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Emanuele Gianturco
(1857-1907)
618. In qualche modo legata agli eventi del 1906 è anche
la nobile figura di Emanuele Gianturco (1857-1907),
che il 29 maggio 1906, proprio subito dopo l’eruzione
vesuviana dell’aprile, divenne Ministro dei Lavori
Pubblici.
Agli Atti del Comune di Barra troviamo infatti:
“Voto di ringraziamento a Sua Eccellenza il Ministro
Gianturco per i provvedimenti presi a favore dei Comuni
danneggiati dall’eruzione vesuviana” (Delibera N°48 del
13 settembre 1906). E poco dopo la sua morte troviamo
anche: “Commemorazione di Sua Eccellenza il Ministro
Gianturco – Condoglianze alla famiglia” (Delibera N°188
del 22 novembre 1907).
619. Emanuele Gianturco fu un illustre giurista,
parlamentare e ministro nell’Italia liberale, ma anche
musicista e compositore. Il suo nome completo di
battesimo era Luca Emanuele.
Nato ad Avigliano, in Basilicata, il 20 marzo 1857,
figlio di un povero calzolaio (di nome Francesco) e di
una semplice donna di casa (Domenica Maria Mancusi),
ebbe la fortuna di avere per fratello un santo prete di
nome Giuseppe, il quale si “toglieva il pane dalla
bocca” pur di far studiare i suoi due fratelli minori:
Emanuele e Vincenzo. Il fratello prete condusse entrambi
a studiare a Napoli laddove, all’Università, attirarono
l’attenzione del patriota e letterato Luigi Settembrini.
Con l’aiuto del Settembrini (che era bensì
anti-clericale, ma sapeva riconoscere il valore delle
persone), Don Giuseppe ottenne cattedra (e stipendio) al
Liceo di Reggio Calabria, e i due fratelli minori una
piccola “Borsa di studio” dal Consiglio Provinciale di
Potenza.
620. Nel luglio 1878, Emanuele Gianturco conseguiva,
quasi contemporaneamente, la Laurea in Giurisprudenza e
il Diploma di Maestro Compositore presso il
Conservatorio di S. Pietro a Maiella.
Scelse la giurisprudenza come lavoro e si riservò la
musica per diletto. Dopo la sua morte, le sue
composizioni per
orchestra, piano e canto, furono stampate, a Firenze,
con prefazione di Alessandro Longo, allora (1912)
Direttore del Conservatorio di San Pietro a Maiella. Ma
intanto, nel 1882, a soli 25 anni di età, era già
“libero docente di diritto civile” dell’Università, ed
avvocato celebre del Foro di Napoli.
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Emanuele Gianturco |
621. Come studioso, ha lasciato un “Sistema del diritto
civile” e le “Istituzioni di diritto civile”: “Egli vide
i pericoli di ogni imitazione straniera, sia francese
sia tedesca, e l’una e l'altra combatté strenuamente,
iniziando la formazione di quella scuola italiana di
diritto privato, che doveva, alcuni anni dopo,
affermarsi superbamente, e che all’aprirsi del grande
conflitto mondiale teneva, specialmente nel campo del
diritto romano, il primato in Europa” (Alfredo Rocco).
Come avvocato: “L’avidità del guadagno non lo punse mai:
mai volle accettare la difesa di cause, che non gli
sembrassero giuste … Sempre fu pronto a prestare il suo
patrocinio gratuito in difesa degli umili … Col vistoso
compenso riscosso dalla Società soccombente nella causa
degli emigranti naufraghi del piroscafo Utopìa,
volle costituire un Fondo per gli emigranti poveri,
intitolandolo alla amatissima moglie Remigia Guariglia”
(Alfredo Rocco).
622. Fu eletto parlamentare nel 1889, e da allora sempre
riconfermato, prima in collegi della sua Basilicata e
poi in un collegio di Napoli (S. Ferdinando). Si
presentò alle elezioni in questo modo: “Ebbi umili
natali, avversa la fortuna; e questa vinsi, e quelli
nobilitai, con la sola perseverante virtù del lavoro.
Il mio programma quindi è già scritto nella mia vita.
Dovunque risplenda la luce di alti ideali, dovunque
chiami la voce del dovere, là sarà il mio posto”.
Fu per tre volte vice-presidente della Camera, per due
volte ministro della Giustizia, una volta ministro della
Pubblica Istruzione. Ma soprattutto, negli ultimi 17
mesi della sua vita (dal 29 maggio 1906 al 7 novembre
1907), fu ministro dei Lavori Pubblici: come tale,
difese vigorosamente l’esercizio di Stato delle
ferrovie, assunto nel 1905, e quindi la nascita delle
Ferrovie dello Stato, di cui può ritenersi (con la
Legge 429 del 7/7/1907) il vero fondatore giuridico
ed organizzativo.
623. Colpito da un cancro alla bocca, morì a Napoli, a
soli 50 anni di età, il 10 novembre 1907. Oltre 400 mila
persone seguirono il suo funerale. Il fratello, il
vecchio e santo Zio Prete pronunciò, fra il pianto di
tutti i presenti, queste parole: “Io ti presi dalla
culla; io ti guidai nella vita; io ti accompagno, con la
voce di Dio, al sepolcro”.
Ai suoi 7 figli, avendo rinunciato al titolo di marchese
che gli avevano offerto, lasciò questo testamento: “Non
si dòlgano i miei carissimi figli se l’eredità del padre
non è pingue. Lascio ad essi il pane del domani; al pane
del dopo-domani debbono provvedere essi stessi,
lavorando assiduamente e onestamente, come io ho
lavorato. Temete Iddio, soltanto Iddio; venerate vostra
madre; amate il lavoro; e serbate immacolato l’onore del
nome di vostro padre”.
Alla memoria di Emanuele Gianturco, nella nostra zona,
sono dedicate una strada ed una stazione della
Circumvesuviana.
La Pretura di Barra
(1908-1998)
624. Nel 1908, una parte del piano superiore
dell’ex-edificio conventuale dei francescani venne
concessa in fitto, dal sindaco Cristoforo Caccavale, al
Ministero di Grazia e Giustizia, perché fosse adibita a
sede della Pretura mandamentale di Barra.
“Fitto di locali comunali per uso degli uffici di
Pretura” (Delibera N°44 del 17 agosto 1908): “Il
Consiglio comunale … delibera concedersi in fitto, al
Ministero di Grazia e Giustizia, i locali al Corso
Sirena n°55 (oggi n°305) e propriamente quelli
già occupati per uso Pretura, formati da numero 7
vani e il corridoio a destra salendo, per la durata di
anni 5, cioè dal 10 agosto 1908 al 10 agosto 1913, per
la pigione annua di lire 1.000, pagabili a semestri
posticipati”.
In realtà, come si legge, nel 1908 fu stipulato
formalmente il contratto di fitto per dei locali che
erano de facto “già occupati per uso Pretura”.
625. Ricostruendo invero le vicende della Pretura di
Barra, troviamo che, nel 1877, essa era allocata
nell’espropriato convento dei Domenicani.
Quando però i padri Domenicani si ricomprarono “in
moneta sonante” il loro Convento nel 1894, vi
risultavano presenti solo alcune classi delle scuole
elementari,
perché alla Pretura si era già provveduto a trovare una
nuova sede:
“Affitto di un nuovo locale per l’ufficio della
Pretura mandamentale” (Delibera N°278 del 21 aprile
1888).
“Rinnovazione di affitto della casa per la sede
della Pretura mandamentale” (Delibera N°175 del 28
maggio 1896).
Ed ancora nel 1906 troviamo un “Provvedimento per il
fitto del locale ad uso della Pretura mandamentale”
(Delibera N°28 del 29 maggio 1906”).
626. Dunque, molto probabilmente, fu proprio nel
1906-1907 che la Procura cominciò ad occupare de
facto i locali comunali dell’ex-convento dei
francescani, salvo poi a regolarizzare formalmente
l’affitto nel 1908.
In quei locali, la Pretura di Barra ha avuto poi la sua
sede per quasi tutto il Novecento, finché non venne
trasferita nei nuovi edifici realizzati nell’àmbito
della “Ricostruzione” dopo il terremoto del 1980.
Infine, il Decreto Legislativo n° 51 del 19 febbraio
1998 ha disposto la soppressione delle Preture
come organi distinti della giurisdizione.
Ancora il carcere (1900-1943)
627. Il piano-terra dell’ex convento francescano rimase,
invece, adibito a carcere
fino alla seconda guerra mondiale, quando i tedeschi, in
fuga dalla città nel 1943, lasciarono incustodite le
celle … che naturalmente si svuotarono rapidamente di
tutti i detenuti. Dopo la guerra, venne utilizzato per
lungo tempo come scuola elementare.
La Traversa Spinelli (1908)
628. Abbiamo detto
che, per assicurare il collegamento fra lo storico
Corso Sirena ed il nuovo Corso Vittorio Emanuele
(attuale Bruno Buozzi), già nel 1890, in occasione dei
lavori per il “Risanamento” curati dal Sindaco
Mastellone e dall’ing. Cozzolino, era stata realizzata
‘A traversa ‘e vascio (= la traversa di sotto)
ovvero la Via Domenico Minichino.
Circa quindici anni dopo, il (terzo) Règio Commissario
Straordinario, Cav. Augusto Sanfelice di Bagnoli
(marzo-settembre 1904), stabilì di realizzare, con “atto
di urgenza”, anche ‘A traversa ‘e ‘coppa (= la
traversa di sopra) ovvero la attuale Via Francesco
Spinelli:
“Approvazione di progetto per la costruzione di una
piccola traversa stradale di accesso alla fermata
sezionale del tram, tra il Corso Sirena e il Corso
Vittorio Emanuele” (Delibera N°39 del 27 agosto 1904).
