano nel 1901[205].

Nel 1904, la stazione di Barra era ormai stazione-bivio per le due linee che “avvolgevano” tutta la base del Vesuvio, e cioè la Napoli-Ottaviano-Sarno e la Napoli-Pompei-Poggiomarino: complessivamente, erano circa 64 km di strada ferrata, che attraversava 23 Comuni: tutto con un solo binario e con trazione a vapore.

603. La più recente Napoli-Pompei-Poggiomarino venne modificata con treni a trazione elettrica a partire ufficialmente dal 25 marzo 1905, mentre la più antica Napoli-Ottaviano-Sarno rimase a vapore fino al 1926, quando furono ultimati i lavori di elettrificazione dell’intera linea.

L’eruzione del Vesuvio nell’aprile del 1906

604. La “nuova” ferrovia circum-vesuviana della SME, ed in particolare il suo tratto appena elettrificato, ebbero, è proprio il caso di dirlo, il loro “battesimo del fuoco” in occasione dell’eruzione del Vesuvio nel 1906.

605. “Veri miracoli ha compiuto, in questi giorni, la Circum-vesuviana e tutti quei valentuomini che ne sono l’anima, la forza, l’organismo: da Giuseppe Sirignano a Emanuele Rocco al direttore Ingarami, tutti quanti meritano la simpatia profonda e la profonda gratitudine della gente, giacché è a loro, è alla loro abnegazione, se la Circum-vesuviana ha potuto riattivare mirabilmente i suoi trasporti, rendendo così servigi immensi all’opera di salvataggio, prima, e dei soccorsi organizzati, dopo …

Poiché la graziosa, simpatica ferrovia che abbraccia il Vesuvio ed è abituata a trasportare quietamente un migliaio di persone, diciamo così, al giorno, non può trasportarne 50 mila. Ma ha fatto miracoli questa ferrovia … sdoppiando, triplicando i suoi treni, dall’alba a mezzanotte, partendo con le sue piattaforme zeppe, coi suoi vagoni gremìti, subendo gli assalti più impetuosi ad ogni piccola stazione intermedia …”

606. E’ ancora una volta Matilde Serao[206] a descrivere gli eventi, in una serie di articoli apparsi su “Il giorno” e poi raccolti e pubblicati in volume con il titolo leopardiano “Sterminatòr Vesèvo - Diario dell’eruzione aprile 1906”.

La Pasqua di Giuseppe Moscati

607. Quell’eruzione iniziò infatti il 4 aprile 1906 e divenne progressivamente più intensa con l’apertura di nuove bocche il 5 e il 6.

Nella notte fra il 7 e l’8 aprile, si ebbe l’evento forse più impressionante: lo sprofondamento della parte superiore del cono del Vesuvio, a causa del quale l’altezza del vulcano si abbassò, con un forte terremoto, da circa 1.335 a circa 1.100 metri, tanto che la cima del Vesuvio, che allora si trovava più in alto di quella del Monte Somma, scese ad un livello inferiore.

608. Il 10 aprile, il giovane medico ospedaliero Giuseppe Moscati (1880-1927), di sua iniziativa e contro il parere di superiori e di esperti, corse a Torre del Greco e riuscì ad evacuare interamente l’ospedale per gli anziani e i malati psichiatrici, proprio un attimo prima che crollasse.

Il giorno 15 era la Pasqua. L’eruzione andò scemando a partire dal giorno 12. Il giorno 21 si considerò conclusa.

S. Giuseppe Moscati

609. I paesi più colpiti furono Ottajano (attualmente, Ottaviano) e S. Giuseppe di Ottajano (attualmente, S. Giuseppe Vesuviano); la lava investì e distrusse quasi interamente anche Boscotrecase e si fermò a circa 100 metri da Torre Annunziata. Alla fine, si contarono 216 morti e 112 feriti.

Anche a Napoli si ebbero 11 morti e 30 feriti, per il crollo di una tettoia del mercato di Monteoliveto, oltre ai danni e crolli provocati dalle scosse in varie abitazioni ed edifici pubblici.

