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Piano dell'opera di Angelo Renzi

La Barra di Napoli nella storia

11.5g Il Periodo Liberale (1900-1914)

di Angelo Renzi

Ti amo e ti odio. Come questo sia possibile,

non lo so. Ma lo sento. E mi tormento.

(da Catullo)

Né con te, né senza di te,

io posso vivere.

(da Ovidio)

olio su tela, 129x100 cm – anno 1705 (ca.). Tolosa, Musée des Augustins. Francesco Solimena (Canale di Serino, Avellino, 4 ottobre 1657 - La Barra di Napoli, 5 aprile 1747) "Ritratto di donna" Una donna, di cui non si conosce il nome, con i suoi gioielli deposti (o da indossare?) in un piatto d’argento: rappresenta forse, allegoricamente, la città di Napoli ... e perché non La Barra?

 

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Emanuele Gianturco (1857-1907)

618. In qualche modo legata agli eventi del 1906 è anche la nobile figura di Emanuele Gianturco (1857-1907), che il 29 maggio 1906, proprio subito dopo l’eruzione vesuviana dell’aprile, divenne Ministro dei Lavori Pubblici.

Agli Atti del Comune di Barra troviamo infatti:

“Voto di ringraziamento a Sua Eccellenza il Ministro Gianturco per i provvedimenti presi a favore dei Comuni danneggiati dall’eruzione vesuviana” (Delibera N°48 del 13 settembre 1906). E poco dopo la sua morte troviamo anche: “Commemorazione di Sua Eccellenza il Ministro Gianturco – Condoglianze alla famiglia” (Delibera N°188 del 22 novembre 1907).

619. Emanuele Gianturco fu un illustre giurista, parlamentare e ministro nell’Italia liberale, ma anche musicista e compositore. Il suo nome completo di battesimo era Luca Emanuele.

Nato ad Avigliano, in Basilicata, il 20 marzo 1857, figlio di un povero calzolaio (di nome Francesco) e di una semplice donna di casa (Domenica Maria Mancusi), ebbe la fortuna di avere per fratello un santo prete di nome Giuseppe, il quale si “toglieva il pane dalla bocca” pur di far studiare i suoi due fratelli minori: Emanuele e Vincenzo. Il fratello prete condusse entrambi a studiare a Napoli laddove, all’Università, attirarono l’attenzione del patriota e letterato Luigi Settembrini. Con l’aiuto del Settembrini (che era bensì anti-clericale, ma sapeva riconoscere il valore delle persone), Don Giuseppe ottenne cattedra (e stipendio) al Liceo di Reggio Calabria, e i due fratelli minori una piccola “Borsa di studio” dal Consiglio Provinciale di Potenza.

620. Nel luglio 1878, Emanuele Gianturco conseguiva, quasi contemporaneamente, la Laurea in Giurisprudenza e il Diploma di Maestro Compositore presso il Conservatorio di S. Pietro a Maiella.

Scelse la giurisprudenza come lavoro e si riservò la musica per diletto. Dopo la sua morte, le sue composizioni per orchestra, piano e canto, furono stampate, a Firenze, con prefazione di Alessandro Longo, allora (1912) Direttore del Conservatorio di San Pietro a Maiella. Ma intanto, nel 1882, a soli 25 anni di età, era già “libero docente di diritto civile” dell’Università, ed avvocato celebre del Foro di Napoli.

Emanuele Gianturco

621. Come studioso, ha lasciato un “Sistema del diritto civile” e le “Istituzioni di diritto civile”: “Egli vide i pericoli di ogni imitazione straniera, sia francese sia tedesca, e l’una e l'altra combatté strenuamente, iniziando la formazione di quella scuola italiana di diritto privato, che doveva, alcuni anni dopo, affermarsi superbamente, e che all’aprirsi del grande conflitto mondiale teneva, specialmente nel campo del diritto romano, il primato in Europa” (Alfredo Rocco).

Come avvocato: “L’avidità del guadagno non lo punse mai: mai volle accettare la difesa di cause, che non gli sembrassero giuste … Sempre fu pronto a prestare il suo patrocinio gratuito in difesa degli umili … Col vistoso compenso riscosso dalla Società soccombente nella causa degli emigranti naufraghi del piroscafo Utopìa, volle costituire un Fondo per gli emigranti poveri, intitolandolo alla amatissima moglie Remigia Guariglia” (Alfredo Rocco).

622. Fu eletto parlamentare nel 1889, e da allora sempre riconfermato, prima in collegi della sua Basilicata e poi in un collegio di Napoli (S. Ferdinando). Si presentò alle elezioni in questo modo: “Ebbi umili natali, avversa la fortuna; e questa vinsi, e quelli nobilitai, con la sola perseverante virtù del lavoro. Il mio programma quindi è già scritto nella mia vita. Dovunque risplenda la luce di alti ideali, dovunque chiami la voce del dovere, là sarà il mio posto”.

Fu per tre volte vice-presidente della Camera, per due volte ministro della Giustizia, una volta ministro della Pubblica Istruzione. Ma soprattutto, negli ultimi 17 mesi della sua vita (dal 29 maggio 1906 al 7 novembre 1907), fu ministro dei Lavori Pubblici: come tale, difese vigorosamente l’esercizio di Stato delle ferrovie, assunto nel 1905, e quindi la nascita delle Ferrovie dello Stato, di cui può ritenersi (con la Legge 429 del 7/7/1907) il vero fondatore giuridico ed organizzativo.

623. Colpito da un cancro alla bocca, morì a Napoli, a soli 50 anni di età, il 10 novembre 1907. Oltre 400 mila persone seguirono il suo funerale. Il fratello, il vecchio e santo Zio Prete pronunciò, fra il pianto di tutti i presenti, queste parole: “Io ti presi dalla culla; io ti guidai nella vita; io ti accompagno, con la voce di Dio, al sepolcro”.

Ai suoi 7 figli, avendo rinunciato al titolo di marchese che gli avevano offerto, lasciò questo testamento: “Non si dòlgano i miei carissimi figli se l’eredità del padre non è pingue. Lascio ad essi il pane del domani; al pane del dopo-domani debbono provvedere essi stessi, lavorando assiduamente e onestamente, come io ho lavorato. Temete Iddio, soltanto Iddio; venerate vostra madre; amate il lavoro; e serbate immacolato l’onore del nome di vostro padre”.

Alla memoria di Emanuele Gianturco, nella nostra zona, sono dedicate una strada ed una stazione della Circumvesuviana.

La Pretura di Barra (1908-1998)

624. Nel 1908, una parte del piano superiore dell’ex-edificio conventuale dei francescani venne concessa in fitto, dal sindaco Cristoforo Caccavale, al Ministero di Grazia e Giustizia, perché fosse adibita a sede della Pretura mandamentale di Barra.

“Fitto di locali comunali per uso degli uffici di Pretura” (Delibera N°44 del 17 agosto 1908): “Il Consiglio comunale … delibera concedersi in fitto, al Ministero di Grazia e Giustizia, i locali al Corso Sirena n°55 (oggi n°305) e propriamente quelli già occupati per uso Pretura, formati da numero 7 vani e il corridoio a destra salendo, per la durata di anni 5, cioè dal 10 agosto 1908 al 10 agosto 1913, per la pigione annua di lire 1.000, pagabili a semestri posticipati”.

In realtà, come si legge, nel 1908 fu stipulato formalmente il contratto di fitto per dei locali che erano de facto “già occupati per uso Pretura”.

625. Ricostruendo invero le vicende della Pretura di Barra, troviamo che, nel 1877, essa era allocata nell’espropriato convento dei Domenicani[208].

Quando però i padri Domenicani si ricomprarono “in moneta sonante” il loro Convento nel 1894, vi risultavano presenti solo alcune classi delle scuole elementari[209], perché alla Pretura si era già provveduto a trovare una nuova sede:

“Affitto di un nuovo locale per l’ufficio della Pretura mandamentale” (Delibera N°278 del 21 aprile 1888).

Rinnovazione di affitto della casa per la sede della Pretura mandamentale” (Delibera N°175 del 28 maggio 1896).

Ed ancora nel 1906 troviamo un “Provvedimento per il fitto del locale ad uso della Pretura mandamentale” (Delibera N°28 del 29 maggio 1906”).

626. Dunque, molto probabilmente, fu proprio nel 1906-1907 che la Procura cominciò ad occupare de facto i locali comunali dell’ex-convento dei francescani, salvo poi a regolarizzare formalmente l’affitto nel 1908. 

In quei locali, la Pretura di Barra ha avuto poi la sua sede per quasi tutto il Novecento, finché non venne trasferita nei nuovi edifici realizzati nell’àmbito della “Ricostruzione” dopo il terremoto del 1980.

Infine, il Decreto Legislativo n° 51 del 19 febbraio 1998 ha disposto la soppressione delle Preture come organi distinti della giurisdizione.

Ancora il carcere (1900-1943)

627. Il piano-terra dell’ex convento francescano rimase, invece, adibito a carcere[210] fino alla seconda guerra mondiale, quando i tedeschi, in fuga dalla città nel 1943, lasciarono incustodite le celle … che naturalmente si svuotarono rapidamente di tutti i detenuti. Dopo la guerra, venne utilizzato per lungo tempo come scuola elementare.

La Traversa Spinelli (1908)

628. Abbiamo detto[211] che, per assicurare il collegamento fra lo storico Corso Sirena ed il nuovo Corso Vittorio Emanuele (attuale Bruno Buozzi), già nel 1890, in occasione dei lavori per il “Risanamento” curati dal Sindaco Mastellone e dall’ing. Cozzolino, era stata realizzata ‘A traversa ‘e vascio (= la traversa di sotto) ovvero la Via Domenico Minichino.