629. Il progetto venne poi prontamente ratificato dal
nuovo Consiglio comunale e dal nuovo Sindaco, il
marchese Cesare De Riso:
“Ratifica dell’atto d’urgenza del Règio
Commissario circa l’approvazione di progetto per la
costruzione di una piccola traversa stradale di accesso
alla fermata sezionale del tram, tra il Corso Sirena e
il Corso Vittorio Emanuele” (Delibera N°21 del 10
novembre 1904).
630. Naturalmente, anche stavolta fu l’ing. comunale
Pasquale Cozzolino a redigere il progetto, che prevedeva
una spesa di lire 5.437,86 + lire 1.732,28 per
l’acquisto del terreno dalle Suore della Carità, le
“monache francesi”.
E in effetti, il 7 febbraio 1905, venne stipulato,
presso il notaio Luigi Tavassi, il contratto fra il
Sindaco (marchese Cesare De Riso) e la Superiora delle
Suore della Carità, per la cifra prevista dal Comune
(1.732,28).
631. La Traversa venne inaugurata ed intitolata, nel
1908 (Sindaco Cristofaro Caccavale), al benemerito conte
Francesco Spinelli (1820-1897), morto 10 anni prima,
dopo una vita assai travagliata,
conclusa però con la soddisfazione del riconoscimento
ufficiale dell’antico titolo di “conte di Acerra e
marchese di Laino” da parte del Re d’Italia Umberto I di
Savoia, con Decreto Ministeriale del 30 giugno 1895.
Infine, con Delibera N°202 del 19 febbraio 1910 (Sindaco
Cristofaro Caccavale), troviamo svincolata la cauzione
versata dall’impresa Improta Domenico “per gli eseguiti
lavori di costruzione della traversa di accesso alla
fermata sezionale del tram”.
L’alluvione del 1908
632. Appena inaugurata, la Traversa Spinelli ebbe
subito, per così dire, un severo collaudo, perché venne
investita, come altre strade non solo di Barra, dalla
travolgente alluvione del 1908:
“In seguito alle piogge torrenziali dal 23 al 24 ottobre
(1908) e dei giorni precedenti, i Comuni del
versante occidentale vesuviano e specialmente quelli di
Torre del Greco, Resina, Portici, S. Giorgio a Cremano,
Barra, Cercola, S. Sebastiano, Pollena e Trocchia,
furono devastati da alluvioni travolgenti di notevoli
masse di fango e pietre.
A Portici, a S. Giorgio, a Barra, le vie
scendenti dalla montagna divennero torrenti
impetuosissimi, travolgenti nella furia delle acque
persino i bàsoli che essa giunse a svèllere dal
lastricato. Dove queste vie sboccavano in altre più
ampie o in piazze, si formarono, col materiale
trasportato, dei veri coni di deiezione, come avviene
dei torrenti ove uscendo dalle gole montane si spandono
sulle pianure”.
La famosa “acqua di Serino” e il colera
del 1910
633. L’ingegnere comunale Pasquale Cozzolino,
inaugurando i lavori per il “Risanamento” il 1°novembre
1889, aveva ottimisticamente detto, e scritto nel suo
libro sulla storia di Barra, che essa “avrà in breve
anche la sua acqua del Serìno dai sifoni di Cancello”.
In effetti, già da alcuni anni, e tanto più dopo il
colera del 1884, si era compreso che non si poteva
continuare ad andare avanti solo con l’acqua dei pozzi,
di malcerta potabilità, e si era iniziato a parlare,
ma solo a parlare, della “Conduttura delle acque del
Serino” (Delibera N°578 del 7 giugno 1883).
Nel 1894, troviamo addirittura un “Voto di
ringraziamento all’avvocato Mario Magliano,
consigliere comunale di Napoli, per l’opera prestata in
favore di questo Comune per la conduttura dell’acqua del
Serino” (Delibera N°257 del 9 maggio 1894).
634. Ma in realtà, fra discussioni, tergi-versazioni e
mal-versazioni, si dovette attendere fino al 1910 (circa
30 anni!) perché i Barresi potessero iniziare a bere la
famosa acqua. E, molto probabilmente, nemmeno 30 anni
sarebbero bastati se nel 1910 non fosse scoppiata a
Napoli l’ennesima epidemia di colera.
635. A Barra, il colera fece vittime dall’agosto del
1910 ai primi mesi del 1911. Così che, in data 27
settembre 1910, “causa l’imperversante epidemia”, il
Prefetto di Napoli impose alla Compagnia delle acque
Liegi “entro e non oltre la data di giorni tre” di
realizzare l’attacco dalla tubatura centrale di S.
Giorgio a Cremano verso Barra, per la fornitura di
“metri cubi 130 giornalieri” dell’acqua miracolosa.
Ci volle dunque la classica “situazione di emergenza”
all’italiana, e l’altrettanto classico “intervento
d’autorità” del Prefetto, per cominciare a sbrogliare la
matassa.
636. Di suo, il Consiglio comunale di Barra ci mise la
connessa decisione “di far impiantare alcune fontanine
pubbliche sulla strada principale (il Corso Sirena)
e per tale lavoro venne incaricata la Società
dell’Acquedotto Vesuviano che eseguì urgentemente
(sic!) la canalizzazione da Piazza Monteleone a
Piazza Egidio Velotto per una spesa di lire 51.210,80 …”
Nel 1910, i Barresi poterono dunque cominciare ad
attingere l’acqua di Serino da alcune fontanine
pubbliche poste lungo il Corso Sirena.
Nel luglio 1911, troviamo la “Domanda al Municipio di
Napoli per la concessione definitiva dell’acqua
di Serino” (in prima lettura: Delibera N°291 del 16
luglio 1911; in seconda lettura: Delibera N°294 del 22
luglio 1911).
Segue la “Convenzione con il Comune di Napoli per la
concessione definitiva dell’acqua del Serino” (in
prima lettura: Delibera N°40 del 9 marzo 1912; in
seconda lettura: Delibera N°48 del 23 marzo 1912).
Ed infine, la stipula della “Convenzione con la
Società delle Acque di Serino, Municipio di Napoli e
Compagnia di Liegi” per la fornitura di “metri cubi 160
giornalieri”, al prezzo di 10 centesimi di lira per ogni
metro cubo (Delibera N°133 del 14 marzo 1913).
637. Beninteso, stiamo parlando sempre di un’unica
conduttura lungo il Corso Sirena, che alimentava
soltanto alcune fontanine pubbliche … Per fare
ulteriori, concreti, passi in avanti, bisognerà
attendere a dopo la Prima Guerra Mondiale (1915-1918).
Il tram elettrico: verso S. Giorgio
(1903-1914)
638. All’inizio del secolo, a Barra esisteva ancora “il
servizio di trasporto pubblico di tram a cavalli con
vetture omnibus”, avviato dal Sindaco Martucci il 2
gennaio 1886 sulla base della “Accettazione dell’offerta
Ascione a trattativa privata per l’appalto del servizio
del corso pubblico con vetture omnibus” (Delibera N°119
del 30 novembre 1885).
639. Nel 1903, vediamo per la prima volta i tram a
trazione elettrica: “Convenzione per la concessione
ad esercizio dei tram a trazione elettrica” (in prima
lettura: Delibera N°396 dell’11 agosto 1903; in seconda
lettura: Delibera N°398 del 15 agosto 1903).
Questa prima linea tranviaria elettrica arrivava nella
piazza di Barra da S. Giovanni a Teduccio lungo la
strada consortile (attuale Corso IV Novembre) e svoltava
in direzione della “Barra di sopra”, senza però giungere
fino a S. Giorgio a Cremano.
640. Già nel 1905, cioè lo stesso anno in cui entrò in
funzione la prima linea della ferrovia
circum-vesuviana a trazione elettrica,
l’ingegnere comunale Pasquale Cozzolino pubblicò una
“Relazione sommaria, corredata di uno schema di
progetto, intorno alla convenienza del prolungamento
della linea tramviaria elettrica dall’abitato di
S. Giorgio a Cremano”.
Ma questa tratta completa, preconizzata dal Cozzolino,
entrò in funzione solo nel 1914. Utilizzando la
toponomastica attuale, diremo che essa, da Piazza De
Franchis, andava per Corso Bruno Buozzi fino
all’incrocio con la Via Luigi Martucci; qui il tram si
immetteva fra due grandi muraglioni in pietra lavica
alti circa tre metri (come quelli delle “cupe”) e, dopo
aver incrociato anche la Via Bernardo Quaranta,
“sbucava” in Via Botteghelle di fronte a Villa Presti,
ed arrivava in località Borrelli (Comune di S. Giorgio a
Cremano) passando per la piazzetta S. Aniello, davanti
alla storica chiesetta dove nel Settecento avevano
abitato Alfonso Maria de’ Liguori e il suo discepolo
Gennaro Sarnelli.
Il tram elettrico: verso Ponticelli (1913)
641. Nel frattempo, dopo una laboriosa gestazione
iniziata nel 1907, si provvide ad un’altra linea: quella
in direzione di Ponticelli.
Nel 1912, troviamo la “Autorizzazione al Sindaco
(Cristoforo Caccavale) di stipulare contratto con la
Società dei Tranvay Napoletani (Sig. Cav. Eugenio
Vilers), in ordine alla variante della linea
Barra-Ponticelli” (Delibera N°107 del 22 novembre 1912).
Sempre utilizzando la toponomastica attuale, diremo che
il tracciato arrivava da Napoli, via S. Giovanni a
Teduccio, entrava in Barra per il Corso IV Novembre e,
all’altezza di Piazza De Franchis, svoltava in Corso
Bruno Buozzi, lo percorreva fino alla piazzetta Egidio
Velotto e di qui si immetteva nell’omonima via “previo
un allargamento di metri due del primo tratto di essa”
(come era stato esplicitamente richiesto dal Comune, che
contribuì alle spese); infine, giunto al passaggio a
livello della ferrovia circum-vesuviana, svoltava per
Ponticelli.
I lavori di questo tratto della linea procedettero a
tempi (oggi) “da record”, perché già l’anno dopo (1913)
il tram era in esercizio.