Turisti nella catastrofe

610. L’evento divenne subito una sorta di attrazione turistica per la “buona” borghesia italiana e straniera dell’epoca … Lo constatava, con disappunto, la stessa Serao, fin dal giorno 9:

“Non vada, no, solo, la gente in quei luoghi, ove le scene della catastrofe vesuviana si svolgono in tutto il loro orrore, per curiosità frivola e spregevole, ma con occhi di compassione, ma con anima di carità!

Non sia uno sport visitare i paesi deserti e squallidi, e le contrade ove la negra montagna della lava si avanza in onde di pietre e in onde di fuoco; non sia uno svago da narrare, al ritorno, fra le amiche e gli amici, scendendo dal treno, dalla vettura, dagli auto-mobili!” 

611. “Ironia delle cose! Da giovedì scorso, 5 aprile, in cui cominciò a piovere cenere dal Vesuvio … gli uffici postali nostri hanno fatto partire oltre 4.000 scatolette di legno … Queste singolari scatolette contenevano cenere del Vesuvio ... Sono inviate sino in Australia, ma specialmente in Inghilterra e in America … E si è osservato costantemente che questi invii eran fatti da nomi stranieri: vale a dire che tutti i forestieri di passaggio qui, o stabiliti a Napoli, o venuti per veder l’eruzione, avevano pensato immediatamente a raccoglier un poco di cenere, a chiuderla in una scatoletta, e a inviarla ai loro parenti, ai loro amici, alle loro innamorate, ai loro flirts. Così!”

I soldati

612. Gli “eroi” di quella eruzione, come scrisse Matilde Serao, furono i soldati: prontamente inviati dal Governo per i primi soccorsi alle popolazioni, i soldati si impiegarono a liberare dalla cenere strade, campi e cortili, a demolire case pericolanti, custodire beni mobili e preziosi abbandonati, seppellire i morti, portare i feriti agli ospedali, agevolare la fuga delle persone verso i paesi vicini …

Barra nell’eruzione del 1906

613. Il territorio di Barra fu coinvolto soprattutto nel fenomeno della “pioggia di cenere”. Nei Registri degli Atti della Giunta Comunale di quell’ anno 1906 troviamo le tracce di quel che avvenne:

“Per i gravissimi danni arrecati dall’eruzione del Vesuvio, e dalla conseguente pioggia di cenere e lapillo, …  i proprietari e gli agricoltori hanno avuto distrutto il raccolto che la terra, con la vegetazione già inoltrata, prometteva”.

“Il Governo del Re, in considerazione di tali danni, per venire incontro alle popolazioni della zona vesuviana, colpita da sì immane disastro, ha ordinato la sospensione della seconda rata del corrente anno della imposta erariale. E l’illustrissimo signor Intendente della Provincia … (ha ordinato) la sospensione della sovra-imposta provinciale, con invito a questa amministrazione di provvedere anche per la sovra-imposta comunale”.

614. A Barra, arrivarono 8 carri di artiglieria per provvedere allo sgombero della cenere vulcanica da strade, tetti, giardini, terreni agricoli, etc.

Le truppe furono provvisoriamente “accasermate” (come avverrà anche nel 1943 per le truppe Alleate durante la Seconda Guerra Mondiale) nel cosiddetto “bosco Spinelli” (= giardini e terreni agricoli di pertinenza della Villa omonima) e rifornite, a spese del Comune, “di numero 4 lumi, numero 2 secchi, una carsella a petrolio, nonché olio per le lanterne … il tutto fornito dal rivenditore Carlo Jacone per la somma di lire 8,50 centesimi”.

La disponibilità dimostrata dalla famiglia Spinelli in quella circostanza contribuì certamente alla scelta del nome di Francesco Spinelli per la Traversa che proprio in quel periodo si stava costruendo.   

615. I soldati andarono via entro la fine dell’anno 1906 e così, all’inizio del 1907, troviamo che “la Giunta comunale … constatato che altre parti del paese hanno bisogno di essere sgomberate dalla cenere che il Vesuvio ha depositato durante l’ultima eruzione, dà incarico ai fratelli Cozzolino di sgomberare tutta la cenere accumulatasi in località Scassone, Oliva, Tierzo e Rondinella, i cui abitanti hanno espresso, attraverso una petizione inviata al Sindaco, la impraticabilità delle strade”.  