Circa quindici anni dopo, il (terzo) Règio Commissario Straordinario, Cav. Augusto Sanfelice di Bagnoli (marzo-settembre 1904), stabilì di realizzare, con “atto di urgenza”, anche ‘A traversa ‘e ‘coppa (= la traversa di sopra) ovvero la attuale Via Francesco Spinelli:

“Approvazione di progetto per la costruzione di una piccola traversa stradale di accesso alla fermata sezionale del tram, tra il Corso Sirena e il Corso Vittorio Emanuele” (Delibera N°39 del 27 agosto 1904).

629. Il progetto venne poi prontamente ratificato dal nuovo Consiglio comunale e dal nuovo Sindaco, il marchese Cesare De Riso:

Ratifica dell’atto d’urgenza del Règio Commissario circa l’approvazione di progetto per la costruzione di una piccola traversa stradale di accesso alla fermata sezionale del tram, tra il Corso Sirena e il Corso Vittorio Emanuele” (Delibera N°21 del 10 novembre 1904).

630. Naturalmente, anche stavolta fu l’ing. comunale Pasquale Cozzolino a redigere il progetto, che prevedeva una spesa di lire 5.437,86 + lire 1.732,28 per l’acquisto del terreno dalle Suore della Carità, le “monache francesi”[212]

E in effetti, il 7 febbraio 1905, venne stipulato, presso il notaio Luigi Tavassi, il contratto fra il Sindaco (marchese Cesare De Riso) e la Superiora delle Suore della Carità, per la cifra prevista dal Comune (1.732,28).

631. La Traversa venne inaugurata ed intitolata, nel 1908 (Sindaco Cristofaro Caccavale), al benemerito conte Francesco Spinelli (1820-1897), morto 10 anni prima, dopo una vita assai travagliata[213], conclusa però con la soddisfazione del riconoscimento ufficiale dell’antico titolo di “conte di Acerra e marchese di Laino” da parte del Re d’Italia Umberto I di Savoia, con Decreto Ministeriale del 30 giugno 1895.

Infine, con Delibera N°202 del 19 febbraio 1910 (Sindaco Cristofaro Caccavale), troviamo svincolata la cauzione versata dall’impresa Improta Domenico “per gli eseguiti lavori di costruzione della traversa di accesso alla fermata sezionale del tram”.

L’alluvione del 1908

632. Appena inaugurata, la Traversa Spinelli ebbe subito, per così dire, un severo collaudo, perché venne investita, come altre strade non solo di Barra, dalla travolgente alluvione del 1908[214]

“In seguito alle piogge torrenziali dal 23 al 24 ottobre (1908) e dei giorni precedenti, i Comuni del versante occidentale vesuviano e specialmente quelli di Torre del Greco, Resina, Portici, S. Giorgio a Cremano, Barra, Cercola, S. Sebastiano, Pollena e Trocchia, furono devastati da alluvioni travolgenti di notevoli masse di fango e pietre.

A Portici, a S. Giorgio, a Barra, le vie scendenti dalla montagna divennero torrenti impetuosissimi, travolgenti nella furia delle acque persino i bàsoli che essa giunse a svèllere dal lastricato. Dove queste vie sboccavano in altre più ampie o in piazze, si formarono, col materiale trasportato, dei veri coni di deiezione, come avviene dei torrenti ove uscendo dalle gole montane si spandono sulle pianure”.

La famosa “acqua di Serino” e il colera del 1910

633. L’ingegnere comunale Pasquale Cozzolino, inaugurando i lavori per il “Risanamento” il 1°novembre 1889, aveva ottimisticamente detto, e scritto nel suo libro sulla storia di Barra, che essa “avrà in breve anche la sua acqua del Serìno dai sifoni di Cancello”.

In effetti, già da alcuni anni, e tanto più dopo il colera del 1884, si era compreso che non si poteva continuare ad andare avanti solo con l’acqua dei pozzi, di malcerta potabilità, e si era iniziato a parlare, ma solo a parlare, della “Conduttura delle acque del Serino” (Delibera N°578 del 7 giugno 1883).

Nel 1894, troviamo addirittura un “Voto di ringraziamento all’avvocato Mario Magliano, consigliere comunale di Napoli, per l’opera prestata in favore di questo Comune per la conduttura dell’acqua del Serino” (Delibera N°257 del 9 maggio 1894).

634. Ma in realtà, fra discussioni, tergi-versazioni e mal-versazioni, si dovette attendere fino al 1910 (circa 30 anni!) perché i Barresi potessero iniziare a bere la famosa acqua. E, molto probabilmente, nemmeno 30 anni sarebbero bastati se nel 1910 non fosse scoppiata a Napoli l’ennesima epidemia di colera.

635. A Barra, il colera fece vittime dall’agosto del 1910 ai primi mesi del 1911. Così che, in data 27 settembre 1910, “causa l’imperversante epidemia”, il Prefetto di Napoli impose alla Compagnia delle acque Liegi “entro e non oltre la data di giorni tre” di realizzare l’attacco dalla tubatura centrale di S. Giorgio a Cremano verso Barra, per la fornitura di “metri cubi 130 giornalieri” dell’acqua miracolosa.  

Ci volle dunque la classica “situazione di emergenza” all’italiana, e l’altrettanto classico “intervento d’autorità” del Prefetto, per cominciare a sbrogliare la matassa.

636. Di suo, il Consiglio comunale di Barra ci mise la connessa decisione “di far impiantare alcune fontanine pubbliche sulla strada principale (il Corso Sirena) e per tale lavoro venne incaricata la Società dell’Acquedotto Vesuviano che eseguì urgentemente (sic!) la canalizzazione da Piazza Monteleone a Piazza Egidio Velotto per una spesa di lire 51.210,80 …”

Nel 1910, i Barresi poterono dunque cominciare ad attingere l’acqua di Serino da alcune fontanine pubbliche poste lungo il Corso Sirena. 

Nel luglio 1911, troviamo la “Domanda al Municipio di Napoli per la concessione definitiva dell’acqua di Serino” (in prima lettura: Delibera N°291 del 16 luglio 1911; in seconda lettura: Delibera N°294 del 22 luglio 1911).

Segue la “Convenzione con il Comune di Napoli per la concessione definitiva dell’acqua del Serino” (in prima lettura: Delibera N°40 del 9 marzo 1912; in seconda lettura: Delibera N°48 del 23 marzo 1912).

Ed infine, la stipula della “Convenzione con la Società delle Acque di Serino, Municipio di Napoli e Compagnia di Liegi” per la fornitura di “metri cubi 160 giornalieri”, al prezzo di 10 centesimi di lira per ogni metro cubo (Delibera N°133 del 14 marzo 1913).

637. Beninteso, stiamo parlando sempre di un’unica conduttura lungo il Corso Sirena, che alimentava soltanto alcune fontanine pubbliche … Per fare ulteriori, concreti, passi in avanti, bisognerà attendere a dopo la Prima Guerra Mondiale (1915-1918).

Il tram elettrico: verso S. Giorgio (1903-1914)

638. All’inizio del secolo, a Barra esisteva ancora “il servizio di trasporto pubblico di tram a cavalli con vetture omnibus”, avviato dal Sindaco Martucci il 2 gennaio 1886 sulla base della “Accettazione dell’offerta Ascione a trattativa privata per l’appalto del servizio del corso pubblico con vetture omnibus” (Delibera N°119 del 30 novembre 1885)[215].  

639. Nel 1903, vediamo per la prima volta i tram a trazione elettrica: “Convenzione per la concessione ad esercizio dei tram a trazione elettrica” (in prima lettura: Delibera N°396 dell’11 agosto 1903; in seconda lettura: Delibera N°398 del 15 agosto 1903).

Questa prima linea tranviaria elettrica arrivava nella piazza di Barra da S. Giovanni a Teduccio lungo la strada consortile (attuale Corso IV Novembre) e svoltava in direzione della “Barra di sopra”, senza però giungere fino a S. Giorgio a Cremano.  

640. Già nel 1905, cioè lo stesso anno in cui entrò in funzione la prima linea della ferrovia circum-vesuviana a trazione elettrica[216], l’ingegnere comunale Pasquale Cozzolino pubblicò una “Relazione sommaria, corredata di uno schema di progetto, intorno alla convenienza del prolungamento della linea tramviaria elettrica dall’abitato di S. Giorgio a Cremano”.

Ma questa tratta completa, preconizzata dal Cozzolino, entrò in funzione solo nel 1914. Utilizzando la toponomastica attuale, diremo che essa, da Piazza De Franchis, andava per Corso Bruno Buozzi fino all’incrocio con la Via Luigi Martucci; qui il tram si immetteva fra due grandi muraglioni in pietra lavica alti circa tre metri (come quelli delle “cupe”) e, dopo aver incrociato anche la Via Bernardo Quaranta, “sbucava” in Via Botteghelle di fronte a Villa Presti, ed arrivava in località Borrelli (Comune di S. Giorgio a Cremano) passando per la piazzetta S. Aniello, davanti alla storica chiesetta dove nel Settecento avevano abitato Alfonso Maria de’ Liguori e il suo discepolo Gennaro Sarnelli[217].

Il tram elettrico: verso Ponticelli (1913)

641. Nel frattempo, dopo una laboriosa gestazione iniziata nel 1907, si provvide ad un’altra linea: quella in direzione di Ponticelli.

Nel 1912, troviamo la “Autorizzazione al Sindaco (Cristoforo Caccavale) di stipulare contratto con la Società dei Tranvay Napoletani (Sig. Cav. Eugenio Vilers), in ordine alla variante della linea Barra-Ponticelli” (Delibera N°107 del 22 novembre 1912).

Sempre utilizzando la toponomastica attuale, diremo che il tracciato arrivava da Napoli, via S. Giovanni a Teduccio, entrava in Barra per il Corso IV Novembre e, all’altezza di Piazza De Franchis, svoltava in Corso Bruno Buozzi, lo percorreva fino alla piazzetta Egidio Velotto e di qui si immetteva nell’omonima via “previo un allargamento di metri due del primo tratto di essa” (come era stato esplicitamente richiesto dal Comune, che contribuì alle spese); infine, giunto al passaggio a livello della ferrovia circum-vesuviana, svoltava per Ponticelli.