Il licenziamento
dell’Ing. Pasquale Cozzolino (1915)
642. Il benemerito Ingegnere comunale Pasquale Cozzolino,
che aveva proficuamente collaborato
con i Sindaci Mastellone e Martucci, ed insieme ad essi
aveva realizzato a Barra le opere del “Risanamento” dopo
il colera del 1884, trovò invece serie difficoltà a
collaborare con i Sindaci successivi, soprattutto quelli
della famiglia Caccavale: prima Beniamino e poi
Cristoforo Caccavale.
643. Già negli ultimi 5 anni dell’Ottocento, entrò in
causa con il Comune per il pagamento di spettanze
arretrate:
“Nomina dell’avvocato per la causa dell’ing. Cozzolino
Pasquale” (Delibera N°97 del 14 settembre 1895).
“Rimando di provvedimento circa la convenzione con
l’ing. Cozzolino (Delibera N°140 del 23 gennaio 1896).
“Nomina di una Commissione Consiliare per una
convenzione con l’ing. Cozzolino” (Delibera N°147 del 10
febbraio 1896).
“Convenzione con l’ing. Cozzolino per pagamento
d’indennità diverse” (Delibera N°149 del 13 febbraio
1896).
“Rigetto della proposta di convenzione con l’ing.
Cozzolino per pagamento di competenze diverse” (Delibera
N°152 del 24 febbraio 1896).
“Provvedimento per la causa con l’ing. Cozzolino”
(Delibera N°184 del 8 giugno 1896).
“Autorizzazione di appello per la causa con l’ing.
Cozzolino” (Delibera N°188 del 17 giugno 1896).
“Approvazione di spese giudiziarie per la causa con
l’ing. Cozzolino Pasquale (Delibera N°13 del 29 aprile
1900).
644. Infine, il 17 aprile 1915, con voto segreto
unanime, il Consiglio comunale deliberò il suo esonero
dall’incarico di Ingegnere comunale: un vero e proprio
licenziamento in tronco. Ma come si poté arrivare a
tanto? A quanto pare, la vicenda del licenziamento di
Cozzolino è strettamente intrecciata a quella della
costruzione del macello comunale.
La costruzione del
macello pubblico (1883-1926)
645. La storia della “costruzione di un pubblico
macello” in Barra è una sorta di Odissea, durata però
non 10 anni, come quella Omerica, ma addirittura più di
40 anni, come forse solo in Italia può accadere.
Essa inizia infatti nel 1883, quando era sindaco Luigi
Martucci, e termina solo dopo che il Comune di Barra
venne aggregato a quello di Napoli nel 1925:
“Competenze all’ing. Pasquale Cozzolino per la redazione
del progetto di un pubblico macello” (Delibera N°590 del
10 agosto 1883).
“Pagamento stato finale lavori costruzione pubblico
macello” (Delibera N°20 del 26 febbraio 1926).
Il macello: 1883-1886
646. L’Odissea inizia dunque nel 1883, quando il
Consiglio comunale, Sindaco Luigi Martucci (novembre
1882 – novembre 1886), dispone il pagamento delle
“Competenze all’ing. Pasquale Cozzolino per la
redazione del progetto di un pubblico macello”
(Delibera N°590 del 10 agosto 1883).
Si trattava evidentemente di un progetto di massima,
perché 3 anni dopo, sempre Sindaco il Martucci, troviamo
la “Nomina di una commissione per la scelta del punto
più adatto per l’impianto del pubblico macello”
(Delibera N°135 del 29 marzo 1886), seguìta dalla “Designazione
del punto per l’impianto del pubblico macello”
(Delibera N°140 del 12 aprile 1886).
Il macello: 1900
647. Dopo di che, trascorrono ben 14 anni senza che si
faccia alcun passo in avanti. Nel frattempo, però, si
accende la controversia giudiziaria fra il Comune e
l’ingegnere Cozzolino che lamenta il mancato pagamento
di diverse competenze a lui spettanti.
E si arriva così, nel 1900, con il Sindaco Antonio
Napolitano (luglio 1899-1903)alla laboriosa “Approvazione
del progetto per la costruzione di un pubblico
macello” (in prima lettura: Delibera N°6 del 29 aprile
1900; in seconda lettura: Delibera N°33 del 10 novembre
1900).
Il macello: 1903-1904
648. Nelle more delle dimissioni del Sindaco Antonio
Napolitano e dell’arrivo del Commissario
Straordinario Augusto Sanfelice di Bagnoli
, si giunge all’ “Appalto
a trattativa privata per la costruzione di un pubblico
macello” (Delibera N°409 del 24 agosto 1903).
Ma l’appalto non viene aggiudicato perché è
oggetto di osservazioni da parte delle ditte concorrenti
e di contro-deduzioni da parte del Comune: “Disposizioni
per le contro-deduzioni alle osservazioni sul capitolato
per la costruzione di un pubblico macello” (Delibera N°
461 del 28 gennaio 1904).
La questione sembra dunque essersi nuovamente
impantanata, fino a che … giunge nelle fin troppo abili
mani del Sindaco giolittiano Cristoforo Caccavale.
Il macello di Cristoforo
Caccavale: 1906-1914
649. Con il Caccavale, troviamo un nuovo
“Provvedimento per la costruzione di un pubblico
macello” (Delibera N°18 del 27 marzo 1906) seguito dalla
approvazione di un altrettanto nuovo progetto di
costruzione:
“Approvazione del progetto per la costruzione di un
pubblico macello” (in prima lettura: Delibera N°126 del
15 marzo 1907; in seconda lettura: Delibera N°163 del 19
agosto 1907; in ulteriore lettura: Delibera N°197 del 4
dicembre 1907).
650. Occorrono però altri 2 anni per cominciare a
parlare, più concretamente, dei soldi necessari per
realizzare il nuovo progetto approvato:
“Piano finanziario per la costruzione del pubblico
macello” (Delibera N°130 del 23 luglio 1909).
“Richiesta di mutuo con la Cassa Depositi e Prestiti per
la costruzione del pubblico macello” (in prima lettura:
Delibera N°159 del 15 ottobre 1909; in seconda lettura:
Delibera N°170 del 19 novembre 1909).
“Domanda di mutuo con la Cassa Depositi e Prestiti per
la costruzione del pubblico macello” (in prima lettura:
Delibera N°230 del 29 luglio 1910, in seconda lettura:
Delibera N°244 del 25 ottobre 1910).
651. Ma nel frattempo si modifica nuovamente il
progetto: “Approvazione del progetto modificato per la
costruzione del macello” (Delibera N°296 del 27
settembre 1911).
E si chiedono in prestito altri soldi: “Domanda per la
contrattazione di un prestito con la Cassa Depositi e
Prestiti per la costruzione di un pubblico macello” (in
prima lettura: Delibera N°21 del 20 dicembre 1911; in
seconda lettura: Delibera N°25 del 6 febbraio 1912).
652. Si indìce infine la gara d’appalto e, nel giugno
1914, viene stipulato il contratto, con l’impresa
Antonio Testa; nel contratto, è previsto che l’impresa
debba acquistare anche il suolo su cui costruire il
macello, corredato, a quanto pare, anche di un ovile:
“Acquisto di suolo per la costruzione del pubblico
macello e dell’ovile” (in prima lettura: Delibera N°54
del 10 settembre 1914; in seconda lettura: Delibera N°63
del 3 ottobre 1914).
La grande guerra e quella
piccola (1915)
653. A questo punto, mentre nel “mondo grande” è già
scoppiata la Prima Guerra Mondiale ed anche l’Italia si
accinge ad entrare nel conflitto (24 maggio 1915) … nel
“piccolo mondo” barrese scoppia invece, in maniera ancor
più lacerante che nel secolo precedente,
la guerra fra l’Ingegnere municipale Pasquale Cozzolino
ed il Sindaco Cristoforo Caccavale.
654. Il 1°aprile 1915, il Sindaco invia all’Ingegnere
una sorta di lettera-ultimatum.
Il 5 aprile 1915, l’Ingegnere risponde prontamente con
una sua lettera che si conclude con l’epica
affermazione: “Se deve scoppiare la tempesta, ebbene,
non la temo!”
Il 17 aprile 1915, a voto segreto unanime, il Consiglio
comunale delibera “Provvedimenti per l’ingegnere
municipale Commendator Pasquale Cozzolino” (Delibera
N°34 del 17 aprile 1915):
(il quale)
… “viene esonerato dall’incarico di Ingegnere comunale
nonché dalla direzione dei lavori di costruzione del
pubblico macello … si dà inoltre mandato al Sindaco
affinché inviti il Cozzolino stesso a depositare, nel
più breve tempo possibile, in questa Segreteria
comunale, il progetto dei lavori …”
Gli èsiti della piccola
guerra
655. Forse gli animi erano un po’ surriscaldati dal
clima ormai mondialmente bèllico, ma sta di fatto che,
in conseguenza della “piccola guerra” paesana,
l’ingegnere Cozzolino perdette il posto, e Barra
perdette il contributo di uno dei suoi uomini
migliori.
Chi perdette di più fu Barra, perché il Cozzolino non
rimase certo disoccupato e continuò a prestare la sua
opera di ingegnere presso altri Comuni nonché a svolgere
attività privata.
Il Comune di Barra, invece, oltre a perdere il suo
“piano regolatore vivente”,
si trovò impigliato in una costosa controversia
giudiziaria, che durò in pratica fino a che venne
aggregato al Comune di Napoli nel 1925.
656. Dopo il licenziamento, infatti, il Cozzolino non
“si tenne la posta” ma iniziò una nuova causa contro
l’Amministrazione comunale, che oltre tutto gli doveva
ancora una significativa somma di pagamenti arretrati
(circa 40.000 lire):
“Autorizzazione al Sindaco per stare in giudizio nella
causa promossa presso il Tribunale di Napoli dall’ing.