E troviamo anche i “lavori di falegnameria eseguiti dal maestro Pasquale Sasso, per la costruzione di alcuni cassettoni di legno in difesa delle piante ombrellifere sulla Piazza Umberto I (attuale Piazza De Franchis) di questo Comune”: retribuiti con lire 69,00.

616. Del 1908, infine, è la “Nomina di un componente effettivo e di un supplente nel Collegio arbitrale per determinazione indennità fondi espropriati per spese in dipendenza eruzione Vesuvio” (Delibera N°46 del 22 agosto 1908).

La contrada “Madonnella” (1906)

617. A Napoli, in quelle mattine di aprile del 1906, si trovava anche, come sempre, il padulàno barrese Zi’ Ferdinando Punzo, per vendere al mercato i prodotti della sua terra e, in un mucchio di rovine causate dal terremoto, … “il suo occhio cadde su una pietra colorata, sulla quale egli riconobbe l’effigie della Madonna del Carmine. Non sapeva che si trattava di una lavagna ma gli sembrò bella; senza alcuna esitazione, caricò quella pietra sull’asino e si avviò verso casa, senza soldi ma con la pancia piena (nel frattempo, aveva mangiato 11 porzioni di spaghetti dal maccarunàro) e una Madonna nella bisaccia”.

Aveva così inizio la piccola storia della Contrada Madonnella, che avrebbe preso il nome proprio da quella immagine portata a casa da Zì Ferdinando [207].

continua


Note

[177] Vedi sopra, n°500

[178] Antonio Ghirelli – “Storia di Napoli”, Ed. Einaudi, 1973.

[179] Ibidem

[180] Vedi sopra, nn°487-488

[181] Vedi sopra, n°506

[182] Vedi sopra, nn°459-462

[183] Vedi sopra, nn°87-89

[184] Vedi nn°54-71 in “Il periodo liberale dal 1860 al 1876”.

[185] Le notizie e le immagini sono tratte da: Antonio Gamboni – “Le Officine Ferroviarie Meridionali” in “Clamfer.it” – Napoli.

[187] Vedi sopra, n°530 e n°537

[188] “Sud, l’antica fabbrica dell’Homo Faber”, a cura di Giovanni Cesarino, Giornalista – Dossier Unione Europea n°1/2009.

[189] Ibidem

[190] Ibidem

[191] Ibidem

[192] Vedi: Nicola De Ianni in “Dizionario biografico degli italiani” (1988).

[193] Vedi: Luigi Verolino – “L’Istituto Tecnico Agrario Statale Emanuele De Cillis di Ponticelli e l’istruzione agraria nella Provincia di Napoli”, Ed. il Quartiere, Ponticelli, 2006.

[194] Vedi sopra, n°572

[195] Verolino, op. cit.

[196] Vedi nn°164-166 in “Il periodo liberale dal 1860 al 1876”.

[197] Vedi nn°42-43 in “Il periodo liberale dal 1887 al 1896”.

[198] Vedi n°51 in “Il periodo liberale dal 1896 al 1900”.

[199] Vedi n°169 in “Il periodo liberale dal 1860 al 1876”.

[200] Vedi nn°42-43 in “Il periodo liberale dal 1896 al 1900”.

[201] Vedi oltre, nn°628-631

[202] In Villa Salvetti: vedi nn°58-60 in “Il periodo liberale dal 1896 al 1900”.

[203] Vedi sopra, n°589

[204] Vedi nn°64-65 in “Il periodo liberale dal 1887 al 1896”.

[205] Vedi sopra, n°471.

[206] Vedi nn°152 e segg. in “Il periodo liberale dal 1876 al 1887”.

[207] Vedi: Antonio Punzo - “La Madonnella – Storia di una Contrada”, Tipografia Russo, Napoli, 1996.

Angelo Renzi


Pubblicazione de Il Portale del Sud, maggio 2018

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