I lavori di questo tratto della linea procedettero a tempi (oggi) “da record”, perché già l’anno dopo (1913) il tram era in esercizio.

Il licenziamento dell’Ing. Pasquale Cozzolino (1915)

642. Il benemerito Ingegnere comunale Pasquale Cozzolino, che aveva proficuamente collaborato[218] con i Sindaci Mastellone e Martucci, ed insieme ad essi aveva realizzato a Barra le opere del “Risanamento” dopo il colera del 1884, trovò invece serie difficoltà a collaborare con i Sindaci successivi, soprattutto quelli della famiglia Caccavale: prima Beniamino e poi Cristoforo Caccavale.

643. Già negli ultimi 5 anni dell’Ottocento, entrò in causa con il Comune per il pagamento di spettanze arretrate:

“Nomina dell’avvocato per la causa dell’ing. Cozzolino Pasquale” (Delibera N°97 del 14 settembre 1895).

“Rimando di provvedimento circa la convenzione con l’ing. Cozzolino (Delibera N°140 del 23 gennaio 1896). 

“Nomina di una Commissione Consiliare per una convenzione con l’ing. Cozzolino” (Delibera N°147 del 10 febbraio 1896).  

“Convenzione con l’ing. Cozzolino per pagamento d’indennità diverse” (Delibera N°149 del 13 febbraio 1896).

“Rigetto della proposta di convenzione con l’ing. Cozzolino per pagamento di competenze diverse” (Delibera N°152 del 24 febbraio 1896).

“Provvedimento per la causa con l’ing. Cozzolino” (Delibera N°184 del 8 giugno 1896). 

“Autorizzazione di appello per la causa con l’ing. Cozzolino” (Delibera N°188 del 17 giugno 1896).

“Approvazione di spese giudiziarie per la causa con l’ing. Cozzolino Pasquale (Delibera N°13 del 29 aprile 1900).

644. Infine, il 17 aprile 1915, con voto segreto unanime, il Consiglio comunale deliberò il suo esonero dall’incarico di Ingegnere comunale: un vero e proprio licenziamento in tronco. Ma come si poté arrivare a tanto? A quanto pare, la vicenda del licenziamento di Cozzolino è strettamente intrecciata a quella della costruzione del macello comunale. 

La costruzione del macello pubblico (1883-1926)

645. La storia della “costruzione di un pubblico macello” in Barra è una sorta di Odissea, durata però non 10 anni, come quella Omerica, ma addirittura più di 40 anni, come forse solo in Italia può accadere.

Essa inizia infatti nel 1883, quando era sindaco Luigi Martucci, e termina solo dopo che il Comune di Barra venne aggregato a quello di Napoli nel 1925:

“Competenze all’ing. Pasquale Cozzolino per la redazione del progetto di un pubblico macello” (Delibera N°590 del 10 agosto 1883).

“Pagamento stato finale lavori costruzione pubblico macello” (Delibera N°20 del 26 febbraio 1926).

Il macello: 1883-1886

646. L’Odissea inizia dunque nel 1883, quando il Consiglio comunale, Sindaco Luigi Martucci (novembre 1882 – novembre 1886), dispone il pagamento delle “Competenze all’ing. Pasquale Cozzolino per la redazione del progetto di un pubblico macello” (Delibera N°590 del 10 agosto 1883).

Si trattava evidentemente di un progetto di massima, perché 3 anni dopo, sempre Sindaco il Martucci, troviamo la “Nomina di una commissione per la scelta del punto più adatto per l’impianto del pubblico macello” (Delibera N°135 del 29 marzo 1886), seguìta dalla “Designazione del punto per l’impianto del pubblico macello” (Delibera N°140 del 12 aprile 1886). 

Il macello: 1900

647. Dopo di che, trascorrono ben 14 anni senza che si faccia alcun passo in avanti. Nel frattempo, però, si accende la controversia giudiziaria fra il Comune e l’ingegnere Cozzolino che lamenta il mancato pagamento di diverse competenze a lui spettanti[219].

E si arriva così, nel 1900, con il Sindaco Antonio Napolitano (luglio 1899-1903)alla laboriosa “Approvazione del progetto per la costruzione di un pubblico macello” (in prima lettura: Delibera N°6 del 29 aprile 1900; in seconda lettura: Delibera N°33 del 10 novembre 1900).  

Il macello: 1903-1904

648. Nelle more delle dimissioni del Sindaco Antonio Napolitano e dell’arrivo del Commissario Straordinario Augusto Sanfelice di Bagnoli [220], si giunge all’ “Appalto a trattativa privata per la costruzione di un pubblico macello” (Delibera N°409 del 24 agosto 1903).

Ma l’appalto non viene aggiudicato perché è oggetto di osservazioni da parte delle ditte concorrenti e di contro-deduzioni da parte del Comune: “Disposizioni per le contro-deduzioni alle osservazioni sul capitolato per la costruzione di un pubblico macello” (Delibera N° 461 del 28 gennaio 1904).

La questione sembra dunque essersi nuovamente impantanata, fino a che … giunge nelle fin troppo abili mani del Sindaco giolittiano Cristoforo Caccavale.

Il macello di Cristoforo Caccavale: 1906-1914

649. Con il Caccavale, troviamo un nuovo “Provvedimento per la costruzione di un pubblico macello” (Delibera N°18 del 27 marzo 1906) seguito dalla approvazione di un altrettanto nuovo progetto di costruzione:  

“Approvazione del progetto per la costruzione di un pubblico macello” (in prima lettura: Delibera N°126 del 15 marzo 1907; in seconda lettura: Delibera N°163 del 19 agosto 1907; in ulteriore lettura: Delibera N°197 del 4 dicembre 1907).

650. Occorrono però altri 2 anni per cominciare a parlare, più concretamente, dei soldi necessari per realizzare il nuovo progetto approvato:

“Piano finanziario per la costruzione del pubblico macello” (Delibera N°130 del 23 luglio 1909).

“Richiesta di mutuo con la Cassa Depositi e Prestiti per la costruzione del pubblico macello” (in prima lettura: Delibera N°159 del 15 ottobre 1909; in seconda lettura: Delibera N°170 del 19 novembre 1909). 

“Domanda di mutuo con la Cassa Depositi e Prestiti per la costruzione del pubblico macello” (in prima lettura: Delibera N°230 del 29 luglio 1910, in seconda lettura: Delibera N°244 del 25 ottobre 1910).

651. Ma nel frattempo si modifica nuovamente il progetto: “Approvazione del progetto modificato per la costruzione del macello” (Delibera N°296 del 27 settembre 1911).

E si chiedono in prestito altri soldi: “Domanda per la contrattazione di un prestito con la Cassa Depositi e Prestiti per la costruzione di un pubblico macello” (in prima lettura: Delibera N°21 del 20 dicembre 1911; in seconda lettura: Delibera N°25 del 6 febbraio 1912).

652. Si indìce infine la gara d’appalto e, nel giugno 1914, viene stipulato il contratto, con l’impresa Antonio Testa; nel contratto, è previsto che l’impresa debba acquistare anche il suolo su cui costruire il macello, corredato, a quanto pare, anche di un ovile:

“Acquisto di suolo per la costruzione del pubblico macello e dell’ovile” (in prima lettura: Delibera N°54 del 10 settembre 1914; in seconda lettura: Delibera N°63 del 3 ottobre 1914).

La grande guerra e quella piccola (1915)

653. A questo punto, mentre nel “mondo grande” è già scoppiata la Prima Guerra Mondiale ed anche l’Italia si accinge ad entrare nel conflitto (24 maggio 1915) … nel “piccolo mondo” barrese scoppia invece, in maniera ancor più lacerante che nel secolo precedente[221], la guerra fra l’Ingegnere municipale Pasquale Cozzolino ed il Sindaco Cristoforo Caccavale.

654. Il 1°aprile 1915, il Sindaco invia all’Ingegnere una sorta di lettera-ultimatum.

Il 5 aprile 1915, l’Ingegnere risponde prontamente con una sua lettera che si conclude con l’epica affermazione: “Se deve scoppiare la tempesta, ebbene, non la temo!”   

Il 17 aprile 1915, a voto segreto unanime, il Consiglio comunale delibera “Provvedimenti per l’ingegnere municipale Commendator Pasquale Cozzolino” (Delibera N°34 del 17 aprile 1915):

(il quale) … “viene esonerato dall’incarico di Ingegnere comunale nonché dalla direzione dei lavori di costruzione del pubblico macello … si dà inoltre mandato al Sindaco affinché inviti il Cozzolino stesso a depositare, nel più breve tempo possibile, in questa Segreteria comunale, il progetto dei lavori …”

Gli èsiti della piccola guerra

655. Forse gli animi erano un po’ surriscaldati dal clima ormai mondialmente bèllico, ma sta di fatto che, in conseguenza della “piccola guerra” paesana, l’ingegnere Cozzolino perdette il posto, e Barra perdette il contributo di uno dei suoi uomini migliori.  

Chi perdette di più fu Barra, perché il Cozzolino non rimase certo disoccupato e continuò a prestare la sua opera di ingegnere presso altri Comuni nonché a svolgere attività privata.

Il Comune di Barra, invece, oltre a perdere il suo “piano regolatore vivente”[222], si trovò impigliato in una costosa controversia giudiziaria, che durò in pratica fino a che venne aggregato al Comune di Napoli nel 1925.