Pasquale Cozzolino” (Delibera N°40 dell’8 giugno
1915).
“Transazione vertenza Cozzolino” (Delibera N°72 del 22
marzo 1921).
“Controdeduzioni all’ordinanza della GPA sul deliberato
della transazione della vertenza con l’ing. Cozzolino”
(Delibera N°43 del 3 luglio 1922).
Ma perché era scoppiata la “piccola guerra”?
La versione del Sindaco
657. “Con delibera del 1909, il Consiglio aveva
stanziato lire 17.000 per la costruzione del macello.
Per tal prezzo, però, non si riuscì ad appaltare il
lavoro.
Si autorizzò allora il Cozzolino ad aumentarli, in
misura ragionevole.
Dopo molto tempo, il Cozzolino rimise il progetto con i
prezzi rettificati a lire 21.000.
658. Indetta poi, ed aggiudicata nel giugno 1914, la
gara d’appalto in cui l’assuntore doveva per contratto
acquistare anche il suolo su cui costruire il macello …
ed espletate le pratiche di acquisto del suolo … si
invitò il Cozzolino a consegnare i progetti all’impresa
di costruzione.
Ma egli fece correre, dall’invito alla consegna, quasi 2
mesi, nonostante le proteste dell’aggiudicatario … ed
inoltre, nel tracciare la pianta dell’edificio, mutò
radicalmente i criteri del progetto approvato ed
appaltato, mettendo il Comune nella condizione di dover
affrontare una spesa più che doppia di quella deliberata
in lire 21.000.
659. A nulla sono valsi gli inviti amichevoli ad indurre
il Cozzolino ad attenersi strettamente ai limiti del
contratto, anche perché la Giunta comunale non approvò
la variazione del progetto … E così il Sindaco, in data
1 aprile 1915, invitava il Cozzolino a presentare il
progetto originario, che non superava le 21.000 lire.
Ma per tutta risposta faceva pervenire una lettera
offensiva e violenta”.
La risposta
dell’Ingegnere
660. “Rispondo immediatamente alla Sua lettera del
1°aprile 1915, che io potrei scambiare benissimo per un
pesce d’aprile …
Non è affatto vero che si eccederebbe sulla spesa …
null’altro!
L’art.11 della Legge sulla contabilità e collaudo dei
lavori dello Stato … prevede e regolamenta le
differenze che possono riscontrarsi fra le
condizioni locali ed il progetto all’atto
della consegna … condizioni che mi hanno infatti
obbligato a sospendere la consegna, e nessun appaltatore
a questo mondo potrebbe muovere lagnanze al riguardo…
Vostra Signorìa ha agito per il macello non
interpellando mai l’ingegnere municipale, mentre ogni
amministratore deve prima fornirsi del parere tecnico …
Vostra Signorìa mi ha messo nella condizione di non
poter procedere al verbale di consegna, poiché non mi ha
rimesso gli allegati tutti che costituiscono il
progetto, affidandoli invece a persone che hanno
meritato larga e piena protezione proprio da Vostra
Signorìa, che me le ha messe poi anche contro …”
Chi aveva ragione?
661. Aveva ragione Cozzolino.
Ciò è evidente, anche prima di entrare nel merito
della questione, semplicemente sapendo chi era
Cozzolino (= una persona onesta e competente, che amava
il suo paese di Barra) e chi era invece Caccavale
(= una persona disonesta e incompetente, che portò la
Giunta e il Consiglio comunale di Barra allo
scioglimento, dopo indagine prefettizia, il 10 febbraio
1918, “a causa di inettitudine, irregolarità
amministrative, atti di favoritismo e corruzione” e fu
altresì denunciato all’autorità giudiziaria).
662. Entrando poi nel merito della questione, per
quanto sia impossibile avere prove certe, è però molto
probabile che la famosa gara d’appalto, nel giugno 1914,
sia stata aggiudicata, come spesso, e non solo allora,
accadeva,
previo accordo occulto fra il Sindaco e
l’Appaltatore: nel senso che l’Appaltatore aveva vinto
la gara versando una tangente al Sindaco e pensava di
guadagnare realizzando delle opere scadenti e su un
terreno insufficiente …
Naturalmente, per questa truffaldina intesa, il
Cozzolino costituiva un elemento di disturbo e fu perciò
messo da parte fin dall’inizio, ed infine licenziato.
Le cause remote
663. Al di là però del casus belli, appare
evidente che ormai i rapporti si erano da tempo
deteriorati.
Il Cozzolino, come detto sopra, aveva proficuamente
collaborato con Sindaci come Martucci e Mastellone, a
lui pari per onestà e buon senso, ed insieme ai quali
aveva realizzato le importanti opere del Risanamento
dopo il colera del 1884.
Ma con i Sindaci successivi le cose non andarono
altrettanto bene, soprattutto quando alla guida del
Comune arrivarono i Sindaci della famiglia Caccavale,
prima Beniamino e poi Cristoforo, con i quali la
incompatibilità intellettuale e morale divenne
deflagrante.
664. “A codesta Amministrazione ho dato prove di affetto
non poche, ma siccome la veggo messa su di un binario
falso da molto e molto tempo, di fronte ai pubblici
interessi, ed anche ai miei, morali e materiali, non
posso non mettere le cose al loro posto …
Sono stato io a svegliare questa Amministrazione che se
la sonnecchiava nei riguardi dell’edificio scolastico e
di altri progetti: esistono in merito documenti di
Questura, ed altri di pugno proprio di Vostra Signorìa,
nelle mie mani: documenti non poco compromettenti …
La debbo ringraziare, assai e non poco, per la minaccia
di volermi sostituire: non potrei trovare un alleato
migliore per tutelare i miei interessi, ormai
enormemente bistrattati per ben 40.000 lire …
Per davvero, non è fuor d’opera ricordare che io non mi
trovo più nelle condizioni di ricevere lezioni né di
patire protezione da Vostra Signorìa: protezione per il
Paese, sì!
Se non intendeste ritornare sulla buona via, larga dote
di documenti mi assiste, perché una certa Repubblica di
San Marino finisca nel mio Paese.
Quando si è trattato di ben quattro progetti per gli
edifici scolastici, si è lasciato trascorrere
indifferentemente qualche decina di anni; che proprio
per questioni di capre, di lana caprina, debba scoppiare
la tempesta? Non la temo!”
665. In effetti, solo un mese dopo, anche l’Italia
“entrò” nella Prima Guerra Mondiale, ed i Barresi,
coinvolti in questo diverso e ben più grande “macello”,
al macello comunale non pensarono più … almeno fino al
1919, come a suo luogo si vedrà.
Nel frattempo, però, la “tempesta” presagita dal
Cozzolino non mancò di abbattersi sul Comune. Un primo
“tuono” si era sentito già due anni prima …
Il Segretario comunale
Guglielmo Biagione si rende irreperibile (1913)
666. “Il Consiglio comunale di Barra …
considerato che, mentre dal Commissario straordinario
prefettizio, Sig. Rag. Campagna, si iniziava, nel
settembre 1913, in questo Municipio, una
inchiesta amministrativa …
il Segretario comunale Signor Guglielmo Biagione
abbandonava il servizio, scomparendo da Barra senza
lasciare traccia alcuna di sé …
ritenuto che tale precipitosa fuga trova riscontro nei
diversi reati di appropriazione indebita e peculato,
accertati nella menzionata inchiesta amministrativa, per
i quali il Biagione veniva denunciato all’Autorità
giudiziaria, che tosto emetteva mandato di cattura … che
è rimasto tutt’oggi ineseguito per essere affatto
sconosciuto il luogo di dimora del Biagione, contro cui
pende conseguentemente giudizio presso il Tribunale di
Napoli …
DELIBERA
di ritenere il Signor Biagione dimissionario, e per lo
effetto dichiarare vacante il posto di Segretario
comunale, per il quale domanda alla Prefettura bandirsi
subito pubblico concorso” (Delibera N°33 dell’8 giugno
1914).
667. A questa, seguirà poi la Delibera N°33 del 17
aprile 1915 (lo stesso giorno in cui venne licenziato
l’ing. Pasquale Cozzolino) recante: “Costituzione di
parte civile nella causa contro Biagione Guglielmo, ex
Segretario di questo Comune”.
Ma tanto tuonò che piovve …
Lo scioglimento del
Consiglio comunale (1918)
668. “Tomaso di Savoia duca di Genova, luogotenente
generale di Sua Maestà Vittorio Emanuele III, su
proposta del Ministro segretario di stato per gli affari
dell’interno, Presidente del Consiglio dei ministri
(Emanuele Orlando) …
DECRETA
Art.1 - Il Consiglio comunale di Barra, in Provincia di
Napoli, è sciolto.
Art. 2 - Il Sig. Dott. Pasquale Somma è nominato
Commissario straordinario per l’amministrazione
provvisoria di detto Comune, fino all’insediamento del
nuovo Consiglio comunale ai termini di legge.
Il Ministro proponente è incaricato dell’esecuzione del
presente decreto. Roma, 10 febbraio 1918”.
669. Pasquale Somma fu dunque il quarto
Commissario straordinario per il Comune di Barra,
nominato mentre era ancora in corso la Prima Guerra
Mondiale.
Le motivazioni dello
scioglimento
670. Seguendo la procedura consueta, il Prefetto di
Napoli aveva incaricato il Ragionier Vincenzo
Arciprete di svolgere inchiesta presso il Comune di
Barra nel novembre 1917.
L’Arciprete aveva scritto una dettagliata “Relazione di
inchiesta” e l’aveva rimessa al Prefetto nel gennaio
1918.
Il Prefetto, a sua volta, sulla base della “Relazione”,
aveva chiesto con lettera al Ministro dell’Interno lo
scioglimento del Consiglio comunale.
E il Ministro dell’Interno, infine, aveva sottoposto
“alla augusta firma” del Luogotenente generale di Sua
Maestà l’apposito Decreto di scioglimento di cui sopra.
671. Nella “Relazione di inchiesta” di Vincenzo
Arciprete sono contenute dunque le motivazioni dello
scioglimento stesso, che non sono davvero molto
lusinghiere per gli amministratori ed in particolare per
il Sindaco Cristoforo Caccavale:
1)
“Gli uffici del Comune sono in balìa di persone incapaci
ed inette, manca dell’archivio e non esistono vari
registri prescritti dalla legge.
2)
Il servizio di cassa è abbandonato al beneplacito del
Tesoriere, che procede all’estinzione dei mandati di
pagamento indipendentemente dall’ordine della loro
emissione, suscitando generale malcontento tra chi deve
riscuotere per servizi resi al Comune previa
autorizzazione del Consiglio comunale e della Giunta
municipale.
3)
Gravissima risulta la situazione finanziaria, che
presenta un disavanzo di lire 170.000 in gran parte
dovuto all’errato sistema di accertamento delle entrate.
4)
Atti di condiscendenza e di favoritismo si verificano
verso il Tesoriere e l’Appaltatore del dazio e verso
parenti degli amministratori che hanno contribuito ad
aggravare la situazione.
5)
Irregolarità sono state accertate a carico degli
amministratori e degli impiegati e per alcune di esse,
in materia di sussidi alle famiglie dei richiamati alle
armi, il Sindaco e taluni impiegati dovettero essere
denunciati all’autorità giudiziaria.
Contestati gli addebiti all’Amministrazione, questa non
ha potuto smentirli né attenuarne la gravità.
In considerazione di ciò, e per impedire che la civica
azienda sia più gravemente danneggiata, è necessario
sciogliere il Consiglio comunale”.
La Chiesa nel periodo
giolittiano: il parroco Sannino e suor Maria Passione
672. Il Parroco che vide tutto il periodo giolittiano, e
poi la Prima Guerra Mondiale e l’avvento del Fascismo,
fu Don Saverio Sannino, che resse la Parrocchia
di Barra dal 1900 fino al 1927.
E’ da osservare che la Parrocchia “Ave Gratia Plena”
detta “di S. Anna” era, ancora a quel tempo, l’unica
in Barra: solo nel 1925, lo stesso anno in cui il Comune
di Barra venne aggregato a quello di Napoli, fu eretta
ufficialmente una seconda Parrocchia, quella di
S. Maria di Costantinopoli “allo Scassone”.
673. Il personaggio più rappresentativo della Chiesa
barrese in questo periodo è una piccola suora di
clausura: Maria Grazia Tarallo, che da religiosa
ebbe nome Suor Maria della Passione.
La mistica di Barra: Suor
Maria della Passione (1866-1912)
674. “I funerali furono un trionfo. S. Giorgio a Cremano
gioiva come nella festa patronale. I ferrovieri, nel
vedere la folla che gremiva i treni e si riversava nella
stazione di S. Giorgio, meravigliati domandavano: - Che
festa si celebra a S. Giorgio? I pellegrini,
meravigliati ancor più, rispondevano: - Ma come, non
sapete che a S. Giorgio è morta una santa? La folla
orante diede la caccia alle reliquie”.
Eppure, la persona che chiudeva la sua vita terrena con
tanta partecipazione di popolo non aveva mai svolto
alcun ruolo “pubblico”, ed aveva trascorso tutta la sua
breve esistenza (45 anni) rinchiusa fra le mura di un
monastero, senza accadimenti esteriori di particolare
rilievo.
675. Era una ragazza Barrese, di nome Maria Grazia
Tarallo (chiamata, da religiosa, Suor Maria della
Passione): pochi giorni prima, sul letto di morte,
circondata dalle consorelle in lacrime, aveva chiesto
perdono delle sue mancanze e dei suoi cattivi esempi,
lei che era stata un modello per tutte, dicendo:
“Perdonatemi e pregate per me”.
E le aveva poi esortate con semplicità: “Amate assai
Gesù nella SS. Eucaristia; non lasciatelo mai solo,
specialmente di notte, non fàtegli prendere
collera … non dàtegli dispiaceri”.
Alla preghiera il miglior
tempo
676. Lei, da parte sua, aveva trascorso la miglior parte
del tempo della sua vita nella preghiera e nella
contemplazione, ovvero nel dialogo d’amore, personale e
diretto, con “Gesù nella SS. Eucaristia”:
“Dopo l’ufficiatura della mezzanotte, rimaneva in coro,
da sola, fino alle ore 4 del mattino e, dopo breve
riposo, alle ore 6, si trovava di nuovo in coro per gli
atti comuni e vi rimaneva fino alle 9,30-10.
Dopo il mezzogiorno, tornava in coro da sola, per
praticarvi le tre ore di adorazione in ricordo
dell’agonia di Nostro Signore Gesù Cristo e ciò in ora
che variava secondo le stagioni”.
677. Il 26 marzo 1909 scriveva al suo Padre confessore:
“(Quando prego) … Mi sento una fiamma che si
accende nel cuore, da non poter sostenere. Esco in
slanci, e Gesù mi eleva e mi rapisce. Io mi accendo, in
guisa da non poter resistere alla Sua divina presenza.
Spesso fo uso di bagni freddi per spegnere tanto ardore
e, con la forza della santa ubbidienza, fo tutto il
possibile di non farmi vedere.
Alle volte, si uniscono dolori acuti, ed il cuore è
preso da fiamme e palpiti così forti, che mi sembra di
morire e che il cuore voglia squarciarsi dalla veemenza
dell’amore … Padre mio, io sento che il cuore mi si leva
dal petto”.
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Suor Maria della Passione |
La sua vita … prima della
morte
678. Maria Grazia Tarallo nacque nel Comune di Barra il
23 settembre 1866.
In quella data, era da poco avvenuta (1860)
l’unificazione della città e Regno di Napoli al Regno
d’Italia, retto da Casa Savoia, e Sindaco “italiano” di
Barra era Giuseppe Paracuollo.
Parroco di Barra era, invece, Don Diego Mignano
(1861-1882).
L’unico istituto di suore allora esistente in paese era
quello delle “Suore della Carità” di S. Giovanna Antida
Thouret, dette dal popolo “le monache francesi”.
Da lì a poco, nel 1868, Don Raffaele Verolino avrebbe
fondato, “arèto ‘o cariello”, la sua Istituzione per
accogliere i bambini orfani.
Nel 1873, sarebbero giunte in paese, vicino alla antica
chiesetta di S. Maria del Pozzo, le Suore Stimmatine,
fondate non molti anni prima (nel 1850) dalla fiorentina
Anna Maria Fiorelli Lapini.
679. La madre di Maria Grazia si chiamava Concetta
Borriello ed univa una semplice e profonda
religiosità popolare con la concretezza necessaria a
“portare avanti la casa”.
Il padre, Leopoldo, era giardiniere del Comune di
Barra, un lavoro per l’epoca abbastanza prestigioso, che
garantiva una certa sicurezza se non agiatezza
economica, e perfino la pensione: “Messa a riposo del
giardiniere al cimitero ordinario Tarallo Leopoldo e
liquidazione della relativa pensione” (Delibera
Consiglio Comunale N°19 del 4 novembre 1890, Sindaco
Mastellone).
Maria Grazia ebbe due fratelli, Gabriele e Vitaliano; e
due sorelle più piccole, Drusiana e Giuditta, che
divennero poi entrambe suore nel suo stesso convento.
680. Casa Tarallo si trovava sul lato destro del Corso
Sirena, scendendo da Piazza Crocella verso Piazza Serìno;
nel 1879, quando Maria Grazia aveva 13 anni, il Sindaco
Giovanni Mastellone fece costruire, proprio in Piazza
Crocella, il tempietto che tuttora (restaurato) vi si
vede, contenente la statua della Madonna “addolorata”,
sormontato dalla Sirena bicàuda simbolo del Comune, e
con sottostante scritta dedicatoria.
681. Insieme alla sorella Drusiana, Maria Grazia
ricevette l’istruzione elementare presso l’Istituto
delle Suore Stimmatine di S. Maria del Pozzo: essendo
queste (come detto sopra) giunte in paese nel 1873, le
due sorelle Tarallo furono evidentemente tra le prime
allieve Barresi che frequentarono il loro Istituto.
Maria Grazia stava con le Suore l’intera giornata, e la
sera andava a dormire presso la zia Nunziata Borriello,
la cui casa si trovava poco distante; il Sabato e la
Domenica rientrava alla casa paterna.
Più che agli studi, però, ella si dedicò, come tante
altre signorine Barresi di quel tempo, all’arte del
cucito, appresa frequentando, come allora si usava, la
casa di una “maestra” dell’arte.
682. Ricevette la prima istruzione religiosa, oltre che
dalla madre e dalle suore, dalla catechista Concetta
Romano e dal parroco Don Diego Mignano; si ascrisse
inoltre al Terz’Ordine Francescano, frequentando la
chiesa di S. Maria delle Grazie in Barra, detta “di S.
Antonio”.
683. Quando giunse a 23 anni, il padre, contro la sua
volontà, pensò di “accasarla” con un “buono e onesto
partito”: la obbligò così a sposare, il 13 aprile 1889,
“Raffaele Aruto, di anni 23, figlio di genitori ignoti,
di professione aggiustatore meccanico”.
Poiché vigeva allora, in Italia, il regime di
separazione tra lo Stato laico liberale e la Chiesa
cattolica, si celebrò dapprima il matrimonio civile,
come spiega il parroco Don Saverio Sannino negli Atti
per la causa di beatificazione: “Qui vi è la
consuetudine di espletare ordinariamente prima gli atti
civili come preliminari al matrimonio e, dopo un certo
tempo, quando tutto è pronto, si procede alla
celebrazione del Sacramento”.
Ovviamente, prima della celebrazione del Sacramento, gli
sposi non andavano a vivere insieme. In effetti, perciò,
quel matrimonio non fu mai consumato, giacché, subito
dopo il matrimonio civile, lo sposo si ammalò gravemente
e di lì a poco, il 27 gennaio 1890, morì.