656. Dopo il licenziamento, infatti, il Cozzolino non “si tenne la posta” ma iniziò una nuova causa contro l’Amministrazione comunale, che oltre tutto gli doveva ancora una significativa somma di pagamenti arretrati (circa 40.000 lire):

“Autorizzazione al Sindaco per stare in giudizio nella causa promossa presso il Tribunale di Napoli dall’ing. Pasquale Cozzolino” (Delibera N°40 dell’8 giugno 1915).   

“Transazione vertenza Cozzolino” (Delibera N°72 del 22 marzo 1921).

“Controdeduzioni all’ordinanza della GPA sul deliberato della transazione della vertenza con l’ing. Cozzolino” (Delibera N°43 del 3 luglio 1922).

Ma perché era scoppiata la “piccola guerra”?

La versione del Sindaco

657. “Con delibera del 1909, il Consiglio aveva stanziato lire 17.000 per la costruzione del macello.

Per tal prezzo, però, non si riuscì ad appaltare il lavoro.

Si autorizzò allora il Cozzolino ad aumentarli, in misura ragionevole.

Dopo molto tempo, il Cozzolino rimise il progetto con i prezzi rettificati a lire 21.000.

658. Indetta poi, ed aggiudicata nel giugno 1914, la gara d’appalto in cui l’assuntore doveva per contratto acquistare anche il suolo su cui costruire il macello … ed espletate le pratiche di acquisto del suolo … si invitò il Cozzolino a consegnare i progetti all’impresa di costruzione.

Ma egli fece correre, dall’invito alla consegna, quasi 2 mesi, nonostante le proteste dell’aggiudicatario … ed inoltre, nel tracciare la pianta dell’edificio, mutò radicalmente i criteri del progetto approvato ed appaltato, mettendo il Comune nella condizione di dover affrontare una spesa più che doppia di quella deliberata in lire 21.000.

659. A nulla sono valsi gli inviti amichevoli ad indurre il Cozzolino ad attenersi strettamente ai limiti del contratto, anche perché la Giunta comunale non approvò la variazione del progetto … E così il Sindaco, in data 1 aprile 1915, invitava il Cozzolino a presentare il progetto originario, che non superava le 21.000 lire.

Ma per tutta risposta faceva pervenire una lettera offensiva e violenta”.

La risposta dell’Ingegnere

660. “Rispondo immediatamente alla Sua lettera del 1°aprile 1915, che io potrei scambiare benissimo per un pesce d’aprile …

Non è affatto vero che si eccederebbe sulla spesa … null’altro!

L’art.11 della Legge sulla contabilità e collaudo dei lavori dello Stato … prevede e regolamenta le differenze che possono riscontrarsi fra le condizioni locali ed il progetto all’atto della consegna … condizioni che mi hanno infatti obbligato a sospendere la consegna, e nessun appaltatore a questo mondo potrebbe muovere lagnanze al riguardo…

Vostra Signorìa ha agito per il macello non interpellando mai l’ingegnere municipale, mentre ogni amministratore deve prima fornirsi del parere tecnico …

Vostra Signorìa mi ha messo nella condizione di non poter procedere al verbale di consegna, poiché non mi ha rimesso gli allegati tutti che costituiscono il progetto, affidandoli invece a persone che hanno meritato larga e piena protezione proprio da Vostra Signorìa, che me le ha messe poi anche contro …”

Chi aveva ragione?

661. Aveva ragione Cozzolino.

Ciò è evidente, anche prima di entrare nel merito della questione, semplicemente sapendo chi era Cozzolino (= una persona onesta e competente, che amava il suo paese di Barra) e chi era invece Caccavale (= una persona disonesta e incompetente, che portò la Giunta e il Consiglio comunale di Barra allo scioglimento, dopo indagine prefettizia, il 10 febbraio 1918, “a causa di inettitudine, irregolarità amministrative, atti di favoritismo e corruzione” e fu altresì denunciato all’autorità giudiziaria).

662. Entrando poi nel merito della questione, per quanto sia impossibile avere prove certe, è però molto probabile che la famosa gara d’appalto, nel giugno 1914, sia stata aggiudicata, come spesso, e non solo allora, accadeva[223], previo accordo occulto fra il Sindaco e l’Appaltatore: nel senso che l’Appaltatore aveva vinto la gara versando una tangente al Sindaco e pensava di guadagnare realizzando delle opere scadenti e su un terreno insufficiente …

Naturalmente, per questa truffaldina intesa, il Cozzolino costituiva un elemento di disturbo e fu perciò messo da parte fin dall’inizio, ed infine licenziato.

Le cause remote

663. Al di là però del casus belli, appare evidente che ormai i rapporti si erano da tempo deteriorati.

Il Cozzolino, come detto sopra, aveva proficuamente collaborato con Sindaci come Martucci e Mastellone, a lui pari per onestà e buon senso, ed insieme ai quali aveva realizzato le importanti opere del Risanamento dopo il colera del 1884.

Ma con i Sindaci successivi le cose non andarono altrettanto bene, soprattutto quando alla guida del Comune arrivarono i Sindaci della famiglia Caccavale, prima Beniamino e poi Cristoforo, con i quali la incompatibilità intellettuale e morale divenne deflagrante.

664. “A codesta Amministrazione ho dato prove di affetto non poche, ma siccome la veggo messa su di un binario falso da molto e molto tempo, di fronte ai pubblici interessi, ed anche ai miei, morali e materiali, non posso non mettere le cose al loro posto …

Sono stato io a svegliare questa Amministrazione che se la sonnecchiava nei riguardi dell’edificio scolastico e di altri progetti: esistono in merito documenti di Questura, ed altri di pugno proprio di Vostra Signorìa, nelle mie mani: documenti non poco compromettenti …

La debbo ringraziare, assai e non poco, per la minaccia di volermi sostituire: non potrei trovare un alleato migliore per tutelare i miei interessi, ormai enormemente bistrattati per ben 40.000 lire … 

Per davvero, non è fuor d’opera ricordare che io non mi trovo più nelle condizioni di ricevere lezioni né di patire protezione da Vostra Signorìa: protezione per il Paese, sì!

Se non intendeste ritornare sulla buona via, larga dote di documenti mi assiste, perché una certa Repubblica di San Marino finisca nel mio Paese.

Quando si è trattato di ben quattro progetti per gli edifici scolastici, si è lasciato trascorrere indifferentemente qualche decina di anni; che proprio per questioni di capre, di lana caprina, debba scoppiare la tempesta? Non la temo!”

665. In effetti, solo un mese dopo, anche l’Italia “entrò” nella Prima Guerra Mondiale, ed i Barresi, coinvolti in questo diverso e ben più grande “macello”, al macello comunale non pensarono più … almeno fino al 1919, come a suo luogo si vedrà.    

Nel frattempo, però, la “tempesta” presagita dal Cozzolino non mancò di abbattersi sul Comune. Un primo “tuono” si era sentito già due anni prima … 

Il Segretario comunale Guglielmo Biagione si rende irreperibile (1913)

666. “Il Consiglio comunale di Barra …

considerato che, mentre dal Commissario straordinario prefettizio, Sig. Rag. Campagna, si iniziava, nel settembre 1913, in questo Municipio, una inchiesta amministrativa

il Segretario comunale Signor Guglielmo Biagione abbandonava il servizio, scomparendo da Barra senza lasciare traccia alcuna di sé …

ritenuto che tale precipitosa fuga trova riscontro nei diversi reati di appropriazione indebita e peculato, accertati nella menzionata inchiesta amministrativa, per i quali il Biagione veniva denunciato all’Autorità giudiziaria, che tosto emetteva mandato di cattura … che è rimasto tutt’oggi ineseguito per essere affatto sconosciuto il luogo di dimora del Biagione, contro cui pende conseguentemente giudizio presso il Tribunale di Napoli …

DELIBERA

di ritenere il Signor Biagione dimissionario, e per lo effetto dichiarare vacante il posto di Segretario comunale, per il quale domanda alla Prefettura bandirsi subito pubblico concorso” (Delibera N°33 dell’8 giugno 1914).

667. A questa, seguirà poi la Delibera N°33 del 17 aprile 1915 (lo stesso giorno in cui venne licenziato l’ing. Pasquale Cozzolino) recante: “Costituzione di parte civile nella causa contro Biagione Guglielmo, ex Segretario di questo Comune”.

Ma tanto tuonò che piovve …

Lo scioglimento del Consiglio comunale (1918)

668. “Tomaso di Savoia duca di Genova, luogotenente generale di Sua Maestà Vittorio Emanuele III, su proposta del Ministro segretario di stato per gli affari dell’interno, Presidente del Consiglio dei ministri (Emanuele Orlando)

DECRETA

Art.1 - Il Consiglio comunale di Barra, in Provincia di Napoli, è sciolto.

Art. 2 - Il Sig. Dott. Pasquale Somma è nominato Commissario straordinario per l’amministrazione provvisoria di detto Comune, fino all’insediamento del nuovo Consiglio comunale ai termini di legge.

Il Ministro proponente è incaricato dell’esecuzione del presente decreto. Roma, 10 febbraio 1918”.

669. Pasquale Somma fu dunque il quarto Commissario straordinario per il Comune di Barra, nominato mentre era ancora in corso la Prima Guerra Mondiale.

Le motivazioni dello scioglimento

670. Seguendo la procedura consueta, il Prefetto di Napoli aveva incaricato il Ragionier Vincenzo Arciprete di svolgere inchiesta presso il Comune di Barra nel novembre 1917.

L’Arciprete aveva scritto una dettagliata “Relazione di inchiesta” e l’aveva rimessa al Prefetto nel gennaio 1918.

Il Prefetto, a sua volta, sulla base della “Relazione”, aveva chiesto con lettera al Ministro dell’Interno lo scioglimento del Consiglio comunale.

E il Ministro dell’Interno, infine, aveva sottoposto “alla augusta firma” del Luogotenente generale di Sua Maestà l’apposito Decreto di scioglimento di cui sopra.