684. Sia pure a malincuore, il padre dovette così
acconsentire alla volontà della figlia, e Maria Grazia
entrò, il 1°giugno 1891, assieme alla sorella Drusiana,
nel convento di S. Giorgio a Cremano (Via S. Giorgio
Vecchio, 63) delle Suore “Crocifisse adoratrici di Gesù
Sacramentato”.
Questo Ordine di suore era stato fondato, non molti anni
prima, dalla salernitana Maddalena Notàri (in
religione, Suor Maria Pia della Croce; nata a
Capriglia di Salerno il 2 dicembre 1847, morta il
1°luglio 1919) ed aveva preso sede in S. Giorgio a
Cremano appena l’anno precedente, nel 1890.
Da quel 1°giugno 1891, Maria Grazia, con il nome di Suor
Maria della Passione, visse sempre in quel convento,
fino al 1912, anno della sua morte.
Se ne allontanò solo per due brevi periodi: dal novembre
1894 ai primi giorni del 1897, allorché fu inviata dalla
Madre Superiora, insieme ad altre 11 suore, nel nuovo
convento di Castel S. Giorgio; e poi, dall’agosto del
1904 ai primi del 1906, per un tentativo (che però non
ebbe successo) di fondazione di un altro convento a
Napoli.
Dopo Maria Grazia e Drusiana, anche la terza sorella,
Giuditta, entrò nell’Istituto, il 5 novembre 1894.
Nel 1910, la Superiora volle Maria Passione “maestra
delle novizie”: incarico che svolse poi fino alla morte,
il 27 luglio 1912.
La sua vita … dopo la
morte
685. Attualmente, Maria Grazia Tarallo è sepolta nella
chiesa del “suo” convento di S. Giorgio a Cremano; sulla
sua tomba, si legge:
D.
O. M.
LA
SERVA DI DIO
SUOR MARIA DELLA PASSIONE
AL
SECOLO MARIA GRAZIA TARALLO
NACQUE IN BARRA
IL 23 SETTEMBRE 1866
CONSACRATASI A DIO FU MAESTRA
DI NOVIZIE
DELLE
CROCIFISSE ADORATRICI DI
GESU’ SACRAMENTATO
IN S. GIORGIO A CREMANO
VOLO’ AL CIELO IN ODORE DI
SANTITA’
IL 27 LUGLIO 1912
686. Il P. Luigi Fontana, barnabita, che fu suo
confessore e direttore spirituale in convento, fu anche
il postulatore della causa di beatificazione.
Nell’anno stesso della morte di Maria Passione (1912) il
P. Fontana pubblicò “Vita della vittima riparatrice - La
Serva di Dio Suor Maria della Passione, delle Crocifisse
Adoratrici di Gesù Sacramentato”: una prima biografia di
lei, sulla base delle relazioni scritte, riguardanti le
sue esperienze mistiche, che ella per “obbedienza” gli
consegnava.
687. Un altro barnabita, il P. Domenico Frangipane,
scrisse in seguito una più compiuta biografia: “La Serva
di Dio Suor Maria della Passione, Suore Crocifisse
Adoratrici di Gesù Sacramentato”, S. Giorgio a Cremano
(Napoli), 1949, compilata sulla base degli Atti del
processo di beatificazione.
688. Don Adolfo L’Arco scrisse, infine, l’agile
ed accattivante volumetto “Sul monte dell’amore”, S.
Giorgio a Cremano (Napoli), 1991, con la bella
“Presentazione” di un altro Barrese illustre, Mons.
Antonio Ambrosanio, allora arcivescovo di Spoleto-Norcia.
689. In prossimità della sua proclamazione ufficiale
come “beata” (Domenica 14 maggio 2006, nel Duomo di
Napoli), venne pubblicata la testimonianza resa, nel
processo, dalla sua Madre superiora nonché fondatrice
del suo Ordine religioso: Maria Pia Notari, “Mi farò
monaca – Maria della Passione”, Ed. Paoline, 2005.
690. Poco dopo, il commosso e partecipe omaggio recato
alla nuova Beata dalla sua stessa terra di origine, per
mano dello storico Barrese Pompeo Centanni: “La
bianca colomba di Barra – Alcuni episodi della vita
della Beata Maria della Passione”, Ed. Magna Graecia,
2006.
Cui fece seguito, nel maggio dello stesso 2006,
l’originale e molto “azzeccata” iniziativa di “La mia
vita per la croce – Biografia a fumetti della
Beata Suor Maria della Passione”, con testi dello stesso
Pompeo Centanni, disegni di Emilio Russo e
Luigi Redatti, impaginazione e veste grafica di
Stefano Cirella, a cura della “sua” Parrocchia “di
S. Anna” in Barra.
691. In occasione poi della Messa di ringraziamento
celebrata in Barra dal con-terraneo Card. Agostino
Vallini, il 15 maggio 2006, venne anche eseguito per la
prima volta l’inno a lei dedicato: “Stella di santità”,
con testo di Pompeo Centanni e musica del maestro
Raffaele Velotto.
692. La Domenica 17
settembre 2006 una imponente processione di popolo era
al seguito dell’urna contenente i resti mortali di Suor
Maria della Passione, tornata, per un giorno ancora, a
percorrere le strade di Barra.
693. La sua festa ricorre il 27 luglio, il giorno dopo
quella di S. Anna. A lei sono dedicati un altare
laterale nella Parrocchia e la strada di fronte ad essa,
l’antica via di Palazzo Magliano.
Una mostra permanente su di lei, voluta dal “parroco
dell’anno 2000”, Don Ciro Miniero (1989-2011), si
trova nell’antica chiesetta di S. Attanasio, poi sede
dell’Arciconfraternita della SS. Annunziata, posta sul
Corso Sirena, dal lato opposto alla Parrocchia.
Nel 2016, fu apposta una lapide nel luogo in cui si
trovava la casa dove nacque.
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La lapide apposta in occasione del 150°
anniversario della nascita |
La spiritualità di Suor
Maria della Passione
694. La via della santità cristiana è per tutti la
stessa ed è quella immutabilmente indicata dal duplice
precetto della carità: amerai il Signore Dio tuo con
tutto il tuo cuore, e con tutta la tua vita, e con tutte
le tue forze; amerai il prossimo tuo come te stesso.
Allo stesso tempo, però, ogni Santo differisce da tutti
gli altri, in policroma e meravigliosa varietà; e la
differenza è data proprio dal modo, specifico e
unico, con il quale ogni Santo vive, interiormente ed
esteriormente, l’amore di Dio e del prossimo.
695. Quale fu il modo specifico e personale con cui
Maria Passione visse l’amore di Dio e del prossimo?
Lo scrive lei stessa, il giorno della sua entrata in
convento: “Voglio farmi santa … amando Cristo
nell’Eucarestia, soffrendo con Cristo crocifisso,
guardando Cristo nella persona del fratello”.
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Maria della Passione in una foto
dell'epoca |
L’amore verso Dio
696. L’amore verso Dio fu dunque vissuto da lei, in
particolare, come amore sponsàle a Gesù
crocifisso, vivo e presente nell’Ostia consacrata,
e come condivisione silenziosa della Sua sofferenza,
come nudo patire.
“O Amante Sposo mio, la croce a Te fu cara, ed
anch’ io l’abbraccio per più unirmi a Te. O
croce santa, io ti adoro e ti abbraccio, letto del mio
Amante, perché in te spirò il mio Amato Bene,
consumato fra dolori e spine”.
“Lunedì notte, verso le ore due, dopo molte
sofferenze, mi si presentò l’amabile Gesù, tanto
risplendente che m’incantava per la sua bellezza.
Egli mi accarezzò e poi appoggiò il suo Cuore al mio.
Allora io sentivo tante fiamme d’amore da non poter
resistere e dicevo: - Basta, basta!
Egli mi rispose che doveva diffondere tanto amore nel
mio cuore, affinché io potessi sostenere quel nudo
patire. Poi mi abbracciò al collo e mi fece
gustare la sublimità e grandezza del nudo patire.
Io non dicevo altro che: - Gesù mio, nudo patire,
nuda Croce.
Così passai tutta la notte col mio Sposo divino”.
697. “L’amore è fuoco … col sacrificio si accende il
fuoco dell’amore”.
“Come posso vivere senza amare Colui che è morto per
amor mio? Amarlo o morire; patire o morire. Il patire mi
è assai caro. La croce è il mio sollievo. Nuda croce,
nudo patire, dolce è il patire. Il più bel dono
che può fare Gesù ad un’anima a lui cara, è appunto di
farla patire per Lui. Quanto più soffro, tanto
meno mi sento stanca. Oh! pene, oh! dolori, che mi
stringono al mio amato Gesù e mi fanno penetrare l’amor
Suo!”
698. “Padre mio, io sento tale consolazione
quando sono aggravata dai dolori, pene, sofferenze e
penitenze, da non poterlo esprimere. Non sono degna, è
vero, ma la sposa che cosa può desiderare se non
somigliare allo sposo Gesù, che, essendo innocente,
tanto ha sofferto? E che cosa può rendermi più felice
del somigliare al mio Gesù, che tanto ha sofferto per me
peccatrice?”
699. “Quanto più mi slanciavo, tanto più mi sentivo
infiammata. Padre mio, Gesù mi aprì il SS. Cuore e mi si
accostò vicino: sentivo le fiamme di amore. Gesù mi
diceva: - Sappi, mia figlia, che l’amore consuma; e tu,
mia diletta, devi essere come cera che si consuma e si
distrugge davanti al tabernacolo”.
Sofferenza e gioiosa
dolcezza
700. Nell’amore sponsale di Maria Passione per il
Signore Gesù, sofferenza e dolcezza si
uniscono in modo paradossale, si mescolano in un modo
che è propriamente in-dicibile.
D’altra parte, proprio in quest’anima così profondamente
conformata alla sofferenza di Cristo, troviamo anche,
come in altri grandi mistici, l’esperienza dello
“scherzare con Dio”, del saper “giocare” insieme a Lui,
con la stessa confidenza di sposa.
701. Si ricordi l’episodio relativo a S. Teresa
d’Avila (1515-1582): “Una volta, al termine di una
lunga giornata di cammino, si era procurata delle brutte
piaghe ai piedi. Allora si lamentò: - Signore, dopo
tante noie, ci voleva anche questo guaio! Teresa -
rispose il Signore - non sai che io tratto così i miei
amici? Ah, Dio mio - ribatté lei prontamente - adesso
capisco perché ne avete così pochi!”
E Suor Maria Passione scrive: “Gesù mi abbracciò con la
sua destra, accarezzandomi, e mi appoggiò sul suo Cuore,
dicendomi: - Mia diletta, dormi e riposa sul mio Cuore.
Dovendosi poi recitare l’Ufficio divino, Egli mi aiutò a
fare l’obbedienza. A volte, Gesù mi faceva alzare la
voce, ed io dicevo: - Stai quieto, Gesù. Ma Egli voleva
scherzare”.
“Allora l’uomo giocherà con il cielo e con la terra,
giocherà col sole e con tutte le creature. Tutte le
creature proveranno anche un piacere immenso, un amore e
una gioia lirica, e rideranno con te, o Signore” (Martin
Lutero).
L’amore verso il
prossimo: la preghiera di intercessione
702. L’amore verso il prossimo fu invece vissuto da lei,
in particolare, nella forma della preghiera di
intercessione oltre che, naturalmente, nel
servizio umile e generoso alle persone (interne ed
esterne al convento).
La preghiera di intercessione consiste
semplicemente nel fatto che, proprio perché amiamo il
nostro prossimo come noi stessi, preghiamo non solo per
noi stessi ma anche per gli altri, per tutta
l’umanità.
Ci poniamo cioè davanti a Dio non come individui
isolati, ma come “rappresentanti” di tutti i nostri
fratelli in umanità, perché chi ama non dice mai,
dell’amato, “Sono fatti suoi” ma risponde anche per lui,
si sente “responsabile” a nome di tutti, soprattutto di
quelli che non pregano, di quelli che vivono rispondendo
con l’indifferenza e l’ingratitudine all’amore di Dio.
Chi ama il prossimo, diventa così, nella preghiera,
“voce di tutte le creature” che, attraverso di lui,
lodano e ringraziano il Signore, chiedono perdono per i
peccati, “escono in slanci” d’amore verso di Lui e si
“accendono” alla Sua divina Presenza.
703. Teologicamente, la preghiera di intercessione ha il
suo fondamento nella concezione di S. Paolo, relativa a
quello che viene chiamato “Corpo mistico” di Cristo,
secondo la quale tutti i credenti (sia quelli
attualmente viventi; sia quelli che, nell’altra vita, si
stanno purificando dai loro peccati in Purgatorio, o
sono già giunti alla visione beatifica di Dio in
Paradiso) formano, in Cristo e nello Spirito Santo, un
solo Corpo (si veda, nella Bibbia: 1 Cor 12, 12-27).
In forza di ciò, ognuno può pregare intercedendo
per tutti (viventi e defunti) e, d’altra parte, tutti
(viventi e defunti) possono pregare intercedendo per
ognuno.
L’innocente che soffre
704. Maria Passione ebbe profonda intuizione di queste
verità teologiche e le seppe vivere in tutta la sua
esistenza.
Il giorno della sua prima Comunione (quando aveva sette
anni) “mentre il sacerdote presentava l’Ostia Santa,
il povero mio cuore palpitava con veemenza di grande
gioia … vidi comparire un piccolo e vezzoso Bambino
ma, ahimè! aveva le manine ferite, ed osservai che da
queste ferite scorreva un canaletto di vivo sangue. -
Dimmi, Gesù, chi ti ha fatte queste ferite che gettano
sangue? - Sono stati gli uomini che così mi hanno
ferito!”
Questa immagine di Gesù Bambino, presente nell’Ostia
Santa con le mani ferite dal peccato degli uomini, la
accompagnerà per tutta la vita e la spingerà alla
continua preghiera per “riparare” il dolore che gli
uomini infliggono continuamente a Dio con la loro
indifferenza ed il loro peccato; per “soddisfare”, con
il dono di tutto il proprio essere, il desiderio che Dio
ha di essere amato.
705. “Stamane, mentre ero così sofferente, sono andata a
Gesù e, dopo la S. Comunione, il mio Diletto si è
mostrato Bambino vezzoso al mio sguardo, in un raggio di
luce che risplendeva nel suo volto; però il suo
corpicino tremava di freddo; e nelle sue manine,
osservavo le ferite.
Per riscaldarmi, mi disse: - Amore, amore, amore. Io
piangevo e dicevo: - Mio Bambino Gesù, io sono così
fredda; accendi tu il mio freddo cuore!
E, mentre così dicevo, ho visto un raggio di luce, che
pareva come una colomba tutta raggiante di fiamme, che
ha acceso tanto il mio cuore che io, non potendo
sostenere, dicevo: - Amore, amore del mio Gesù. E mi
stringevo nel cuore il Bambino Gesù.
Chi può dire, padre mio, ciò che sentivo in me, con
dolci battiti, palpiti e fiamme accese? Sembrava che il
mio cuore si allargasse. Gesù diceva: - Amore, amore
cerco, ma non trovo nelle creature se non freddezza ed
indifferenza; cerca tu, con continui atti d’amore, di
soddisfare il mio cuore”.
706. “Gesù mi disse: - Figlia mia, alle volte ti fo
provare le pene dell’anima, per farti sperimentare il
dolore del mio cuore; però, ti conforto con la mia
grazia, altrimenti non potresti resistere.
Tali parole erano così penetranti che mi fecero piangere
tutto il tempo. Allora esclamai: - Abbracciatemi, divin
Bambino, e piangiamo insieme: voi per amor mio, ed io
per amor vostro; voi mi convertite ed io vi possederò;
voi vi consolerete con me, ed io mi consolerò con voi,
per le dolcezze che mi fate gustare”.
707. “Mentre, nella tristezza del mio cuore, consideravo
a qual punto arriva l’acceso amore del Cuore del Divin
Verbo per gli uomini, e che questi corrispondono a tanto
amore con le più nere ingratitudini, dissi: - Ah, mio
Dio, fosse dato a me di poter uscire per il mondo e per
le piazze, e gridare: - O cieco mondo, apri gli occhi e
conosci questo Dio ed àmalo! L’amore non è amato perché
non è conosciuto!
E, mentre ero così triste con dolore al cuore, il mio
spirito fu rapito e Gesù mi disse: - Figlia mia, non c’è
bisogno che tu esca nel mondo, ma basta che tu preghi
con umiltà e purità di cuore; così, la rugiada della mia
grazia cadrà nei cuori degli uomini e resteranno
convertiti”.
L’amore verso il
prossimo: il servizio umile e generoso
708. Maria Passione impegnò il suo tempo, oltre che
nella preghiera, anche nel servizio concreto, umile e
generoso alle persone (interne ed esterne al
monastero).
Al triplice voto di povertà, castità e obbedienza che
caratterizza la vita religiosa, e che lei seppe vivere
in modo esemplare, aggiunse il voto di “non perdere
tempo” e quello di “fare sempre il più perfetto”.
“Ella aveva i piedi per terra, le mani al lavoro ed il
cuore nel cielo” (Suor Notari).
Una delle massime che sempre inculcò alle novizie era la
seguente: “Nel lavoro l’anima dà a Dio, come nel coro
(cioè, nella preghiera) Dio dà all’anima”.
Il lavoro
709. Lei, infatti, disbrigò, con grande umiltà e
fervore, “sempre ilàre e felice”, i vari servizi che
normalmente venivano svolti dalle suore in convento:
esercitò così “l’ufficio” di cuciniera; quello di
guardarobiera (nel quale poté mettere a frutto la sua
arte di sarta, cucendo vestiti per le consorelle ed
adattando a sé gli abiti dismessi); e quello di
portinaia (nel quale poteva, tra l’altro, anche
dialogare con i visitatori esterni).
In tutti questi servizi, cercò sempre, con grande carità
e delicatezza, di riservare a sé stessa la parte più
gravosa ed ingrata, sollevandone per quanto possibile le
consorelle.
710. Così, ad esempio: le suore del suo Ordine avevano
assunto il compito di preparare le ostie ed il vino per
la Messa, e a tal fine la Madre superiora aveva
impiantato in convento la “officina eucaristica”; non
essendoci ancora l’energia elettrica, la ruota del
mulino, che produceva la farina per le ostie, veniva
fatta girare, a forza di braccia, da una suora; ebbene,
Maria Passione, anche quando fu la direttrice
della “officina eucaristica”, volle sempre riservare a
se stessa, quasi come un privilegio, questo pesante
lavoro manuale.
711. “Per l’assistenza alle suore inferme… non solo non
si negava mai, ma si prestava sempre con slancio e
carità, anche trattandosi di malattie infettive”.
712. “Lo spirito di pietà l’accompagnava nelle cose
riguardanti il culto: spazzava la chiesa con grande
esattezza ed allegrezza di spirito; l’altare ed i vasi
sacri brillavano per nitore; trattava gli arredi, e
specialmente le ostie che confezionava, come la più
tenera delle spose cura gli indumenti dello sposo;
addirittura, vigilava perché nessun oggetto si ponesse
sul messale”.
Le parole e il consiglio:
all’interno del monastero
713. Oltre che con le opere, seppe ben agire
anche con le parole ed il consiglio spirituale.
La Madre Fondatrice (Suor Notari) testimonia:
“Quando, per arte malevola, in questa comunità sorsero
alcuni disturbi, la Serva di Dio occupò le intere notti
per calmare gli animi e riuscì a mettere pace e ad
indurre tutte le dissidenti alla sottomissione e
all’obbedienza.