671. Nella “Relazione di inchiesta” di Vincenzo Arciprete sono contenute dunque le motivazioni dello scioglimento stesso, che non sono davvero molto lusinghiere per gli amministratori ed in particolare per il Sindaco Cristoforo Caccavale:

1)    “Gli uffici del Comune sono in balìa di persone incapaci ed inette, manca dell’archivio e non esistono vari registri prescritti dalla legge.

2)    Il servizio di cassa è abbandonato al beneplacito del Tesoriere, che procede all’estinzione dei mandati di pagamento indipendentemente dall’ordine della loro emissione, suscitando generale malcontento tra chi deve riscuotere per servizi resi al Comune previa autorizzazione del Consiglio comunale e della Giunta municipale.

3)    Gravissima risulta la situazione finanziaria, che presenta un disavanzo di lire 170.000 in gran parte dovuto all’errato sistema di accertamento delle entrate.

4)    Atti di condiscendenza e di favoritismo si verificano verso il Tesoriere e l’Appaltatore del dazio e verso parenti degli amministratori che hanno contribuito ad aggravare la situazione.

5)    Irregolarità sono state accertate a carico degli amministratori e degli impiegati e per alcune di esse, in materia di sussidi alle famiglie dei richiamati alle armi, il Sindaco e taluni impiegati dovettero essere denunciati all’autorità giudiziaria.

Contestati gli addebiti all’Amministrazione, questa non ha potuto smentirli né attenuarne la gravità.

In considerazione di ciò, e per impedire che la civica azienda sia più gravemente danneggiata, è necessario sciogliere il Consiglio comunale”.

La Chiesa nel periodo giolittiano: il parroco Sannino e suor Maria Passione

672. Il Parroco che vide tutto il periodo giolittiano, e poi la Prima Guerra Mondiale e l’avvento del Fascismo, fu Don Saverio Sannino, che resse la Parrocchia di Barra dal 1900 fino al 1927.

E’ da osservare che la Parrocchia “Ave Gratia Plena” detta “di S. Anna” era, ancora a quel tempo, l’unica in Barra: solo nel 1925, lo stesso anno in cui il Comune di Barra venne aggregato a quello di Napoli, fu eretta ufficialmente una seconda Parrocchia, quella di S. Maria di Costantinopoli “allo Scassone”.

673. Il personaggio più rappresentativo della Chiesa barrese in questo periodo è una piccola suora di clausura: Maria Grazia Tarallo, che da religiosa ebbe nome Suor Maria della Passione. 

La mistica di Barra: Suor Maria della Passione (1866-1912)

674. “I funerali furono un trionfo. S. Giorgio a Cremano gioiva come nella festa patronale. I ferrovieri, nel vedere la folla che gremiva i treni e si riversava nella stazione di S. Giorgio, meravigliati domandavano: - Che festa si celebra a S. Giorgio?  I pellegrini, meravigliati ancor più, rispondevano: - Ma come, non sapete che a S. Giorgio è morta una santa?  La folla orante diede la caccia alle reliquie”.

Eppure, la persona che chiudeva la sua vita terrena con tanta partecipazione di popolo non aveva mai svolto alcun ruolo “pubblico”, ed aveva trascorso tutta la sua breve esistenza (45 anni) rinchiusa fra le mura di un monastero, senza accadimenti esteriori di particolare rilievo.

675. Era una ragazza Barrese, di nome Maria Grazia Tarallo (chiamata, da religiosa, Suor Maria della Passione): pochi giorni prima, sul letto di morte, circondata dalle consorelle in lacrime, aveva chiesto perdono delle sue mancanze e dei suoi cattivi esempi, lei che era stata un modello per tutte, dicendo: “Perdonatemi e pregate per me”.

E le aveva poi esortate con semplicità: “Amate assai Gesù nella SS. Eucaristia; non lasciatelo mai solo, specialmente di notte, non fàtegli prendere collera … non dàtegli dispiaceri”.

Alla preghiera il miglior tempo 

676. Lei, da parte sua, aveva trascorso la miglior parte del tempo della sua vita nella preghiera e nella contemplazione, ovvero nel dialogo d’amore, personale e diretto, con “Gesù nella SS. Eucaristia”:

“Dopo l’ufficiatura della mezzanotte, rimaneva in coro, da sola, fino alle ore 4 del mattino e, dopo breve riposo, alle ore 6, si trovava di nuovo in coro per gli atti comuni e vi rimaneva fino alle 9,30-10.

Dopo il mezzogiorno, tornava in coro da sola, per praticarvi le tre ore di adorazione in ricordo dell’agonia di Nostro Signore Gesù Cristo e ciò in ora che variava secondo le stagioni”.

677. Il 26 marzo 1909 scriveva al suo Padre confessore:

(Quando prego) … Mi sento una fiamma che si accende nel cuore, da non poter sostenere.  Esco in slanci, e Gesù mi eleva e mi rapisce. Io mi accendo, in guisa da non poter resistere alla Sua divina presenza.

Spesso fo uso di bagni freddi per spegnere tanto ardore e, con la forza della santa ubbidienza, fo tutto il possibile di non farmi vedere.

Alle volte, si uniscono dolori acuti, ed il cuore è preso da fiamme e palpiti così forti, che mi sembra di morire e che il cuore voglia squarciarsi dalla veemenza dell’amore … Padre mio, io sento che il cuore mi si leva dal petto”.

Suor Maria della Passione

La sua vita … prima della morte

678. Maria Grazia Tarallo nacque nel Comune di Barra il 23 settembre 1866.

In quella data, era da poco avvenuta (1860) l’unificazione della città e Regno di Napoli al Regno d’Italia, retto da Casa Savoia, e Sindaco “italiano” di Barra era Giuseppe Paracuollo[224].

Parroco di Barra era, invece, Don Diego Mignano (1861-1882).

L’unico istituto di suore allora esistente in paese era quello delle “Suore della Carità” di S. Giovanna Antida Thouret, dette dal popolo “le monache francesi”[225].

Da lì a poco, nel 1868, Don Raffaele Verolino avrebbe fondato, “arèto ‘o cariello”, la sua Istituzione per accogliere i bambini orfani[226].

Nel 1873, sarebbero giunte in paese, vicino alla antica chiesetta di S. Maria del Pozzo, le Suore Stimmatine, fondate non molti anni prima (nel 1850) dalla fiorentina Anna Maria Fiorelli Lapini[227]

679. La madre di Maria Grazia si chiamava Concetta Borriello ed univa una semplice e profonda religiosità popolare con la concretezza necessaria a “portare avanti la casa”.

Il padre, Leopoldo, era giardiniere del Comune di Barra, un lavoro per l’epoca abbastanza prestigioso, che garantiva una certa sicurezza se non agiatezza economica, e perfino la pensione: “Messa a riposo del giardiniere al cimitero ordinario Tarallo Leopoldo e liquidazione della relativa pensione” (Delibera Consiglio Comunale N°19 del 4 novembre 1890, Sindaco Mastellone). 

Maria Grazia ebbe due fratelli, Gabriele e Vitaliano; e due sorelle più piccole, Drusiana e Giuditta, che divennero poi entrambe suore nel suo stesso convento.

680. Casa Tarallo si trovava sul lato destro del Corso Sirena, scendendo da Piazza Crocella verso Piazza Serìno; nel 1879, quando Maria Grazia aveva 13 anni, il Sindaco Giovanni Mastellone fece costruire, proprio in Piazza Crocella, il tempietto che tuttora (restaurato) vi si vede, contenente la statua della Madonna “addolorata”, sormontato dalla Sirena bicàuda simbolo del Comune, e con sottostante scritta dedicatoria.

681. Insieme alla sorella Drusiana, Maria Grazia ricevette l’istruzione elementare presso l’Istituto delle Suore Stimmatine di S. Maria del Pozzo: essendo queste (come detto sopra) giunte in paese nel 1873, le due sorelle Tarallo furono evidentemente tra le prime allieve Barresi che frequentarono il loro Istituto.

Maria Grazia stava con le Suore l’intera giornata, e la sera andava a dormire presso la zia Nunziata Borriello, la cui casa si trovava poco distante; il Sabato e la Domenica rientrava alla casa paterna[228]

Più che agli studi, però, ella si dedicò, come tante altre signorine Barresi di quel tempo, all’arte del cucito, appresa frequentando, come allora si usava, la casa di una “maestra” dell’arte.

682. Ricevette la prima istruzione religiosa, oltre che dalla madre e dalle suore, dalla catechista Concetta Romano e dal parroco Don Diego Mignano; si ascrisse inoltre al Terz’Ordine Francescano, frequentando la chiesa di S. Maria delle Grazie in Barra, detta “di S. Antonio”. 

683. Quando giunse a 23 anni, il padre, contro la sua volontà, pensò di “accasarla” con un “buono e onesto partito”: la obbligò così a sposare, il 13 aprile 1889, “Raffaele Aruto, di anni 23, figlio di genitori ignoti, di professione aggiustatore meccanico”.

Poiché vigeva allora, in Italia, il regime di separazione tra lo Stato laico liberale e la Chiesa cattolica, si celebrò dapprima il matrimonio civile, come spiega il parroco Don Saverio Sannino negli Atti per la causa di beatificazione: “Qui vi è la consuetudine di espletare ordinariamente prima gli atti civili come preliminari al matrimonio e, dopo un certo tempo, quando tutto è pronto, si procede alla celebrazione del Sacramento”.

Ovviamente, prima della celebrazione del Sacramento, gli sposi non andavano a vivere insieme. In effetti, perciò, quel matrimonio non fu mai consumato, giacché, subito dopo il matrimonio civile, lo sposo si ammalò gravemente e di lì a poco, il 27 gennaio 1890, morì.

684. Sia pure a malincuore, il padre dovette così acconsentire alla volontà della figlia, e Maria Grazia entrò, il 1°giugno 1891, assieme alla sorella Drusiana, nel convento di S. Giorgio a Cremano (Via S. Giorgio Vecchio, 63) delle Suore “Crocifisse adoratrici di Gesù Sacramentato”.

Questo Ordine di suore era stato fondato, non molti anni prima, dalla salernitana Maddalena Notàri (in religione, Suor Maria Pia della Croce; nata a Capriglia di Salerno il 2 dicembre 1847, morta il 1°luglio 1919) ed aveva preso sede in S. Giorgio a Cremano appena l’anno precedente, nel 1890.

Da quel 1°giugno 1891, Maria Grazia, con il nome di Suor Maria della Passione, visse sempre in quel convento, fino al 1912, anno della sua morte.

Se ne allontanò solo per due brevi periodi: dal novembre 1894 ai primi giorni del 1897, allorché fu inviata dalla Madre Superiora, insieme ad altre 11 suore, nel nuovo convento di Castel S. Giorgio; e poi, dall’agosto del 1904 ai primi del 1906, per un tentativo (che però non ebbe successo) di fondazione di un altro convento a Napoli.

Dopo Maria Grazia e Drusiana, anche la terza sorella, Giuditta, entrò nell’Istituto, il 5 novembre 1894.

Nel 1910, la Superiora volle Maria Passione “maestra delle novizie”: incarico che svolse poi fino alla morte, il 27 luglio 1912.

La sua vita … dopo la morte

685. Attualmente, Maria Grazia Tarallo è sepolta nella chiesa del “suo” convento di S. Giorgio a Cremano; sulla sua tomba, si legge:

D.  O.  M.

LA SERVA DI DIO

SUOR MARIA DELLA PASSIONE

AL SECOLO MARIA GRAZIA TARALLO

NACQUE IN BARRA

IL  23 SETTEMBRE 1866

CONSACRATASI A DIO FU MAESTRA DI NOVIZIE

DELLE

CROCIFISSE   ADORATRICI   DI GESU’ SACRAMENTATO

IN S. GIORGIO A CREMANO

VOLO’ AL CIELO IN ODORE DI SANTITA’

IL  27 LUGLIO 1912

686. Il P. Luigi Fontana, barnabita, che fu suo confessore e direttore spirituale in convento, fu anche il postulatore della causa di beatificazione.

Nell’anno stesso della morte di Maria Passione (1912) il P. Fontana pubblicò “Vita della vittima riparatrice - La Serva di Dio Suor Maria della Passione, delle Crocifisse Adoratrici di Gesù Sacramentato”: una prima biografia di lei, sulla base delle relazioni scritte, riguardanti le sue esperienze mistiche, che ella per “obbedienza” gli consegnava. 

687. Un altro barnabita, il P. Domenico Frangipane, scrisse in seguito una più compiuta biografia: “La Serva di Dio Suor Maria della Passione, Suore Crocifisse Adoratrici di Gesù Sacramentato”, S. Giorgio a Cremano (Napoli), 1949, compilata sulla base degli Atti del processo di beatificazione.

688. Don Adolfo L’Arco scrisse, infine, l’agile ed accattivante volumetto “Sul monte dell’amore”, S. Giorgio a Cremano (Napoli), 1991, con la bella “Presentazione” di un altro Barrese illustre, Mons. Antonio Ambrosanio, allora arcivescovo di Spoleto-Norcia.

689. In prossimità della sua proclamazione ufficiale come “beata” (Domenica 14 maggio 2006, nel Duomo di Napoli), venne pubblicata la testimonianza resa, nel processo, dalla sua Madre superiora nonché fondatrice del suo Ordine religioso: Maria Pia Notari, “Mi farò monaca – Maria della Passione”, Ed. Paoline, 2005.

690. Poco dopo, il commosso e partecipe omaggio recato alla nuova Beata dalla sua stessa terra di origine, per mano dello storico Barrese Pompeo Centanni: “La bianca colomba di Barra – Alcuni episodi della vita della Beata Maria della Passione”, Ed. Magna Graecia, 2006.

Cui fece seguito, nel maggio dello stesso 2006, l’originale e molto “azzeccata” iniziativa di “La mia vita per la croce – Biografia a fumetti della Beata Suor Maria della Passione”, con testi dello stesso Pompeo Centanni, disegni di Emilio Russo e Luigi Redatti, impaginazione e veste grafica di Stefano Cirella, a cura della “sua” Parrocchia “di S. Anna” in Barra.

691. In occasione poi della Messa di ringraziamento celebrata in Barra dal con-terraneo Card. Agostino Vallini, il 15 maggio 2006, venne anche eseguito per la prima volta l’inno a lei dedicato: “Stella di santità”, con testo di Pompeo Centanni e musica del maestro Raffaele Velotto.

692. La Domenica 17 settembre 2006 una imponente processione di popolo era al seguito dell’urna contenente i resti mortali di Suor Maria della Passione, tornata, per un giorno ancora, a percorrere le strade di Barra.

693. La sua festa ricorre il 27 luglio, il giorno dopo quella di S. Anna. A lei sono dedicati un altare laterale nella Parrocchia e la strada di fronte ad essa, l’antica via di Palazzo Magliano.

Una mostra permanente su di lei, voluta dal “parroco dell’anno 2000”, Don Ciro Miniero (1989-2011), si trova nell’antica chiesetta di S. Attanasio, poi sede dell’Arciconfraternita della SS. Annunziata, posta sul Corso Sirena, dal lato opposto alla Parrocchia.

Nel 2016, fu apposta una lapide nel luogo in cui si trovava la casa dove nacque.

La lapide apposta in occasione del 150° anniversario della nascita

La spiritualità di Suor Maria della Passione

694. La via della santità cristiana è per tutti la stessa ed è quella immutabilmente indicata dal duplice precetto della carità: amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, e con tutta la tua vita, e con tutte le tue forze; amerai il prossimo tuo come te stesso.

Allo stesso tempo, però, ogni Santo differisce da tutti gli altri, in policroma e meravigliosa varietà; e la differenza è data proprio dal modo, specifico e unico, con il quale ogni Santo vive, interiormente ed esteriormente, l’amore di Dio e del prossimo.

695. Quale fu il modo specifico e personale con cui Maria Passione visse l’amore di Dio e del prossimo?

Lo scrive lei stessa, il giorno della sua entrata in convento: “Voglio farmi santa … amando Cristo nell’Eucarestia, soffrendo con Cristo crocifisso, guardando Cristo nella persona del fratello”.

Maria della Passione in una foto dell'epoca

L’amore verso Dio

696. L’amore verso Dio fu dunque vissuto da lei, in particolare, come amore sponsàle a Gesù crocifisso, vivo e presente nell’Ostia consacrata, e come condivisione silenziosa della Sua sofferenza, come nudo patire.

“O Amante Sposo mio, la croce a Te fu cara, ed anch’ io l’abbraccio per più unirmi a Te.  O croce santa, io ti adoro e ti abbraccio, letto del mio Amante, perché in te spirò il mio Amato Bene, consumato fra dolori e spine”.

“Lunedì notte, verso le ore due, dopo molte sofferenze, mi si presentò l’amabile Gesù, tanto risplendente che m’incantava per la sua bellezza.

Egli mi accarezzò e poi appoggiò il suo Cuore al mio. Allora io sentivo tante fiamme d’amore da non poter resistere e dicevo: - Basta, basta!

Egli mi rispose che doveva diffondere tanto amore nel mio cuore, affinché io potessi sostenere quel nudo patire. Poi mi abbracciò al collo e mi fece gustare la sublimità e grandezza del nudo patire. Io non dicevo altro che: - Gesù mio, nudo patire, nuda Croce.

Così passai tutta la notte col mio Sposo divino”.

697. “L’amore è fuoco … col sacrificio si accende il fuoco dell’amore”.

“Come posso vivere senza amare Colui che è morto per amor mio? Amarlo o morire; patire o morire. Il patire mi è assai caro.  La croce è il mio sollievo. Nuda croce, nudo patire, dolce è il patire. Il più bel dono che può fare Gesù ad un’anima a lui cara, è appunto di farla patire per Lui. Quanto più soffro, tanto meno mi sento stanca. Oh! pene, oh! dolori, che mi stringono al mio amato Gesù e mi fanno penetrare l’amor Suo!”

698. “Padre mio, io sento tale consolazione quando sono aggravata dai dolori, pene, sofferenze e penitenze, da non poterlo esprimere. Non sono degna, è vero, ma la sposa che cosa può desiderare se non somigliare allo sposo Gesù, che, essendo innocente, tanto ha sofferto? E che cosa può rendermi più felice del somigliare al mio Gesù, che tanto ha sofferto per me peccatrice?”

699. “Quanto più mi slanciavo, tanto più mi sentivo infiammata. Padre mio, Gesù mi aprì il SS. Cuore e mi si accostò vicino: sentivo le fiamme di amore. Gesù mi diceva: - Sappi, mia figlia, che l’amore consuma; e tu, mia diletta, devi essere come cera che si consuma e si distrugge davanti al tabernacolo”.

Sofferenza e gioiosa dolcezza

700. Nell’amore sponsale di Maria Passione per il Signore Gesù, sofferenza e dolcezza si uniscono in modo paradossale, si mescolano in un modo che è propriamente in-dicibile.

D’altra parte, proprio in quest’anima così profondamente conformata alla sofferenza di Cristo, troviamo anche, come in altri grandi mistici, l’esperienza dello “scherzare con Dio”, del saper “giocare” insieme a Lui, con la stessa confidenza di sposa.

701. Si ricordi l’episodio relativo a S. Teresa d’Avila (1515-1582): “Una volta, al termine di una lunga giornata di cammino, si era procurata delle brutte piaghe ai piedi. Allora si lamentò: - Signore, dopo tante noie, ci voleva anche questo guaio! Teresa - rispose il Signore - non sai che io tratto così i miei amici? Ah, Dio mio - ribatté lei prontamente - adesso capisco perché ne avete così pochi!”