Si mostrava rispettosa ed ossequiente verso tutte.
Quando sorgeva qualche divergenza in comunità, col suo
parlare e con i suoi modi, induceva le consorelle a
rispettarsi scambievolmente, ad amarsi ed a pregare per
coloro che parlavano male o denigravano la nostra
comunità, e particolarmente la mia persona”.
714. “La Serva di Dio, sebbene avesse menata una vita
sempre ritirata e mai si fosse trovata al governo di
qualche casa del nostro istituto, pure si mostrò sempre
prudente in mezzo alle suore e quasi tutte andavano
da lei per consiglio e ne rimanevano così contente
da ritornarvi ogni qualvolta il bisogno lo richiedeva.
Fu tenacissima nel mantenere il segreto affidàtole”.
715. Ed altre suore testimoniano: “In comunità si è
sempre detto che, quando si voleva mettere pace e
togliere dissidi, si ricorreva alla Serva di Dio”.
Alcune suore mal sopportavano che lei fosse ritenuta
santa in vita e la ingiuriavano fino a lanciarle sul
viso spruzzi di acido come questi: - Eh, sono proprio
così i santi! Tu non sei santa, ma santocchia! Chi
credi di essere tu, povera, storta, miserabile, zoppa?
Ed anche: - Maria Passione, tutte queste tue
preghiere non valgono a niente.
Ma lei sopportò sempre umilmente queste ingiurie, senza
mai replicare: “La Serva di Dio ha sofferto delle
contraddizioni ed opposizioni anche in comunità. Nel
frenarsi, faceva tanta violenza a se stessa da soffrire
talvolta sbocchi di sangue. Quando io la consigliavo ad
allontanarsi dalla persona che tanto la molestava, ella
rispondeva: - Meglio che io soffra, purché quella
consorella si calmi”.
Le parole e il consiglio:
all’esterno del monastero
716. “Molte persone, poi, estranee alla nostra comunità,
venivano anche da lontano per essere confortate e
consigliate, come mi consta per propria scienza; tanto
che io, molte volte, dovetti impedire, in qualità di
Superiora, che talune persone venissero troppo di
frequente a chiedere consigli e direzione alla Serva di
Dio.
Anche sacerdoti e religiosi si rivolgevano a lei per
preghiere e consigli. Ed io stessa, più volte, mi sono
rivolta alla Serva di Dio perché avesse pregato per
talune circostanze difficili nelle quali mi sono
trovata, ed essa mi confortava e mi dava coraggio”.
717. “Spesso, tante volte, andavano dalla Fondatrice
persone per consiglio, non esclusi specchiati sacerdoti;
in tali casi, la Superiora rimandava dette persone alla
Serva di Dio, Maria della Passione, dicendo: - Ora vi fo
parlare con una brava monacella, e quella vi potrà dare
soddisfazione, giacché è capace ed è di santa vita”.
“Le sorelle Avitabile erano tra le clienti
dell’infermiera dello spirito. Una di esse ci dice: -
Andavamo da lei sconfortate per tribolazioni di famiglia
e ritornavamo a casa così ripiene di allegrezza e di
coraggio da ripetere fra noi due: - Sarebbe meglio
dimorare presso Maria Passione che ritornare a Napoli!”
“L’afflusso delle persone esterne che accorrevano alla
grata (del parlatorio del convento) per ricevere
dalla Serva di Dio luce e conforto era enorme, tanto che
la Fondatrice fu costretta a disciplinarlo”.
“Dopo la morte della Serva di Dio, molte persone
esclamarono: - Ed ora, a chi andremo per consiglio?”
Maestra delle novizie e
del popolo
718. Si vede quindi come, in Maria Passione, la
contemplazione si espandesse, quasi spontaneamente e
per forza propria, in azione (“contemplàre… et
contemplàta aliis tràdere”).
Sicché, anche quando la Superiora la volle maestra delle
novizie, il suo insegnamento era fatto di pochissime ed
assai semplici parole (“la carità è bella assai”) ma
soprattutto dell’esempio della sua stessa vita.
Alla luce di lei, che era come un cero perennemente
acceso davanti al tabernacolo, tantissime persone si
illuminarono, e trovarono la giusta direzione nella loro
vita, conforto e speranza. La sua fama, senza che lei
uscisse mai dal monastero, si diffuse ovunque nel popolo
circostante, correndo di bocca in bocca, come
testimoniano appunto la grande folla accorsa al suo
funerale e i tanti racconti di miracoli che, prima e
dopo la sua morte, accompagnarono il suo nome.
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In preghiera davanti a Dio per il mondo |
La sposa
719. Ma tutto si fonda esclusivamente sulla vita di
“Sposa di Cristo” che ella sempre condusse, con
semplicità e realismo, e di cui seppe anche descrivere,
rinnovando le visioni dei grandi mistici cristiani di
tutti i tempi, i momenti di più grande intimità e
passione:
“Martedì (febbraio 1903) … nell’unirmi a Gesù, mi
si presentò qual Redentore, sì risplendente e bello da
non potersi paragonare ad alcuna cosa terrena.
Egli mi abbracciò dicendo: - Sappi, mia diletta, che il
giorno del tuo onomastico ti farò un bel dono. Tutto ti
ho donato e solo mi resta a darti un’altra cosa, che è
più bella di tutte. Tali doni li do a chi è arrivato
alla cima della perfezione. Mia diletta, debbo stamane
rinforzarti affinché tu possa sostenere il
nudo patire.
Mentre così parlava, appoggiò il mio labbro sul suo
Cuore. E chi può mai dire ciò che ho gustato? Io non
potevo più resistere e dissi: - Or basta, non posso più
sostenere. Ed Egli, tenendo il suo braccio sul mio
collo, mi diceva: - Bevi, mia diletta, il Sangue mio
prezioso.
Poi mi presentò una risplendentissima collana e
me la cinse al collo. Dopo di questo dono, il mio Sposo
divino, tenendo una lancia in mano, disse: - Mia
diletta, tu non puoi, da sola, sostenere tutto questo.
Si presentò, allora, la Regina del Cielo, tutta
risplendente e corteggiata da un coro di vergini e di
angeli. Gesù mi disse: - Ecco, mia diletta, ti affido
alla mia cara Madre. L’amorosa Madre mi accarezzò e mi
prese tra le sue braccia, mentre gli angeli stavano
intorno.
Allora Gesù puntò quella lancia sul mio cuore e lo ferì
d’amore. In quel momento, io mi sentivo venir meno la
vita. E così sarebbe avvenuto, se la sua bontà non mi
avesse sostenuta.
720. Quindi Gesù disse: - Ecco, mia diletta, appagato il
tuo grande desiderio. Egli aveva una Croce, che appoggiò
sulla mia ferita, dicendo: - Guarda questa Croce quanto
è aborrita e disprezzata, ma vedi quanto è sublimata ed
esaltata lassù in Cielo!
Ed io la vedevo su un magnifico e risplendentissimo
trono; essa, in mezzo agli splendori della gloria,
rosseggiava come stille di vivo sangue.
Quindi Gesù mi disse: - Ora dovrai patire, mia diletta,
io ti lascio e mi nascondo con la visibile mia presenza,
ma ti starò vicino.
Chi può dire cosa avvenne in quei momenti tra l’anima
mia e Gesù, e quali furono gli slanci d’amore, i
ringraziamenti ed i sentimenti che uscivano dal mio
cuore ferito?”
La “sposa Barrese” di
Gesù
721. La spiritualità della “Sposa di Cristo” è
ovviamente un classico, si potrebbe dire “un luogo
comune”, nella letteratura e nella vita delle mistiche
di tutti i tempi.
L’aspetto caratteristico di Maria Passione è quello di
aver concepito e vissuto questa spiritualità a
partire dalla sua condizione sociale e culturale di
ragazza Barrese di fine Ottocento.
Culturalmente e sociologicamente, Ella è una espressione
della piccola borghesia di paese di quel tempo; la sua
logica è quella di essere una “brava moglie” di Gesù,
proprio come le ragazze Barresi sue coetanee erano brave
mogli per i rispettivi mariti.
E’ quasi come se dicesse a se stessa: - Io devo essere,
per Gesù, ciò che mia madre è stata per mio padre …
amarlo, rispettarlo, ubbidirgli, fare i lavori
domestici, non farlo pigliare collera, fargli
sempre compagnia di giorno e di notte
…
722. Altre grandi mistiche (basti citare una S. Caterina
da Siena o una S. Teresa d’Avila) intervenivano, dal
loro punto di vista, nelle grandi questioni sociali e
politiche del loro tempo: interloquivano con papi,
prìncipi, alti prelati, uomini d’arme o di governo. A
Maria Passione basta essere la “sposa Barrese” di Gesù.
Può sembrare troppo poco? Eppure, è proprio questa
“santità nel quotidiano” che la rendeva così popolare,
così vicina alla sensibilità delle persone del suo
tempo; e che costituisce, forse, il fondamento della sua
universalità.
Vedi n°127 in “Il periodo liberale dal 1876 al
1887”.
Vedi nn°313-314 in “Il periodo borbonico dal
1790 al 1860”.
Vedi nn°143-145 in “Il periodo liberale dal 1876
al 1887”.
Vedi nn°245-250 in “Il periodo borbonico dal
1734 al 1790”.
Vedi nn°44-57 in “Il periodo liberale dal 1887
al 1896”.
Vedi nn°173-176 e 195-197 in “Il periodo
liberale dal 1860 al 1876”.
Vedi nn°313-314 in “Il periodo borbonico dal
1790 al 1860”.
Vedi nn°209 e segg. in “Il periodo liberale dal
1860 al 1876”.
Vedi nn°229 e segg. in “Il periodo liberale dal
1860 al 1876”.
Vedi anche n°235 in “il periodo liberale dal
1860 al 1876”.