E Suor Maria Passione scrive: “Gesù mi abbracciò con la sua destra, accarezzandomi, e mi appoggiò sul suo Cuore, dicendomi: - Mia diletta, dormi e riposa sul mio Cuore. Dovendosi poi recitare l’Ufficio divino, Egli mi aiutò a fare l’obbedienza. A volte, Gesù mi faceva alzare la voce, ed io dicevo: - Stai quieto, Gesù. Ma Egli voleva scherzare”.

“Allora l’uomo giocherà con il cielo e con la terra, giocherà col sole e con tutte le creature. Tutte le creature proveranno anche un piacere immenso, un amore e una gioia lirica, e rideranno con te, o Signore” (Martin Lutero).

L’amore verso il prossimo: la preghiera di intercessione

702. L’amore verso il prossimo fu invece vissuto da lei, in particolare, nella forma della preghiera di intercessione oltre che, naturalmente, nel servizio umile e generoso alle persone (interne ed esterne al convento).

La preghiera di intercessione consiste semplicemente nel fatto che, proprio perché amiamo il nostro prossimo come noi stessi, preghiamo non solo per noi stessi ma anche per gli altri, per tutta l’umanità.

Ci poniamo cioè davanti a Dio non come individui isolati, ma come “rappresentanti” di tutti i nostri fratelli in umanità, perché chi ama non dice mai, dell’amato, “Sono fatti suoi” ma risponde anche per lui, si sente “responsabile” a nome di tutti, soprattutto di quelli che non pregano, di quelli che vivono rispondendo con l’indifferenza e l’ingratitudine all’amore di Dio.

Chi ama il prossimo, diventa così, nella preghiera, “voce di tutte le creature” che, attraverso di lui, lodano e ringraziano il Signore, chiedono perdono per i peccati, “escono in slanci” d’amore verso di Lui e si “accendono” alla Sua divina Presenza. 

703. Teologicamente, la preghiera di intercessione ha il suo fondamento nella concezione di S. Paolo, relativa a quello che viene chiamato “Corpo mistico” di Cristo, secondo la quale tutti i credenti (sia quelli attualmente viventi; sia quelli che, nell’altra vita, si stanno purificando dai loro peccati in Purgatorio, o sono già giunti alla visione beatifica di Dio in Paradiso) formano, in Cristo e nello Spirito Santo, un solo Corpo (si veda, nella Bibbia: 1 Cor 12, 12-27).

In forza di ciò, ognuno può pregare intercedendo per tutti (viventi e defunti) e, d’altra parte, tutti (viventi e defunti) possono pregare intercedendo per ognuno.

L’innocente che soffre

704. Maria Passione ebbe profonda intuizione di queste verità teologiche e le seppe vivere in tutta la sua esistenza.

Il giorno della sua prima Comunione (quando aveva sette anni) “mentre il sacerdote presentava l’Ostia Santa, il povero mio cuore palpitava con veemenza di grande gioia … vidi comparire un piccolo e vezzoso Bambino ma, ahimè! aveva le manine ferite, ed osservai che da queste ferite scorreva un canaletto di vivo sangue. - Dimmi, Gesù, chi ti ha fatte queste ferite che gettano sangue? - Sono stati gli uomini che così mi hanno ferito!”

Questa immagine di Gesù Bambino, presente nell’Ostia Santa con le mani ferite dal peccato degli uomini, la accompagnerà per tutta la vita e la spingerà alla continua preghiera per “riparare” il dolore che gli uomini infliggono continuamente a Dio con la loro indifferenza ed il loro peccato; per “soddisfare”, con il dono di tutto il proprio essere, il desiderio che Dio ha di essere amato. 

705. “Stamane, mentre ero così sofferente, sono andata a Gesù e, dopo la S. Comunione, il mio Diletto si è mostrato Bambino vezzoso al mio sguardo, in un raggio di luce che risplendeva nel suo volto; però il suo corpicino tremava di freddo; e nelle sue manine, osservavo le ferite.

Per riscaldarmi, mi disse: - Amore, amore, amore. Io piangevo e dicevo: - Mio Bambino Gesù, io sono così fredda; accendi tu il mio freddo cuore!

E, mentre così dicevo, ho visto un raggio di luce, che pareva come una colomba tutta raggiante di fiamme, che ha acceso tanto il mio cuore che io, non potendo sostenere, dicevo: - Amore, amore del mio Gesù. E mi stringevo nel cuore il Bambino Gesù.

Chi può dire, padre mio, ciò che sentivo in me, con dolci battiti, palpiti e fiamme accese? Sembrava che il mio cuore si allargasse. Gesù diceva: - Amore, amore cerco, ma non trovo nelle creature se non freddezza ed indifferenza; cerca tu, con continui atti d’amore, di soddisfare il mio cuore”.

706. “Gesù mi disse: - Figlia mia, alle volte ti fo provare le pene dell’anima, per farti sperimentare il dolore del mio cuore; però, ti conforto con la mia grazia, altrimenti non potresti resistere.

Tali parole erano così penetranti che mi fecero piangere tutto il tempo. Allora esclamai: -  Abbracciatemi, divin Bambino, e piangiamo insieme: voi per amor mio, ed io per amor vostro; voi mi convertite ed io vi possederò; voi vi consolerete con me, ed io mi consolerò con voi, per le dolcezze che mi fate gustare”.

707. “Mentre, nella tristezza del mio cuore, consideravo a qual punto arriva l’acceso amore del Cuore del Divin Verbo per gli uomini, e che questi corrispondono a tanto amore con le più nere ingratitudini, dissi: - Ah, mio Dio, fosse dato a me di poter uscire per il mondo e per le piazze, e gridare: - O cieco mondo, apri gli occhi e conosci questo Dio ed àmalo!  L’amore non è amato perché non è conosciuto!

E, mentre ero così triste con dolore al cuore, il mio spirito fu rapito e Gesù mi disse: - Figlia mia, non c’è bisogno che tu esca nel mondo, ma basta che tu preghi con umiltà e purità di cuore; così, la rugiada della mia grazia cadrà nei cuori degli uomini e resteranno convertiti”.

L’amore verso il prossimo: il servizio umile e generoso 

708. Maria Passione impegnò il suo tempo, oltre che nella preghiera, anche nel servizio concreto, umile e generoso alle persone (interne ed esterne al monastero).

Al triplice voto di povertà, castità e obbedienza che caratterizza la vita religiosa, e che lei seppe vivere in modo esemplare, aggiunse il voto di “non perdere tempo” e quello di “fare sempre il più perfetto”.

“Ella aveva i piedi per terra, le mani al lavoro ed il cuore nel cielo” (Suor Notari).

Una delle massime che sempre inculcò alle novizie era la seguente: “Nel lavoro l’anima dà a Dio, come nel coro (cioè, nella preghiera) Dio dà all’anima”.

Il lavoro

709. Lei, infatti, disbrigò, con grande umiltà e fervore, “sempre ilàre e felice”, i vari servizi che normalmente venivano svolti dalle suore in convento: esercitò così “l’ufficio” di cuciniera; quello di guardarobiera (nel quale poté mettere a frutto la sua arte di sarta, cucendo vestiti per le consorelle ed adattando a sé gli abiti dismessi); e quello di portinaia (nel quale poteva, tra l’altro, anche dialogare con i visitatori esterni).

In tutti questi servizi, cercò sempre, con grande carità e delicatezza, di riservare a sé stessa la parte più gravosa ed ingrata, sollevandone per quanto possibile le consorelle.

710. Così, ad esempio:  le suore del suo Ordine avevano assunto il compito di preparare le ostie ed il vino per la Messa, e a tal fine la Madre superiora aveva impiantato in convento la “officina eucaristica”; non essendoci ancora l’energia elettrica, la ruota del mulino, che produceva la farina per le ostie, veniva fatta girare, a forza di braccia, da una suora; ebbene, Maria Passione, anche quando fu la direttrice della “officina eucaristica”, volle sempre riservare a se stessa, quasi come un privilegio, questo pesante lavoro manuale.  

711. “Per l’assistenza alle suore inferme… non solo non si negava mai, ma si prestava sempre con slancio e carità, anche trattandosi di malattie infettive”.

712. “Lo spirito di pietà l’accompagnava nelle cose riguardanti il culto: spazzava la chiesa con grande esattezza ed allegrezza di spirito; l’altare ed i vasi sacri brillavano per nitore; trattava gli arredi, e specialmente le ostie che confezionava, come la più tenera delle spose cura gli indumenti dello sposo; addirittura, vigilava perché nessun oggetto si ponesse sul messale”.

Le parole e il consiglio: all’interno del monastero

713. Oltre che con le opere, seppe ben agire anche con le parole ed il consiglio spirituale. La Madre Fondatrice (Suor Notari) testimonia:

“Quando, per arte malevola, in questa comunità sorsero alcuni disturbi, la Serva di Dio occupò le intere notti per calmare gli animi e riuscì a mettere pace e ad indurre tutte le dissidenti alla sottomissione e all’obbedienza.

Si mostrava rispettosa ed ossequiente verso tutte. Quando sorgeva qualche divergenza in comunità, col suo parlare e con i suoi modi, induceva le consorelle a rispettarsi scambievolmente, ad amarsi ed a pregare per coloro che parlavano male o denigravano la nostra comunità, e particolarmente la mia persona”.

714. “La Serva di Dio, sebbene avesse menata una vita sempre ritirata e mai si fosse trovata al governo di qualche casa del nostro istituto, pure si mostrò sempre prudente in mezzo alle suore e quasi tutte andavano da lei per consiglio e ne rimanevano così contente da ritornarvi ogni qualvolta il bisogno lo richiedeva. Fu tenacissima nel mantenere il segreto affidàtole”.

715. Ed altre suore testimoniano: “In comunità si è sempre detto che, quando si voleva mettere pace e togliere dissidi, si ricorreva alla Serva di Dio”.

Alcune suore mal sopportavano che lei fosse ritenuta santa in vita e la ingiuriavano fino a lanciarle sul viso spruzzi di acido come questi: - Eh, sono proprio così i santi! Tu non sei santa, ma santocchia! Chi credi di essere tu, povera, storta, miserabile, zoppa?  Ed anche: - Maria Passione, tutte queste tue preghiere non valgono a niente.

Ma lei sopportò sempre umilmente queste ingiurie, senza mai replicare: “La Serva di Dio ha sofferto delle contraddizioni ed opposizioni anche in comunità. Nel frenarsi, faceva tanta violenza a se stessa da soffrire talvolta sbocchi di sangue. Quando io la consigliavo ad allontanarsi dalla persona che tanto la molestava, ella rispondeva: - Meglio che io soffra, purché quella consorella si calmi”.

Le parole e il consiglio: all’esterno del monastero

716. “Molte persone, poi, estranee alla nostra comunità, venivano anche da lontano per essere confortate e consigliate, come mi consta per propria scienza; tanto che io, molte volte, dovetti impedire, in qualità di Superiora, che talune persone venissero troppo di frequente a chiedere consigli e direzione alla Serva di Dio.

Anche sacerdoti e religiosi si rivolgevano a lei per preghiere e consigli. Ed io stessa, più volte, mi sono rivolta alla Serva di Dio perché avesse pregato per talune circostanze difficili nelle quali mi sono trovata, ed essa mi confortava e mi dava coraggio”.

717. “Spesso, tante volte, andavano dalla Fondatrice persone per consiglio, non esclusi specchiati sacerdoti; in tali casi, la Superiora rimandava dette persone alla Serva di Dio, Maria della Passione, dicendo: - Ora vi fo parlare con una brava monacella, e quella vi potrà dare soddisfazione, giacché è capace ed è di santa vita”.

“Le sorelle Avitabile erano tra le clienti dell’infermiera dello spirito. Una di esse ci dice: - Andavamo da lei sconfortate per tribolazioni di famiglia e ritornavamo a casa così ripiene di allegrezza e di coraggio da ripetere fra noi due: - Sarebbe meglio dimorare presso Maria Passione che ritornare a Napoli!”

“L’afflusso delle persone esterne che accorrevano alla grata (del parlatorio del convento) per ricevere dalla Serva di Dio luce e conforto era enorme, tanto che la Fondatrice fu costretta a disciplinarlo”.

“Dopo la morte della Serva di Dio, molte persone esclamarono: - Ed ora, a chi andremo per consiglio?”

Maestra delle novizie e del popolo

718. Si vede quindi come, in Maria Passione, la contemplazione si espandesse, quasi spontaneamente e per forza propria, in azione (“contemplàre… et contemplàta aliis tràdere”).

Sicché, anche quando la Superiora la volle maestra delle novizie, il suo insegnamento era fatto di pochissime ed assai semplici parole (“la carità è bella assai”) ma soprattutto dell’esempio della sua stessa vita.

Alla luce di lei, che era come un cero perennemente acceso davanti al tabernacolo, tantissime persone si illuminarono, e trovarono la giusta direzione nella loro vita, conforto e speranza. La sua fama, senza che lei uscisse mai dal monastero, si diffuse ovunque nel popolo circostante, correndo di bocca in bocca, come testimoniano appunto la grande folla accorsa al suo funerale e i tanti racconti di miracoli che, prima e dopo la sua morte, accompagnarono il suo nome.

In preghiera davanti a Dio per il mondo

La sposa 

719. Ma tutto si fonda esclusivamente sulla vita di “Sposa di Cristo” che ella sempre condusse, con semplicità e realismo, e di cui seppe anche descrivere, rinnovando le visioni dei grandi mistici cristiani di tutti i tempi, i momenti di più grande intimità e passione: 

“Martedì (febbraio 1903) … nell’unirmi a Gesù, mi si presentò qual Redentore, sì risplendente e bello da non potersi paragonare ad alcuna cosa terrena.

Egli mi abbracciò dicendo: - Sappi, mia diletta, che il giorno del tuo onomastico ti farò un bel dono. Tutto ti ho donato e solo mi resta a darti un’altra cosa, che è più bella di tutte. Tali doni li do a chi è arrivato alla cima della perfezione. Mia diletta, debbo stamane rinforzarti affinché tu possa sostenere il nudo patire.

Mentre così parlava, appoggiò il mio labbro sul suo Cuore. E chi può mai dire ciò che ho gustato? Io non potevo più resistere e dissi: - Or basta, non posso più sostenere. Ed Egli, tenendo il suo braccio sul mio collo, mi diceva: - Bevi, mia diletta, il Sangue mio prezioso.

Poi mi presentò una risplendentissima collana e me la cinse al collo. Dopo di questo dono, il mio Sposo divino, tenendo una lancia in mano, disse: - Mia diletta, tu non puoi, da sola, sostenere tutto questo.

Si presentò, allora, la Regina del Cielo, tutta risplendente e corteggiata da un coro di vergini e di angeli. Gesù mi disse: - Ecco, mia diletta, ti affido alla mia cara Madre. L’amorosa Madre mi accarezzò e mi prese tra le sue braccia, mentre gli angeli stavano intorno.

Allora Gesù puntò quella lancia sul mio cuore e lo ferì d’amore. In quel momento, io mi sentivo venir meno la vita. E così sarebbe avvenuto, se la sua bontà non mi avesse sostenuta.

720. Quindi Gesù disse: - Ecco, mia diletta, appagato il tuo grande desiderio. Egli aveva una Croce, che appoggiò sulla mia ferita, dicendo: - Guarda questa Croce quanto è aborrita e disprezzata, ma vedi quanto è sublimata ed esaltata lassù in Cielo! 

Ed io la vedevo su un magnifico e risplendentissimo trono; essa, in mezzo agli splendori della gloria, rosseggiava come stille di vivo sangue.

Quindi Gesù mi disse: - Ora dovrai patire, mia diletta, io ti lascio e mi nascondo con la visibile mia presenza, ma ti starò vicino.

Chi può dire cosa avvenne in quei momenti tra l’anima mia e Gesù, e quali furono gli slanci d’amore, i ringraziamenti ed i sentimenti che uscivano dal mio cuore ferito?”

La “sposa Barrese” di Gesù

721. La spiritualità della “Sposa di Cristo” è ovviamente un classico, si potrebbe dire “un luogo comune”, nella letteratura e nella vita delle mistiche di tutti i tempi.

L’aspetto caratteristico di Maria Passione è quello di aver concepito e vissuto questa spiritualità a partire dalla sua condizione sociale e culturale di ragazza Barrese di fine Ottocento.

Culturalmente e sociologicamente, Ella è una espressione della piccola borghesia di paese di quel tempo; la sua logica è quella di essere una “brava moglie” di Gesù, proprio come le ragazze Barresi sue coetanee erano brave mogli per i rispettivi mariti.

E’ quasi come se dicesse a se stessa: - Io devo essere, per Gesù, ciò che mia madre è stata per mio padre … amarlo, rispettarlo, ubbidirgli, fare i lavori domestici, non farlo pigliare collera, fargli sempre compagnia di giorno e di notte[229]

722. Altre grandi mistiche (basti citare una S. Caterina da Siena o una S. Teresa d’Avila) intervenivano, dal loro punto di vista, nelle grandi questioni sociali e politiche del loro tempo: interloquivano con papi, prìncipi, alti prelati, uomini d’arme o di governo. A Maria Passione basta essere la “sposa Barrese” di Gesù.

Può sembrare troppo poco? Eppure, è proprio questa “santità nel quotidiano” che la rendeva così popolare, così vicina alla sensibilità delle persone del suo tempo; e che costituisce, forse, il fondamento della sua universalità.


Note

[208] Vedi n°127 in “Il periodo liberale dal 1876 al 1887”.

[209] Vedi n°58 in “Il periodo liberale dal 1896 al 1900”.

[210] Vedi nn°193-194 in “Il periodo liberale dal 1860 al 1876”; nn°72-73 in “Il periodo liberale dal 1896 al 1900”.

[211] Vedi n°47 in “Il periodo liberale dal 1887 al 1896”; n°75 in “Il periodo liberale dal 1876 al 1887”.

[212] Vedi nn°313-314 in “Il periodo borbonico dal 1790 al 1860”.

[213] Vedi nn°66-73; 76-78 in “Il periodo liberale dal 1887 al 1896”.

[214] “Le recenti alluvioni sul versante occidentale del Vesuvio” -  Rivista Agraria del 11 novembre 1908, Pòrtici, diretta dal prof. Oreste Bordiga.

[215] Vedi nn°143-145 in “Il periodo liberale dal 1876 al 1887”.

[216] Vedi sopra, n°602-603

[217] Vedi nn°245-250 in “Il periodo borbonico dal 1734 al 1790”.

[218] Vedi nn°44-57 in “Il periodo liberale dal 1887 al 1896”.

[219]  Vedi sopra, n°643    

[220] Vedi sopra, nn°591-593

[221] Vedi sopra, n°643

[222] Vedi n°45 in “Il periodo liberale dal 1887 al 1896”.

[223] Vedi sopra, nn°456-458

[224] Vedi nn°173-176 e 195-197 in “Il periodo liberale dal 1860 al 1876”.

[225] Vedi nn°313-314 in “Il periodo borbonico dal 1790 al 1860”.

[226] Vedi nn°209 e segg. in “Il periodo liberale dal 1860 al 1876”.

[227] Vedi nn°229 e segg. in “Il periodo liberale dal 1860 al 1876”.

[228] Vedi anche n°235 in “il periodo liberale dal 1860 al 1876”.

[229] Vedi sopra, n°675

Angelo Renzi


Pubblicazione de Il Portale del Sud, maggio 2018

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